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DOSSIERDario Fo

UN FRAC PER IL GIULLARE

di Carlo Maria Pensa  
                                                                               Dario Fo    

   

Letture n. 12 dicembre 1997 - Home Page

Brecht citato di sfuggita

Ma, riconosciuti i meriti, va detto con altrettanta franchezza che solo a tratti, e non molti, il testo riusciva a decollare, a riscattarsi dai moduli frusti di un casalingo turpiloquio, a irrigidirsi nel flagello risanatore del sarcasmo. Da questo punto di vista, era molto più avanti Brecht, che Fo citava appena, di sfuggita, in un paio di momenti, sebbene i personaggi dell’Opera dello sghignazzo siano rimasti gli stessi: il gangster Mackie Messer e la sua sposina Polly, figlia di Gionata Geremia e Celia Peachum; il capo della polizia, grande amico di Mackie e la cui figlia Lucy s’è spesso alternata, nel letto di lui, con la prostituta Jenny... E gli stessi sono i temi: la corruzione, il sesso, la violenza, il tradimento. Semmai con l’aggiunta, necessariamente irritante, della droga; e col richiamo, risaputo, alle responsabilità dello Stato. Sul che non si può non essere sostanzialmente d’accordo, se non fosse che abusati, tanto da apparire banalmente qualunquistici, risultano spesso gli strumenti, in altre parole il linguaggio, della satira.

Se ho voluto soffermarmi più diffusamente su questa Opera dello sghignazzo,è perché fu messa in scena nel 1981, cioè dopo la serie di spettacoli-comizio con cui Fo, con quella sua aggressività di estri geniali, aveva entusiasmato le folle già sessantottine della fatiscente Palazzina Liberty di Milano (causa di tanti clamorosi dissidi con la prepotenza dell’autorità costituita); e aveva dovuto accettare l’ospitalità offertagli da un Teatro Stabile (quello di Torino), ossia un teatro pubblico finanziato dallo Stato, con ciò attenuando ragionevolmente i suoi ardori anarchici.

Poiché il momento e, per quanto possibile, i luoghi in cui Dario Fo ha scatenato e scatena la sua satira sono sempre stati il riflesso di una determinata "ora" storica, collegati a problemi, personaggi, eventi dell’attualità, italiana e mondiale, ancorché mascherata da una ambientazione di comodo, è il caso di ricordare come già nel 1967, vale a dire quattordici anni prima dell’Opera dello sghignazzo, e all’indomani della mortificante polemica censoria imposta dalla televisione, Fo si fosse acconciato ad approdare in un teatro di Milano squisitamente borghese, il rinnovato Manzoni, con La signora è da buttare.

Dove la signora – nella fattispecie, la vecchia padrona di un circo – è l’America di spirito lincolniano, che verrà sostituita con l’altra, quella di Lyndon B. Johnson: inciviltà dei consumi e della guerra vietnamita, del benessere e del razzismo; la bianca colomba di pace, volando sulla nuova frontiera, è stata abbattuta a Dallas, un giorno di novembre.

L’ambiente, s’è accennato, è quello del circo equestre: estremamente facile e abusato, certo; ma conta la fantasia con cui Fo vi si introduce. La storiella dell’uomo bianco che, condannato a una pena di 2.500 baiocchi per avere ucciso un negro, versa un biglietto da cinquemila e, poiché non riesce ad avere il resto, ammazza un altro negro, può essere niente più che una rancida barzelletta, e può irritare – questione di gusti o, forse, di buon gusto – il largo impiego di realistici paramenti funebri, cassa mortuaria compresa; eppure tutto si riscatta, o almeno si riscattava nella rappresentazione, in virtù dell’estro, della simpatia, della bravura di Dario Fo.

È, semmai, il "respiro" del commediografo che manca a Dario Fo; i suoi secondi tempi (e ci riferiamo sempre, inevitabilmente, al palcoscenico, non alla pagina) di raro reggono sull’arco teso dell’invenzione, nonostante gli sprazzi non infrequenti (si veda, in La signora è da buttare, la scena irresistibile della perizia balistica sul famigerato proiettile di Dallas). Non a caso, la misura dell’atto unico, donde Fo prese l’abbrivo, appariva ideale, esprimendo la congenialità di un temperamento. Non è un limite, sia chiaro.

Nella presentazione pubblicata sul programma di sala della Signora è da buttare, un testo anonimo e qua e là ingolfato in una certa convenzionale nomenclatura da pseudo intellettuali, era scritta una considerazione molto giusta: «Teatro di provocazione, non certo eversivo; e i lazzi, le risate, il ritmo vertiginoso delle azioni sono trappole per catturare lo spettatore, imponendogli pian piano un esame di coscienza».

Dissacra Colombo e va a Siviglia

Questa osservazione può spiegare, a chi non li ha voluti intendere, i motivi per cui i "parrucconi" di Stoccolma, ai quali forse soltanto Sartre, tra i letterati, ebbe la coraggiosa coerenza di negarsi rifiutando il Nobel, hanno pensato di premiare Dario Fo: così come gli organizzatori dell’Expo di Siviglia lo avevano invitato ad allestire uno spettacolo che, nel 1992, cinquecentenario della scoperta dell’America, onorasse il viaggio ispanogenovese di Cristoforo Colombo. Proprio lui che nel 1963 aveva scritto e interpretato Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, epopea a rovescio dell’impresa.

Non contento di quella sua lontana dissacrazione, nello stesso 1992 riscoprì la scoperta dell’America. Naturalmente, la riscoprì a modo suo, quantunque, disse, sulla scorta di documenti autentici, di memorie e testimonianze attendibili non meno di quelle ufficiali, che hanno sempre esaltato gli europei come portatori di civiltà e di benessere tra i selvaggi della Florida e terre circonvicine. Niente affatto, proclamò allora Dario Fo dal palcoscenico: al di là dell’oceano, gli uomini di Colombo, spagnoli in testa, non hanno fatto che ingannare, torturare, massacrare quegli indiani poveracci, miti e ospitali anche se, in caso di necessità, pronti a sfamarsi con carne umana.

E per volgarizzare la sua lezione, Fo diventava, giusta il titolo del suo monologo, Johan Padan a la descoverta de le Americhe, un incauto paesano delle valli bresciano-bergamasche che sa leggere, scrivere, fabbricar petardi e prevedere il cattivo tempo come gli ha insegnato una sua donna mezza "strologa" e perciò tratta in arresto dall’Inquisizione.

Poiché, aggiunge il Dario, l’Inquisizione esisteva "già" allora: e su quel "già" scoppiava l’applauso del pubblico. È dunque per sfuggire all’Inquisizione che Johan Padan si imbarca con la quarta spedizione colombiana e affronta tali e tante avventure (fino a diventare un santone d’una tribù indiana) che per raccontarle tutte Fo stava alla ribalta più di due ore e mezza.

Fo ha tenuto spesso lezioni a giovani appassionati di teatro e magari aspiranti al palcoscenico: da e per questa esperienza è nato un libro, Manuale minimo dell’attore, edito da Einaudi dieci anni or sono. Non è irragionevole supporre, tuttavia, che molto difficilmente Fo lascerà eredi.

Se è vero che con i primi spettacoli, il già citato Dito nell’occhio e I sani da legare, Fo-Parenti-Durano sconvolsero e rinnovarono il teatro di rivista e il varietà, non è men vero che gli spettacoli successivi, segnatamente quelli "politici", sono a tal punto caratterizzati dalla sua personalità di attore "unico" da non poter essere proposti che da lui.

Difficile per lui avere eredi

Sì, alcuni testi suoi sono pur stati ripresi da altri, ma si è sempre trattato di tentativi stemperatisi nel nulla. Il discorso cambia se pensiamo all’estero: il tramite della traduzione e una diversa tradizione attorale possono sicuramente favorire un modo diverso di accostarsi al teatro di Fo (recitare Shakespeare, rispettandolo, in Gran Bretagna è altro impegno che recitarlo in una qualunque altra lingua, cioè in una versione, per giunta, il più delle volte, riadattata. Perché, pur esistendo, di Shakespeare e di Molière, di Ibsen e di Cechov decine di traduzioni, quasi ogni volta che si rappresenta in Italia uno Shakespeare o un Molière, un Ibsen o un Cechov si ricorre a una nuova traduzione? Per potersene accaparrare i diritti, d’accordo, o per ingraziarsi questo o quel critico amico del traduttore o traduttore lui stesso; ma anche, e non secondariamente, per adattare il testo alle esigenze e ai limiti di quell’interprete e di quel regista).

Eredi? Sarà molto difficile, dicevamo, soprattutto perché il "comico", il "comico" come lo sa fare lui, è sempre più difficile del "tragico", ed è Fo stesso a spiegarcelo nel Dialogo provocatorio sul comico, il tragico, la follia e la ragione, raccolto da Luigi Allegri (Laterza, 1990): «Nel tragico, per commuovermi, tu hai a disposizione una chiave sola», osserva. «Col comico posso giocare di più. Mi posso permettere di farti fare una risata e di farti sentire indignato della stessa risata che fai. Quando recito a sproloquio epico il crollo del ponte nel tumulto bolognese di Fabulazzo osceno, uso una tecnica impossibile nel genere tragico».

«Per esempio», continua: «"Arriva i ferrares, che pregneva, che tragagniss prufondo e burlava sempre giù in fondo...". Che è un grammelot epico giocato su un ritmo da tamburi: "Collé el tira, annegare, annegare, e sprufunda giò de un pilon che strabasa, che schiza... e tonfòn coi bralussie schisciar de sprofondo e cavai che strombula e stirante a squass e negà... negà... negà...". Dopo questa sequenza di tensione a tutto fiato, ecco che c’è il capovolgimento nel momento in cui i bolognesi chiedono notizia dei propri parenti: "E i noster fioul, i nostri marì, quand’è che i arivan...". E gli rispondono: "Arriva, arriva! Ma per mare"».

Abbiamo riportato questo brano del Dialogo provocatorio anche perché la battuta del Fabulazzo osceno è particolarmente indicativa della difficoltà di rendere comprensibile un grammelot così ermetico: ci riesce Dario Fo e tutti lo capiscono giacché il suo corpo stesso si fa parola, ogni gesto, ogni borborigmo, ogni sussulto, ogni smorfia, ogni sguardo sono il suo inalienabile e inimitabile corredo di interprete. Ma alla lettura o ascoltando un qualunque dicitore, chi mai percepirebbe il senso di quel «tonfòn coi bralussie schisciar de sprofondo e cavai che strombula...»?

Un anno prima del Johan Padan, Fo aveva colto un nuovo clamoroso successo con Zitti! Stiamo precipitando!: al solito, ma forse più del solito, una commedia arruffona e scombinata, piena di lazzi, di maschere, di macchinari, al centro della quale si agita un ingegnere, ricco industriale, ossessionato dal timore di contrarre l’Aids e dallo sfrenato desiderio di sesso. Capitato, per un errore, in un manicomio, vi scopre che l’unica immunizzazione contro il contagio è il rapporto con uno, anzi con una di quei ricoverati sui quali sono stati compiuti i più efferati esperimenti di laboratorio. E allora fa di tutto per conquistare la più appetibile, ma anche la più riottosa, di quei matti: ci riesce, naturalmente, anche finanziando certe incredibili ricerche della geniale squinternata. E questo è soltanto l’inizio...

Segue: Un frac per il giullare -3 -
   

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