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UNA MUSICA ITALIANA

di Piero Negri


Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page Mentre declina la tradizione inglese, i nostri cantautori hanno un loro Premio, scrivono libri e sono attenti alla qualità dei testi. Ecco una mappa del fenomeno, con i personaggi più rappresentativi, l’analisi delle loro canzoni, l’evento del concerto e i generi maggiormente in voga.

A cercare di definire che cosa sia la musica d’autore e quali siano i suoi vertici qualitativi, il Premio Tenco ci prova, e proprio a Sanremo, da più di vent’anni. Bene, che cosa ci dice la rosa dei premiati dell’edizione 1997, scelti da una giuria di critici di numerose testate giornalistiche? Ci dice che i giornalisti specializzati, meno omogenei dei giurati originali del Premio, fino a qualche anno fa raccolti intorno a un gruppo molto ristretto di appassionati, ritengono ancora Fabrizio De André il migliore dei cantautori italiani. Che Cristina Donà è la rivelazione dell’anno, che i liguri Sensasciou hanno realizzato il miglior album in dialetto. Che Tosca è l’interprete più meritevole. E che, infine, Princesa di De André ha battuto di misura La cura di Franco Battiato nella categoria "canzone dell’anno".

Se siamo partiti da qui (dall’altra Sanremo, si sarebbe detto un tempo, se certi steccati non fossero crollati anche nel mondo della musica) è perché gli organizzatori del Premio Tenco sono stati tra i primi e più tenaci promotori dell’idea di canzone d’autore, contrapposta a quella canzone italiana che da Nilla Pizzi ai Jalisse ha la sua celebrazione nel Festival della televisiva "città dei fiori", ma non solo. Il Premio Tenco, e così anche la rassegna simile che si svolge da qualche anno a Recanati, hanno disegnato negli anni la figura del cantautore all’italiana. Gli autori premiati in tutti questi anni, infatti, sono soprattutto solisti (cantano ciò che loro stessi, perlopiù da soli, hanno scritto, sempre accompagnati da un numero ridottissimo di strumentisti, talvolta soli sul palcoscenico), lavorano sul testo più che sulla musica, cercano quasi sempre un legame con l’attualità politica e sociale.

Fabrizio De André
Fabrizio De André

È definita, con questi pochi tratti, una figura spesso connotata anche da un’appartenenza organica agli schieramenti della sinistra, come vuole una anomalia italiana che del resto si ripete uguale in molti ambiti della cultura e dello spettacolo. È una figura che si fonda soprattutto sull’idea di autore come individualità, in definitiva sull’arte come espressione dell’ispirazione di un individuo solo e isolato.

L’isolamento, anzi, viene implicitamente considerato un dato estremamente positivo, secondo un pregiudizio che fa somigliare l’artista al ridicolo profeta dipinto con sarcasmo da Edoardo Bennato nella sua ferocemente ironica Cantautore: «Tu sei irraggiungibile, tu sei incorreggibile, tu sei inattaccabile, tu sei inafferrabile, tu sei incorruttibile, tu sei un cantautore».

È evidente che a questo ideale romantico è sempre stato difficile aderire perfettamente. Fabrizio De André, che degli amanti dei cantautori è il beniamino storico, ha realizzato i dischi più belli e interessanti della sua trentennale attività lavorando in coppia con altri autori: con Massimo Bubola a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta e con Mauro Pagani per il resto dello scorso decennio, tanto per cominciare. In Creuza de ma, probabilmente l’album più significativo della sua intera produzione, cantato in dialetto ligure e costruito su affascinanti sonorità mediterranee, l’apporto di Pagani pesa almeno quanto il suo. Al di là dell’equivoco per cui De André è considerato un cantautore, mentre Pagani non lo è, quell’album del 1984 rimane comunque uno spartiacque importante per la canzone d’autore italiana. Mai come in quel momento fu sancita la fine di un certo ideale espressivo del cantautore, tenuto a utilizzare un linguaggio musicale scarno, elementare, per poter sottolineare con maggior forza l’urgenza del testo, o del "messaggio", come si preferiva dire.

I Denovo: ricordati per il linguaggio immaginifico e surreale
I Denovo: ricordati per il linguaggio immaginifico
e surreale. Si sono sciolti.

Mai come in quelle canzoni radicate nella cultura dei popoli della Liguria la musica italiana rendeva esplicito un itinerario destinato a caratterizzarla negli anni a seguire. Nata su imitazione di quanto facevano gli americani, con Bob Dylan che riscopriva le ballate narrative del folclore anglosassone e le ambientava ai giorni nostri, la canzone d’autore non aveva mai davvero compiuto una riflessione approfondita sul patrimonio popolare del nostro Paese, sulla variegata cultura musicale delle nostre regioni. Le ricerche etnologiche condotte a partire dagli anni Sessanta da Michele Straniero, Roberto Leydi e Gianni Bosio non avevano mutato direzione alla corrente dominante della canzone di successo, ancora legata a moduli piuttostoFranco Battiato ripetitivi.

Il rinnovamento, paradossale, perché si fonda su un recupero delle ragioni fondanti della canzone degli ultimi trent’anni, viene dunque da un personaggio affermato come De André e per di più porta a risultati artistici indiscutibili. In quel 1984 la canzone italiana d’autore comincia a scrollarsi di dosso l’eccesso di ideologia e prova a riflettere su sé stessa e sul proprio linguaggio. E si incontra con altri fenomeni contemporanei e convergenti, quali l’ascesa di ciò che negli stessi anni Ottanta si ama chiamare il "nuovo rock italiano" e l’avvento del post moderno, che in Italia significa soprattutto Franco Battiato.

Urlare la propria insoddisfazione

Cominciamo, dunque , dal "nuovo rock italiano", come voleva un’etichetta a quel tempo comunemente accettata, spesso senza entusiasmo. All’alba degli anni Ottanta, in molte zone d’Italia nacquero gruppi rock di diversi stili e ispirazione, accomunati però da alcune caratteristiche piuttosto tipiche. Intanto, l’essere un frutto dell’estetica punk: non nel senso più evidente, cioè per il richiamo diretto a una mutazione del rock fondata sulle chitarre a tutto volume e sulla ripresa ironica dei luoghi comuni del rock più tradizionale e (ormai) istituzionale, ma nell’aspirazione ideale, vaga eppure efficacissima, che chiunque potesse suonare, formare un gruppo, urlare forte la propria insoddisfazione e farsi ascoltare.

La presa sul pubblico

Un’altra scelta del "nuovo rock italiano", dapprima contrastata e discussa, poi accettata da tutti, è il canto in italiano. Scelta che, appunto, ci interessa particolarmente, poiché costringe i nuovi gruppi a confrontarsi, anche implicitamente, con la tradizione nazionale delle canzoni in italiano e cioè soprattutto con quelle dei cantautori.

Litfiba, Cccp, Denovo, Gang, solo per citare alcuni esponenti della nuova corrente, risolvono il problema in modo diverso, ma sempre interessante. I Litfiba passano negli anni, perdendo proprio per i contrasti sulle scelte artistiche buona parte dei componenti originari, da un rock cupo e introspettivo a canzoni di facile presa sul pubblico, facendo seguire ai testi un percorso analogo. I Cccp evolvono con maggiore coerenza il proprio linguaggio, provocatoriamente ispirato alla retorica del socialismo reale, fino allo scioglimento del 1991, quando sul pennone più alto del Cremlino viene ammainata la bandiera con la falce e martello, e la rinascita, l’anno dopo, con il nome di Csi, ovvero Consorzio suonatori indipendenti. I Denovo, i leggeri per eccellenza, i più vicini alla lezione dei Beatles e dunque quelli su cui si puntava per uno sfondamento sul mercato di massa, rimangono vittima del loro stesso ipotetico successo e si sciolgono: il loro linguaggio immaginifico e surreale rimane comunque importante. I Gang, nati come emuli dichiarati dei Clash, approdano là dove tutti li attendevano, ovvero all’incontro con il cantautorato più esplicitamente politico e con Massimo Bubola.

Lucio Battisti
Lucio Battisti

Perché è tanto importante il percorso di questi gruppi, tra l’altro in molti casi finiti su un binario morto per quanto riguarda esiti artistici e fortuna di pubblico? Perché le loro scelte, le loro intuizioni e soprattutto i loro errori vengono analizzati e utilizzati con attenzione dai fratelli minori che debuttano sul finire degli anni Ottanta.

Nel frattempo sono nate strutture che aiutano i talenti a non soccombere alle difficoltà: manager, locali in cui suonare, divisioni specializzate delle case discografiche. Il risultato è il successo anche di pubblico dei Csi, giunti a un clamoroso e inatteso primo posto in hit parade, e, da un punto di vista più propriamente artistico, la scelta di un’interprete straordinaria come Mina, che inserisce nell’ultimo album Leggera brani di Casino Royale e Afterhours.

La voce del padrone di Franco Battiato fu protagonista, nel 1981, di uno dei casi più sorprendenti nella storia della nostra musica di massa. Quell’album non solo superò ogni primato di vendita, portando il totale delle copie diffuse in Italia ben oltre il milione. Fu il linguaggio inventato dal colto musicista siciliano, partito da canzonette senza pretese e approdato negli anni Settanta a uno sperimentalismo alla Stockhausen, a cambiare tutti i parametri ai quali pubblico e critica avevano fatto l’abitudine. In quell’album Battiato inventò la canzone postmoderna, costruita sulla giustapposizione di frasi fatte, citazioni colte e fintocolte, appoggiata su melodie semplici e anch’esse ricche di citazioni. Il successo di Battiato ebbe l’effetto di fondare una scuola, sia pure occulta, nel senso che non è formata da suoi discepoli o allievi, ma che non può prescindere da lui e dalla complessa leggerezza da lui inventata.

La canzone postmoderna, tra l’altro, consentì anche il recupero della notevolissima esperienza estetica che negli anni Settanta ebbe Lucio Battisti e Mogol come protagonisti, con quella facilità melodica, quelle strutture circolari, quell’evidente volontà di riportare il testo al linguaggio quotidiano che la resero popolarissima e tuttora ricordata con nostalgia. I discendenti di questa leggerezza intelligente, nemica di ogni retorica e lontana da ogni facile lettura politica, sono Samuele Bersani e Niccolò Fabi, ultimi esempi di una corrente che appare maggioritaria nelle nuove generazioni di cantautori.

In questo scenario profondamente mutato rispetto a quel 1984 in cui uscì Creuza de ma, la canzone d’autore ha allargato i propri confini, talvolta legando la tradizione italiana dei Guccini, De Gregori e De André con quella postmoderna di Battiato e con il nuovo rock e ilrap, talvolta rimanendo fedele a sé stessa e raggiungendo comunque vette di qualità. Il Premio Tenco ha premiato in questi anni Jovanotti, Frankie Hi-Nrg-Mc, sancendo per così dire l’ingresso del rap all’italiana nel salotto buono e un po’ snob della canzone da cantautore, rinnovata da giovani di buon talento come Daniele Silvestri.

L’idea che una nuova definizione di canzone d’autore, più ampia e aperta, sia più che mai necessaria e senz’altro opportuna viene talvolta a galla anche sui giornali (Repubblica, sull’ultima edizione del Premio Tenco: «Ma la canzone d’autore ha perso la sua diversità» e «Addio, eroica voce solitaria», che significano esattamente la stessa cosa) e attraverso episodi come l’inclusione, già ricordata, di canzoni di Casino Royale e Afterhours nell’album di Mina.

Mai come oggi la scena nazionale appare variegata anche ai livelli più alti di qualità: non è necessario scendere a compromessi con il buon gusto e abbassare la richiesta di una certa auspicabile complessità per trovare canzoni lontane dalla banalità. Tanto che, per vie non dirette e anche un po’ misteriose, la vivacità di oggi ha finito per contagiare anche vecchi protagonisti come Fabrizio De André, che con Anime salve, lo scorso anno, ha toccato senza dubbio uno dei vertici della sua lunga e notevole produzione.

Piero Negri

Segue: Gratta Lucio Dalla e trovi Guido Cavalcanti
      

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