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LE NOSTRE APPROSSIMAZIONI DI CUI ANDARE FIERI

di Giulio Mozzi


Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page Nella Traccia per la discussione del convegno di Letture (vedi editoriale di ottobre) c’è una congerie di affermazioni e interrogazioni elencate senza (così mi è parso) intenzioni di sistematicità né prese di posizione esplicite. Tuttavia in una cosa la Traccia è esplicita: e cioè nella scelta del linguaggio. Espressioni come: «le cose della vita usurate dallo sperpero, dalla dannazione di provocare immediatamente piacere o dolore», «alimentare la "fantasia totale" o "anima" del mondo», e così via, appartengono secondo me a un ambito non definitissimo ma riconoscibile: quello dove s’incontrano certa sensibilità (o sensiblerie?) cattolica e romana (tra Corazzini e Lodoli per intendersi) e certo andazzo colto-new age tra spiritualità senza dio, Jung e Yeats.

Altre espressioni sembrano rinviare invece a un atteggiamento materialistico; vedi: «una società basata sulla standardizzazione dell’originale ha bisogno di standardizzati mezzi di ricreazione», «non esiste di fatto una produzione di poesia commerciale che abbia un qualificabile valore di mercato, la produzione narrativa ha di fatto un quantificabile valore commerciale», che però hanno, forse perché subiscono la forma aforistica scelta dalla Traccia, una cert’aria tra l’oracolare e l’acqua calda scoperta con un certo ritardo.

Giulio Mozzi Giulio Mozzi

Funzione o missione?

Al centro della Traccia compare, e forse svela tutto, un’improvvisa antitesi: «Fare fronte alla propria funzione (missione?)». Ora, dato il clima del testo che ci è stato proposto come avvio della discussione (e dal quale, per rispetto verso gli organizzatori, non mi sento di prescindere), credo che si possa dire: questo convegno è stato organizzato da persone che, pur percependo il proprio "fare letterario" come una missione, tuttavia non possono non percepire che esso è, in realtà (oppure: oggettivamente considerato), una funzione. In effetti, i firmatari della traccia (Truglia, Parazzoli, Riccardi) sono contemporaneamente "scrittori" e "lavoratori dell’industria culturale": è naturale (e sacrosanto) che sentano più di altri le spine dell’antitesi missione/ funzione. A questo punto posso cominciare a dire ciò che penso.

Leviamoci dalla testa, per piacere, che lo scrivere sia una missione. La missione è una cosa che la persona non si dà da sé, ma che riceve: dall’altro e, solitamente, dall’alto. La missione non può essere che missione di verità, e chi si attribuisce la missione si attribuisce inevitabilmente il possesso della verità, benché ciò si dica normalmente nella forma del "servire la verità". L’ambiguità della frase: "sono in possesso della verità" dice tutto quel che c’è da dire.

Laura Bosio Laura Bosio

Leviamoci dalla testa, per piacere, che lo scrivere sia una funzione. Se qualcuno è ancora così stupido da credere che la sua esistenza sia completamente eterodiretta, gli chiedo di alzarsi e di uscire. La parola funzione è solo un travestimento della parola missione; se io sono in missione per conto di Dio, è evidentemente che io sono una funzione di Dio. Disgraziatamente l’idea di funzione contiene l’idea d’irresponsabilità: la rotella non è responsabile del meccanismo, l’impiegato non è responsabile dell’ufficio, Priebke non è responsabile di Hitler. Con i servi della verità si può ancora parlare, a volte (benché loro non ascoltino); con i funzionari della verità conviene stare ben zitti, perché ogni nostra parola sarà usata contro di noi.

Leviamoci dalla testa, per piacere, che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità. A che cosa serve tutto quello che facciamo oltre la sopravvivenza, se non a scoprire qualcosa sul conto della verità? E leviamoci dalla testa, per piacere, che sul conto della verità si possa sapere qualcosa di vero. Abbiamo a disposizione invenzioni, errori, fantasie, approssimazioni della verità: la verità ell-emême, se qualcuno l’ha vista è morto senza averne parlato a nessuno.

Io sono libero di credere che il mondo si invererà in un tempo futuro, dopo una serie di avvenimenti che con estrema goffaggine nominiamo con parole tipo "fine del mondo" e "giudizio universale". In effetti lo credo. Fatto sta che io sto in un mondo (oggi, 13 settembre 1997, mentre scrivo questo) che non ho nessuna voglia di chiamare falso poiché la sua verità, per quanto falsa, mi sembra molto più vera di qualunque verità verissima io possa credere a proposito di un tempo futuro e di un inveramento finale. Così come il pedone travolto non può dubitare della verità dell’automobile, similmente io non dubito della verità del mondo che ho davanti agli occhi e sotto le mani. Ho voglia di vivere in questo mondo.

Questo che c’entra con la narrativa? Abbastanza poco, forse; ma non sono stato io a tirar fuori la missione e la funzione, e con certe parole bisogna pur fare i conti.

Giuseppe Bonaviri
Giuseppe Bonaviri

Di nuovo: questo che c’entra con la narrativa? C’entra eccome, anzi è tutto lì. Propongo di considerare la narrativa sotto due punti di vista: di qua, come semplicemente l’azione di persone che hanno una storia in mente e hanno voglia di raccontarla; di là, come un tentativo ripetuto di continuare la storia sacra.

Se di niente vale la pena di parlare, se non della verità, è evidente che tutte le storie che raccontiamo sono tentativi di scrivere la storia sacra: intendendo per storia sacra, e penso che non ci siano fraintendimenti, la storia della verità. E se una persona ha una storia in mente e ha voglia di raccontarla, posso facilmente immaginare che il sugo della storia e la pulsione a raccontarla non siano altro che l’esperienza che quella persona ha fatto della verità.

Della verità di quest’esperienza non ci dà garanzia nessuno. Una cosa sappiamo, sul conto della verità. La verità non è fuori della storia, la verità è nella storia. Non la si dice, ma la si racconta. Non esiste, nella nostra storia, un discorso sulla verità dall’apparenza credibile che non sia un racconto. Un’altra cosa, poi, sappiamo sul conto della verità. La verità è un mistero. Il mistero non è povertà, è ricchezza. La verità è misteriosa a perdita d’occhio, non finiremo mai di parlarne e di raccontarci storie sul suo conto.

Dei tentativi di scrivere la storia sacra e dei tentativi di raccontare la propria esperienza della verità non possiamo parlarne che come di tentativi falliti. Volendo essere ottimisti, possiamo parlarne come di "approssimazioni".

Decidiamo (qui, ora) che noi possiamo tentare di approssimare la verità e che la rinuncia ad attingere la vera verità è probabilmente una precondizione per fare delle accettabili approssimazioni.

Allora posso anche accettare, prendendola dalla Traccia, la frase attribuita a Manganelli: «quella menzogna che spesso è la sola verità possibile, o il solo possibile tentativo di verità»; naturalmente intendendo che quello «spesso» è un pietoso lapsus: la parola esatta è: "sempre". Il problema è, forse, come traghettare la nostra cultura letteraria dall’orgoglio della menzogna (così tipico della cosiddetta neoavanguardia, così intellettualmente affascinante e così creativamente inutile) alla fierezza dell’approssimazione (che intellettualmente non varrà gran che, ma almeno ci rende liberi).

Arnaldo Colasanti
Arnaldo Colasanti

Saremo capaci, mi domando, di sopportare il pensiero che la verità è impossibile, inattingibile, indescrivibile, mai raccontabile? A me in realtà non costa molta fatica pensare questo: trovo abbastanza naturale considerarmi in tensione verso un obiettivo impossibile. Una volta appurato che non è certo che io sarò vivo tra cinque minuti, e quindi una volta accettata l’insensatezza di ogni cosa, non fatico a pensare che la caccia alla verità sia un’attività insensata. Ma se accetto l’azzardo di pranzare pur non sapendo se arriverò vivo alla cena, accetterò nondimeno l’azzardo di cercare una cosa che non si può trovare: non mi costa mica di più.

Quindi: «che cosa dovrà fare lo scrittore?», chiede la Traccia. Be’, per cominciare può provare a ricordarsi che non ha né una missione né una funzione, non ha niente che lo sollevi a una dimensione amorale, e che quindi il suo lavoro sta tutto dentro la morale. Non c’è panorama ontologico per la narrazione, c’è solo il panorama etico. Come chiunque il narratore può essere chiamato a rispondere di ciò che fa (e giustamente lui dirà: «In nome di che, o di chi?»); l’essere narratore non fa la differenza di status.

Quanto alla letteratura, non ce ne importa proprio niente. Le opere letterarie ci servono o non ci servono, altro giudizio non c’è. Non c’è un valore proprio della letteratura, non c’è una supermoralità che possa giustificare l’amoralità del narratore. Non c’è un valore proprio del mercato, che giustifichi l’amoralità degli scrittori di libri di successo. E per finire (e questa è detta seriamente), non c’è un valore proprio dell’ascetismo, che giustifichi l’amoralità degli scrittori che se ne fregano di essere «accolti» e «sentiti come propri» dal pubblico.

Non ho nessuna intenzione di rinunciare alla contraddizione, se la contraddizione è ciò che mi mantiene in vita.

Giulio Mozzi

Segue: Invito ai lettori: "Un racconto in 50 righe"
            

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