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DOSSIERDario Fo

UN FRAC PER IL GIULLARE

di Carlo Maria Pensa  
                                                                               Dario Fo    

      

Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page

Si sente la stanchezza dell’autore

L'inizio di uno spettacolo che abbiamo qui ricordato perché in un certo senso segna un passaggio nella produzione di Fo, sebbene ancora carico di inutili volgarità, di battute in parte laceranti, in parte ormai vetuste, su taluni personaggi della vita politica italiana e su taluni fatti d’attualità (era il 1990), dallo scandalo Gladio alla crisi del comunismo, dalla guerra del Golfo agli ambigui atteggiamenti del presidente del Consiglio Andreotti o perfino sulla statura (ancora!) del senatore Fanfani.

Una "lezione" sul suo Ruzante, La colpa è sempre del diavolo, La Bibbia dell’imperatore e la Bibbia dei villani sono state le ultime performances di Dario Fo dopo il monologo del Johan Padan e prima del suo per ora ultimo spettacolo, in scena da questa stagione: Il diavolo con le zinne. È il caso di parlarne, in questo sintetico e volutamente sgranato panorama perché – pur così legato a una certa realtà dell’Italia di "Mani pulite" – da un lato tradisce una notevole stanchezza dell’autore e, dall’altro, conferma categoricamente il nostro discorso sull’estrema difficoltà o, meglio, addirittura sull’impossibilità di "doppiare", impersonare Fo sulla scena.

Costretto a riguardarsi per ragioni di salute, forse per la prima volta Fo ha dovuto cedere la parte di protagonista a un altro attore. Il che, trattandosi di Giorgio Albertazzi, ha scatenato il solito pettegolume, meravigliato che un "sinistro" come Fo abbia voluto scegliere un "destro" come Albertazzi. Sciocchezze, ovviamente; ma senza dubbio Albertazzi deve essersi trovato a disagio, pur rimanendo il grande attore di sempre, nell’affrontare un personaggio lontanissimo dai suoi interessi artistici.

Lo spettacolo, pur con qualche stanchezza, come dicevamo, ha confermato gli estri creativi, fantasiosamente polidialettali di Dario Fo, che potrebbe anche rinunciare a certe volgarità. Che poi nella commedia, certo non un capolavoro, si possano riscontrare alcuni moralistici riferimenti all’attualità e alle cronache dei nostri squallidi giorni, è senz’altro vero. Al più, rispetto al Cinquecento, epoca in cui è ambientata la storia, oggi per corrompere un giudice troppo severo e dalle mani troppo pulite qual è appunto questo Alfonzo Ferdinando De Tristano che non si fa scrupolo, in nome della legge e ben consapevole di essere nel giusto, di accusare perfino un cardinale e i di lui complici..., oggi – dicevo – ci sono sistemi diversi da quello di infilare (preferisco non dire per dove) un diavolo nel corpo del magistrato.

Solo che l’inesperto demonietto incaricato della bisogna sbaglia "indirizzo" e finisce nelle viscere di Pizzocca Ganassa, l’orrenda, inappetibile serva lombardesca del giudice, trasformandola in una donna bella, attraente, spregiudicata, di carnalità e lingua partenopee, tanto da affascinare e portarsi a letto l’integerrimo Alfonzo Ferdinando De Tristano. Scandalo! Anche lui, corrotto, sarà processato, cavandosela però con una condanna mite che, Antonio Di Pietro permettendo, non gli vieterà (ma questa è soltanto una nostra maliziosa ipotesi) di diventare senatore.

In questa occasione, la critica non s’è mostrata incline all’elogio, ma Fo, più che della critica, è stato spesso vittima di studiosi che indagano sul suo teatro tracciando, del "comico in rivolta" (come lo definisce il titolo di un denso saggio di Claudio Meldolesi, Bulzoni, 1978), un ritratto occultato da un oscuro linguaggio accademico. «Nella nostra epoca», è detto, «l’industria della coscienza ha convertito per tempo la virtualità mitica dei comici in un fattore di moltiplicazione speculare delle apparenze sociali ed è difficile scollare per questo anche il ritratto di Fo dalla materia divistica con cui è cresciuto; ma il suo recupero delle forme preborghesi di spettacolo, il suo caratteristico impegno di ricerca nel disoccultare insieme e contemporaneamente le illusioni ideologiche della società e le vuotezze della finzione a teatro si sono venuti determinando programmaticamente nell’opposizione a questo uso della scena e delle sue storie».

Sarà anche vero, ma possiamo domandarci quanto una prosa così elaborata possa avvicinare il lettore e lo spettatore al teatro del Premio Nobel per la letteratura Dario Fo. No, il teatro di Fo ha una sua genuinità, quantunque governata da una calcolata ostinazione politica, popolare o popolaresca, che si apre al pubblico senza tortuosità di percorsi.

Il pregio di offrirsi allo spettatore

Credo che nessuno, tra quanti si sono scandalizzati, avrebbe potuto sollevare obiezioni se i paludati signori di Stoccolma avessero dato a Dario Fo il premio non per la letteratura ma, inventandolo sul momento, per il teatro. Quel teatro che Fo evoca da un fabulazzo ottocentesco di cui sono protagonisti il Peppin e la Gigia , due "busini" della Brianza che «vivono con grande trauma comico l’incontro con la città di Milano: i tram, i palazzi, il parco, il teatro. Non erano mai stati a teatro», racconta Fo nel menzionato Dialogo provocatorio, «e ci càpitano quasi per caso, seduti in un palco. Si chiedono che ci facciano tutti quei signori seduti in fila. Strana osteria, senza tavoli e mescita di vino, dove ci si guarda intorno come si guardano le vetrine».

«Ma ecco che... all’improvviso...», continua, «scorre una tenda e appare una vetrina più grande: in quella stanza più grande ci sono delle persone che parlano, e giù tutti quelli che stanno seduti in fila, screanzati che, stanno a guardare, ad ascoltare. E i due sprovveduti che commentano: "Ma guarda un po’ quelli, in vetrina, stanno a dirsi cose tanto delicate e manco si sono accorti che li stanno ascoltando... tutti sti curiosi maleducati...

che poi sono storie del tutto personali, c’è di mezzo anche una storia di tradimento, di donne... ne facevano di tutti i colori questi qui, anche spudorati, non se ne sono accorti e si abbracciano, si baciano... Ehi, attenzione che vi vediamo"!».

Ecco, con tutti i limiti che gli si devono riconoscere, spesso aggravati dalla mancanza di misura o dalla zavorra dell’oscenità, il teatro di Dario Fo ha questo straordinario pregio: di offrirsi, aperto, anche allo spettatore Peppin e alla spettatrice Gigia. I quali, spesso, nemmeno stanno in platea e in palco, ma salgono loro stessi alla ribalta: in certi spettacoli di Fo, quasi sempre introdotti da lui in persona che divaga rimproverando, con grande spasso del pubblico, i ritardatari, o improvvisando su un tema qualsiasi un "a tu per tu" con una qualunque signora in prima fila, tornano senza risparmio le più bolse "caccole", come si dice in gergo, del vecchio varietà, i soggetti più scoperti dell’avanspettacolo. L’attrice che si precipita in scena calzando una scarpa sola perché – confessa straniandosi – non ha avuto il tempo di trovare l’altra in camerino, o l’attore che finge un vuoto di memoria e si rivolge a un immaginario suggeritore tra le quinte sollecitando l’imbeccata...

Denis Diderot e il suo Paradosso sull’attore? Per carità, Fo lo demolisce, nel suo Manuale minimo: «Il famoso enciclopedista non poteva sopportare che l’esito di uno spettacolo dovesse dipendere quasi esclusivamente dall’attore, dal suo particolare stato d’animo, se si trovasse in una serata di grazia o in una serata no, se il pubblico si mettesse in sintonia con gli attori o si inciuchisse in un assoluto abbiocco. Diderot pretendeva che un attore fosse in grado di programmare e di controllare la propria esibizione».

Niente di tutto questo: ed è sempre più l’istrione, il fabulatore, che sopravanza e annienta il letterato. In omaggio alla libertà. Che poi, però, a ben pensarci, ha pure le sue leggi ferree. E Dario Fo le rispetta disciplinatamente. Anche per lui, a Stoccolma, presentandosi a Sua Maestà, è d’obbligo indossare il frac.

DAL "POER NANO"
AL "DIAVOLO CON LE ZINNE"
   

L’attività di Dario Fo comincia nel 1951 alla radio con la serie di trasmissioni Poer nano, cui fa seguito, l’anno dopo, Cocoricò. L’esordio in teatro, al Piccolo di Milano, è del giugno 1953 con Il dito nell’occhio, rivista realizzata insieme con Franco Parenti e Giustino Durano, cioè la stessa compagnia che esattamente un anno dopo e sullo stesso palcoscenico, presenta I sani da legare. È dal giugno 1958 che accanto a Fo appare la moglie, Franca Rame, nello spettacolo Ladri, manichini e donne nude, di cui fanno parte le farse L’uomo nudo e l’uomo in frac, I cadaveri si spediscono, le donne di spogliano, Gli imbianchini non hanno ricordi, Non tutti i ladri vengono per nuocere; nell’autunno dello stesso anno va in scena, al Teatro Stabile di Torino, Comica finale, composta di quattro quadri: Quando sarai povero, sarai re, La Marcolfa, Un morto da vendere, I tre bravi.

Seguono Gli arcangeli non giocano a flipper (1959), Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri (1960), Chi ruba un piede è fortunato in amore (1961), Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), Settimo ruba un po’ meno (1965). La signora è da buttare è del 1967; dell’anno dopo, Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi, presentato in una sala della Camera del lavoro di Milano.

Il "primo" Mistero buffo è del 1969, alla Casa del popolo di Cusano Milanino. Di alcuni spettacoli, come Legami pure che tanto io spacco tutto lo stesso e L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo lui è il padrone, Dario Fo non è interprete, mentre ricompare nel 1970 in Morte accidentale di un anarchico, Morte e resurrezione di un pupazzo (1971), Pum Pum! Chi è? La polizia! (1972), Guerra di popolo in Cile (1973), Non si paga, non si paga! (1974), Il Fanfani rapito (1975), La marijuana della mamma è la più bella (1976), questi ultimi tre spettacoli portati nella famosa Palazzina Liberty.

L’elenco continua con Storia di una tigre e altre storie (1979), L’opera dello sghignazzo (1981), Patapunfete e Il fabulazzo osceno (1982), Coppia aperta (1983), Quasi per caso una donna: Elisabetta e Giullarata (1984), Una giornata qualunque (1986), Il ratto della Francesca (1987); e, tutt’e tre nel 1988, Trasmissione forzata, Tv variety, Non tutti i mali vengono per nuocere.

Nel più recente repertorio, dal 1989 ad oggi, figurano Parti femminili, Il papa e la strega, Zitti! Stiamo precipitando!, Johan Padan a la descoverta de le Americhe, Dario Fo incontra Ruzante, La colpa è sempre del diavolo, La Bibbia dell’Imperatore e la Bibbia dei villani, Il diavolo con le zinne.

Quasi tutti i testi delle opere teatrali di Dario Fo sono pubblicati negli "Struzzi" di Einaudi; dello stesso editore, nei "Tascabili" sono ordinati i "Capolavori".

  
      

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