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Approdata
alla letteratura attraverso il giornalismo, la scrittrice toscana, che tratti la Guerra
fredda o il Vietnam, il Libano o le vicende di Panagulis, è sempre impegnata
nellelaborazione di un personaggio autobiografico che rimane la più riuscita delle
sue creature letterarie.
Torino, Salone
del Libro 1997. In visita agli stand, Gianni Agnelli si ferma alla Rizzoli per
chiedere informazioni sui libri di Oriana Fallaci. «Come mai le interessa, Avvocato?»,
chiedono i giornalisti. «Perché mi piace come scrive, mi è sempre piaciuta come
giornalista», è la risposta. Che, con tutta probabilità, verrebbe sottoscritta da
numerosi lettori meno famosi del "signor Fiat". E non solo in Italia. A sette
anni dalla pubblicazione del suo ultimo libro (Insciallah uscì nellestate
del 1990, il mito della Fallaci è dunque più vivo che mai, alimentato anche
dallisolamento cui la scrittrice pare essersi consegnata dopo che, nellestate
del 1992, le è stato asportato un tumore. Un dramma che la Fallaci è riuscita a
trasformare in parte della propria leggenda personale, attribuendo la causa della malattia
ai fumi di petrolio respirati nella guerra del Golfo (il suo ultimo grande reportage,
realizzato per il Corriere della Sera) e minimizzando ostentatamente i suoi
trascorsi di fumatrice. Al punto che, in una delle rare interviste, è arrivata a
minacciare il male con uno spavaldo quanto irrazionale: «Ti fumo in faccia, stronzo».
Basterebbe questa battuta, forse, per spiegare il sospetto con cui
la critica letteraria nostrana ha sempre guardato al lavoro della Fallaci. In un clima
culturale che, prima delle avanguardie del ciclone "cannibale", imponeva alla
scrittura femminile regole ben precise (lo stile rarefatto e la lontananza dalla
quotidianità, per esempio), la giovane Fallaci fece irruzione con un impeto che la rese a
dir poco inaffidabile. Commetteva limperdonabile imprudenza di voler entrare in
letteratura passando non per la porta stretta delle riviste délite, ma
attraverso lo scalone del giornalismo a grandi tirature. Quando la Fallaci pubblica il suo
primo libro (I sette peccati di Hollywood, 1956) in Italia gli esempi di grandi reporter
passati alla narrativa non mancano: Indro Montanelli, per esempio, o ancora in
terra toscana Curzio Malaparte. Ma per trovare una donna capace di compiere lo
stesso passo bisogna risalire agli inizi del Novecento e riscoprire il magistero
veracemente napoletano di Matilde Serao.
Alla scoperta di
Hollywood
Toscana
purosangue, la Fallaci si appassiona da subito a una realtà geograficamente e
culturalmente lontana dalle sue origini e sceglie come patria di elezione gli Stati Uniti,
con unintensità tale da far sorgere il dubbio che forse, senza linnamoramento
per lAmerica, non avremmo avuto una Fallaci scrittrice. Del resto il suo libro
desordio è dedicato allanalisi del più caratteristico tra i fenomeni
parareligiosi degli States, quello del divismo cinematografico (attenzione alle date: il
56 dei Sette peccati di Hollywood è lo stesso anno del debutto di Elvis
Presley, della nascita del rock e di un diverso culto dello star system).
Sarà bene sottolineare che, in questo senso, la futura autrice di Lettera
a un bambino mai nato non rappresenta un caso isolato.
Tra la fine degli anni Cinquanta e linizio dei Sessanta, le
corrispondenze americane della Fallaci si intrecciano per esempio con quelle di Furio
Colombo. Ma Colombo rimarrà sempre un europeo che studia gli Usa, spiegandoli a noi
connazionali e prendendo le distanze quando occorre. Al contrario, la Fallaci non sembra
desiderare altro che americanizzarsi. Un processo che arriverà a compimento nella
scrittura, facendo di Insciallah il più americano dei libri italiani degli ultimi
anni.
La Fallaci degli esordi, dicevamo. Anche su questo la leggenda è
categorica. Ricapitoliamo: nascita a Firenze, il 29 giugno 1929. Legame strettissimo con
il padre, Edoardo, al punto che la scrittrice farà pubblicare sullEuropeo lorazione
funebre pronunciata in suo onore. Staffetta partigiana durante la guerra (e anche qui si
avverte limportanza del padre, da lei celebrato come «eroe della Resistenza
fiorentina»). Maturità classica nel 1945, a 16 anni. Tre anni dopo, il debutto nel
giornalismo, come cronista del Mattino dellItalia centrale. Il salto nelle
grandi testate avviene nel 1950 con Epoca, diretta dallo zio, Bruno Fallaci, che la
vuole con sé anche allEuropeo, dove la fille prodige del giornalismo
lavora a partire dal 1953.
Datano a questo periodo, appunto, i primi soggiorni negli Stati
Uniti, durante i quali Oriana realizza le interviste e i ritratti di stelle del cinema poi
confluiti nei Sette peccati di Hollywood. Quello della Fallaci è un americanismo
istintivo, addirittura impulsivo, al di qua di ogni mediazione intellettuale. Sia detto
senza ironia, ma il vero modello della Fallaci non saranno mai i romanzi di Hemingway,
quanto piuttosto i reportage che "Papa" dettava per Esquire.
Sempre di letteratura si tratta, e proprio del genere in cui la Fallaci si rivelerà
maestra: racconti in presa diretta, viscerali più ancora che passionali, personali fino a
rivendicare la propria parzialità. E proprio per questo carattere sanguigno i libri della
Fallaci si fanno amare o detestare, ma difficilmente passano inosservati.
"Penelope alla
guerra"
Rilanciato dal
successo di Lettera a un bambino mai nato, di cui verrà presentato come una sorta
di antefatto, Penelope alla guerra (1961) rappresenta il primo esperimento
compiutamente narrativo della Fallaci. Si tratta di un romanzo che, riletto oggi, può
risultare addirittura imbarazzante, se non altro per la foga con cui unautrice poco
più che trentenne sembra intenzionata a far fruttare ogni sua esperienza personale. A
partire, neanche a dirlo, dal proprio sbarco in America. Il libro è il resoconto del
soggiorno a New York di Giò (diminutivo di Giovanna), sceneggiatrice italiana di successo
spedita dal suo produttore un ben riconoscibile Angelo Rizzoli a cercare
idee nuove oltreoceano. Ma nella Grande Mela Giò ritrova invece il passato nella persona
di Richard, il soldato americano che la sua famiglia aveva nascosto a Firenze durante la
guerra e di cui lei, adolescente, era innamorata in segreto. Richard però nasconde un
segreto e lanticonformista Fallaci impiega quasi trecento pagine per ammettere che
il giovanotto è non soltanto soggiogato dalla madre, ma anche legato da una relazione
omosessuale con Bill, laltro uomo da cui Giò si sente attratta.
Fuga finale in Italia, per sfuggire allambiguità di una
situazione che, in termini fin troppo ambiziosi, Giò cerca di interpretare come il
sintomo della malattia americana. Ma anche a casa la protagonista si sente ormai fuori
posto. «Via, Giò, quante storie!», conclude la Fallaci con parole che ritorneranno,
pressoché identiche, in Lettera a un bambino mai nato: «Neanche il feto può dire
la sua quando è nel grembo materno. Magari gli piaceranno le gambe lunghe e gli vengono
corte, gli occhi azzurri e gli vengono neri. E il peggio è che non te lo chiedono
nemmeno, questo permesso, per metterti al mondo. Ti ci mettono e basta: se addirittura non
pretendono che tu ne sia grato perché "la vita è un dono di Dio". Oh, Dio!
Dio! Dio! Perché non esisti?».
Anche in altri momenti di Penelope alla guerra la Fallaci
cerca di giocare la carta dellinterrogativo religioso, ma non si può dire che i
risultati siano del tutto convincenti. La nevrosi di Richard, per esempio, è letta come
incapacità di adattarsi al «dio americano», che per lui si è manifestato sotto forma
di un uragano. «Chiunque sia miscredente nei riguardi di Dio e degli Stati Uniti
dAmerica, deve aspettar luragano perché solo quando viene luragano egli
può credere», spiega Richard (si noti, di passaggio, la predilezione della Fallaci per
la forma tronca dellinfinito verbale, un toscanismo al quale lautrice si
rivela particolarmente affezionata). Quanto al contenuto di questa fede, Richard è
altrettanto tassativo: «Bisogna essere dalla parte di Dio uguale America uguale Business
uguale America uguale Dio, altrimenti si è soli. Soli e dannati come me, capisci?».
America amata e odiata, dunque, "Terra Promessa" della
modernità riletta però alla luce di un moralismo vagamente di sinistra, in un cocktail
di attrazione e repulsione ideologica al quale la Fallaci non rinuncerà più. Ed è
proprio questa ambivalenza che porta la scrittrice a trascurare lottimo spunto
narrativo offertole dalla messa in orbita dello Sputnik da parte dellUrss (il
romanzo è ambientato nellautunno del 1957). Richard e Giò apprendono la notizia
durante una gita in Connecticut, ospiti di Igor lo psicanalista del ragazzo ,
al quale tocca il compito di farsi portavoce del disagio americano ai tempi della Guerra
fredda: «Non cè nulla di travolgente in questa palla di ferro», dice, «poiché
essa dimostra soltanto che loro sono più forti di noi». Ma lepisodio rimane
marginale, posto comè al servizio delle traversie sentimentali e sessuali dei
personaggi della Fallaci.
Il punto è che come ha osservato Michele Prisco nel
1961 la Fallaci è già impegnata nellelaborazione di quel personaggio
autobiografico che rimane, se non la più riuscita, almeno la più importante delle sue
creature letterarie. Certo, Giò non è ancora Oriana, ma come Oriana non ha pudori a
mettere sé stessa al centro del racconto, anche a costo di sacrificare altri possibili
sviluppi. «Ogni volta che passava davanti allo specchio non riusciva a vincere la
tentazione di guardare ciò che al mondo la interessava di più: sé stessa», leggiamo
nel ritratto iniziale di Giò, ed è una notazione che non può non risultare
autobiografica.
Giornalismo come
autobiografia
Lo stesso reportage,
così come la Fallaci lo ha praticato e perfezionato, è in definitiva una forma di
autobiografia. Tra il 1965 e il 1970 arrivano in libreria Se il Sole muore e Niente
e così sia, dedicati rispettivamente allimpresa spaziale americana (su cui
lautrice tornerà, sempre nel 1970, con Quel giorno sulla Luna, isolata
incursione nella letteratura per ragazzi) e alla guerra nel Vietnam. Si tratta senza
dubbio di due tra i suoi libri migliori: documentatissimi, abilmente costruiti attraverso
un montaggio di interviste e sensazioni personali e di nuovo ambiziosamente
legati a un tentativo di polemica religiosa. Se il Sole muore (grazie al quale si
scopre, tra laltro, che la Fallaci si trovava in Italia e non in America quando fu
lanciato lo Sputnik) deve il suo titolo a una lunga conversazione dellautrice con
Ray Bradbury, il grande scrittore americano di fantascienza che vede nelle imprese
spaziali il risultato della curiosità che Dio ha di sé stesso. Una ipotesi alla quale la
Fallaci contrappone la convinzione non proprio originale che Dio sia solo
unidea delluomo, una proiezione delle sue aspirazioni e necessità.
Ancora più radicalmente, in Niente e così sia la
registrazione dellorrore della guerra viene assunta come dimostrazione della non
esistenza di Dio. O, meglio, questa stessa assenza viene trasformata in capo
dimputazione contro Dio, ritenuto colpevole di permettere la carneficina del
Vietnam. Da qui il rovesciamento del "Padre Nostro" in una litania liberatoria
nelle intenzioni e blasfema nella sostanza: «Dacci oggi il nostro massacro quotidiano,
liberaci dallinsegnamento che ci dette tuo Figlio, tanto non è servito a niente,
non serve a niente e così sia».
A completare la trilogia della Fallaci giornalista arriva, nel 1974,
Intervista con la storia, corposa raccolta di conversazioni con uomini politici e
capi di Stato, da Willy Brandt a Indira Gandhi, da Golda Meir ad Arafat. Anche qui, come
già nei reportage sulla Nasa e sul Vietnam, lintenzione autobiografica è
più che evidente. La Fallaci interviene sempre in prima persona, collocando le proprie
domande sullo stesso piano delle risposte dellintervistato e senza operare alcuna
distinzione tra reazioni personali e obiettività delle diverse situazioni. In altre
parole, non scrive reportage né trascrive interviste, ma lavora a una sorta di
ininterrotto romanzo dal vero di cui è allo stesso tempo autrice e protagonista.
Anche Lettera a un bambino mai nato nasce come inchiesta
giornalistica, per poi assumere la forma di romanzo breve, un racconto cioè di
proporzioni decisamente anomale nella produzione della Fallaci, il cui stile tende alla
dilatazione, allenfasi, alla ripetizione intenzionale. Un piccolo libro destinato a
un enorme successo, pubblicato nel 1975, in pieno dibattito sullaborto, e da oltre
ventanni soggetto a interpretazioni diametralmente opposte: apologia della libertà
di scelta della donna oppure rivendicazione dei diritti ancestrali della maternità, a
favore dellinterruzione della gravidanza oppure in rotta con ogni tentativo di
medicalizzazione della femminilità.
Lettera a un bambino mai nato piacque allallora
arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, che ne caldeggiò la traduzione su un periodico
della sua diocesi, ma provocò anche reazioni preoccupate proprio sul versante religioso.
Nel libro, per esempio, laggettivo "cattolica" è usato come insulto e la
stessa immagine della Sacra Famiglia viene messa in discussione in termini che sfiorano
lirriverenza. Nonostante le apparenze, comunque, anche questo è un libro
autobiografico. E non soltanto perché il personaggio della narratrice coincide quasi alla
perfezione con la Fallaci, ma più che altro perché lepisodio centrale del racconto
appartiene alla sua stessa vita. Lo racconterà quattro anni più tardi in Un uomo,
storia del suo burrascoso rapporto con Alexandros Panagulis. Una scena terribile, nella
quale la paura di una aggressione dallesterno mette i due amanti luno contro
laltra, trasformandoli in un uomo e una donna che lottano in silenzio.
Daltra parte non va dimenticato che Martine, uno dei
personaggi collaterali di Penelope alla guerra, dissimulava sotto un comportamento
fatuo la ferita di una maternità negata. E anche il finale di quel primo romanzo, come
abbiamo visto, introduceva il tema della nascita come possibile sopruso ai danni del
bambino che non ha potuto scegliere se venire al mondo. Aggiungiamo lelemento della
trasmissione della vita che, da ipotesi di perpetuazione dellumanità in Se il
Sole muore, diventa nel finale "definitivo" di Lettera a un bambino mai
nato la preghiera laica di una donna che, come si legge poche pagine prima, «non ha
ceduto al bisogno di Dio»: «Tu sei morto. Ora muoio anchio. Ma non conta. Perché
la vita non muore».
Segue:
La reporter che racconta di sé - 2
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