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DOSSIER

LA REPORTER CHE RACCONTA DI SÉ

di Alessandro Zaccuri
   

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Letture n. 11 novembre 1997 - Home Page

Approdata alla letteratura attraverso il giornalismo, la scrittrice toscana, che tratti la Guerra fredda o il Vietnam, il Libano o le vicende di Panagulis, è sempre impegnata nell’elaborazione di un personaggio autobiografico che rimane la più riuscita delle sue creature letterarie.

Torino, Salone del Libro 1997. In visita agli stand, Gianni Agnelli si ferma alla Rizzoli per chiedere informazioni sui libri di Oriana Fallaci. «Come mai le interessa, Avvocato?», chiedono i giornalisti. «Perché mi piace come scrive, mi è sempre piaciuta come giornalista», è la risposta. Che, con tutta probabilità, verrebbe sottoscritta da numerosi lettori meno famosi del "signor Fiat". E non solo in Italia. A sette anni dalla pubblicazione del suo ultimo libro (Insciallah uscì nell’estate del 1990, il mito della Fallaci è dunque più vivo che mai, alimentato anche dall’isolamento cui la scrittrice pare essersi consegnata dopo che, nell’estate del 1992, le è stato asportato un tumore. Un dramma che la Fallaci è riuscita a trasformare in parte della propria leggenda personale, attribuendo la causa della malattia ai fumi di petrolio respirati nella guerra del Golfo (il suo ultimo grande reportage, realizzato per il Corriere della Sera) e minimizzando ostentatamente i suoi trascorsi di fumatrice. Al punto che, in una delle rare interviste, è arrivata a minacciare il male con uno spavaldo quanto irrazionale: «Ti fumo in faccia, stronzo».

Basterebbe questa battuta, forse, per spiegare il sospetto con cui la critica letteraria nostrana ha sempre guardato al lavoro della Fallaci. In un clima culturale che, prima delle avanguardie del ciclone "cannibale", imponeva alla scrittura femminile regole ben precise (lo stile rarefatto e la lontananza dalla quotidianità, per esempio), la giovane Fallaci fece irruzione con un impeto che la rese a dir poco inaffidabile. Commetteva l’imperdonabile imprudenza di voler entrare in letteratura passando non per la porta stretta delle riviste d’élite, ma attraverso lo scalone del giornalismo a grandi tirature. Quando la Fallaci pubblica il suo primo libro (I sette peccati di Hollywood, 1956) in Italia gli esempi di grandi reporter passati alla narrativa non mancano: Indro Montanelli, per esempio, o – ancora in terra toscana – Curzio Malaparte. Ma per trovare una donna capace di compiere lo stesso passo bisogna risalire agli inizi del Novecento e riscoprire il magistero veracemente napoletano di Matilde Serao.
    

Alla scoperta di Hollywood

Toscana purosangue, la Fallaci si appassiona da subito a una realtà geograficamente e culturalmente lontana dalle sue origini e sceglie come patria di elezione gli Stati Uniti, con un’intensità tale da far sorgere il dubbio che forse, senza l’innamoramento per l’America, non avremmo avuto una Fallaci scrittrice. Del resto il suo libro d’esordio è dedicato all’analisi del più caratteristico tra i fenomeni parareligiosi degli States, quello del divismo cinematografico (attenzione alle date: il ’56 dei Sette peccati di Hollywood è lo stesso anno del debutto di Elvis Presley, della nascita del rock e di un diverso culto dello star system).

Sarà bene sottolineare che, in questo senso, la futura autrice di Lettera a un bambino mai nato non rappresenta un caso isolato.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, le corrispondenze americane della Fallaci si intrecciano per esempio con quelle di Furio Colombo. Ma Colombo rimarrà sempre un europeo che studia gli Usa, spiegandoli a noi connazionali e prendendo le distanze quando occorre. Al contrario, la Fallaci non sembra desiderare altro che americanizzarsi. Un processo che arriverà a compimento nella scrittura, facendo di Insciallah il più americano dei libri italiani degli ultimi anni.

La Fallaci degli esordi, dicevamo. Anche su questo la leggenda è categorica. Ricapitoliamo: nascita a Firenze, il 29 giugno 1929. Legame strettissimo con il padre, Edoardo, al punto che la scrittrice farà pubblicare sull’Europeo l’orazione funebre pronunciata in suo onore. Staffetta partigiana durante la guerra (e anche qui si avverte l’importanza del padre, da lei celebrato come «eroe della Resistenza fiorentina»). Maturità classica nel 1945, a 16 anni. Tre anni dopo, il debutto nel giornalismo, come cronista del Mattino dell’Italia centrale. Il salto nelle grandi testate avviene nel 1950 con Epoca, diretta dallo zio, Bruno Fallaci, che la vuole con sé anche all’Europeo, dove la fille prodige del giornalismo lavora a partire dal 1953.

Datano a questo periodo, appunto, i primi soggiorni negli Stati Uniti, durante i quali Oriana realizza le interviste e i ritratti di stelle del cinema poi confluiti nei Sette peccati di Hollywood. Quello della Fallaci è un americanismo istintivo, addirittura impulsivo, al di qua di ogni mediazione intellettuale. Sia detto senza ironia, ma il vero modello della Fallaci non saranno mai i romanzi di Hemingway, quanto piuttosto i reportage che "Papa" dettava per Esquire. Sempre di letteratura si tratta, e proprio del genere in cui la Fallaci si rivelerà maestra: racconti in presa diretta, viscerali più ancora che passionali, personali fino a rivendicare la propria parzialità. E proprio per questo carattere sanguigno i libri della Fallaci si fanno amare o detestare, ma difficilmente passano inosservati.
     

"Penelope alla guerra"

Rilanciato dal successo di Lettera a un bambino mai nato, di cui verrà presentato come una sorta di antefatto, Penelope alla guerra (1961) rappresenta il primo esperimento compiutamente narrativo della Fallaci. Si tratta di un romanzo che, riletto oggi, può risultare addirittura imbarazzante, se non altro per la foga con cui un’autrice poco più che trentenne sembra intenzionata a far fruttare ogni sua esperienza personale. A partire, neanche a dirlo, dal proprio sbarco in America. Il libro è il resoconto del soggiorno a New York di Giò (diminutivo di Giovanna), sceneggiatrice italiana di successo spedita dal suo produttore – un ben riconoscibile Angelo Rizzoli – a cercare idee nuove oltreoceano. Ma nella Grande Mela Giò ritrova invece il passato nella persona di Richard, il soldato americano che la sua famiglia aveva nascosto a Firenze durante la guerra e di cui lei, adolescente, era innamorata in segreto. Richard però nasconde un segreto e l’anticonformista Fallaci impiega quasi trecento pagine per ammettere che il giovanotto è non soltanto soggiogato dalla madre, ma anche legato da una relazione omosessuale con Bill, l’altro uomo da cui Giò si sente attratta.

Fuga finale in Italia, per sfuggire all’ambiguità di una situazione che, in termini fin troppo ambiziosi, Giò cerca di interpretare come il sintomo della malattia americana. Ma anche a casa la protagonista si sente ormai fuori posto. «Via, Giò, quante storie!», conclude la Fallaci con parole che ritorneranno, pressoché identiche, in Lettera a un bambino mai nato: «Neanche il feto può dire la sua quando è nel grembo materno. Magari gli piaceranno le gambe lunghe e gli vengono corte, gli occhi azzurri e gli vengono neri. E il peggio è che non te lo chiedono nemmeno, questo permesso, per metterti al mondo. Ti ci mettono e basta: se addirittura non pretendono che tu ne sia grato perché "la vita è un dono di Dio". Oh, Dio! Dio! Dio! Perché non esisti?».

Anche in altri momenti di Penelope alla guerra la Fallaci cerca di giocare la carta dell’interrogativo religioso, ma non si può dire che i risultati siano del tutto convincenti. La nevrosi di Richard, per esempio, è letta come incapacità di adattarsi al «dio americano», che per lui si è manifestato sotto forma di un uragano. «Chiunque sia miscredente nei riguardi di Dio e degli Stati Uniti d’America, deve aspettar l’uragano perché solo quando viene l’uragano egli può credere», spiega Richard (si noti, di passaggio, la predilezione della Fallaci per la forma tronca dell’infinito verbale, un toscanismo al quale l’autrice si rivela particolarmente affezionata). Quanto al contenuto di questa fede, Richard è altrettanto tassativo: «Bisogna essere dalla parte di Dio uguale America uguale Business uguale America uguale Dio, altrimenti si è soli. Soli e dannati come me, capisci?».

America amata e odiata, dunque, "Terra Promessa" della modernità riletta però alla luce di un moralismo vagamente di sinistra, in un cocktail di attrazione e repulsione ideologica al quale la Fallaci non rinuncerà più. Ed è proprio questa ambivalenza che porta la scrittrice a trascurare l’ottimo spunto narrativo offertole dalla messa in orbita dello Sputnik da parte dell’Urss (il romanzo è ambientato nell’autunno del 1957). Richard e Giò apprendono la notizia durante una gita in Connecticut, ospiti di Igor – lo psicanalista del ragazzo –, al quale tocca il compito di farsi portavoce del disagio americano ai tempi della Guerra fredda: «Non c’è nulla di travolgente in questa palla di ferro», dice, «poiché essa dimostra soltanto che loro sono più forti di noi». Ma l’episodio rimane marginale, posto com’è al servizio delle traversie sentimentali e sessuali dei personaggi della Fallaci.

Il punto è che – come ha osservato Michele Prisco – nel 1961 la Fallaci è già impegnata nell’elaborazione di quel personaggio autobiografico che rimane, se non la più riuscita, almeno la più importante delle sue creature letterarie. Certo, Giò non è ancora Oriana, ma come Oriana non ha pudori a mettere sé stessa al centro del racconto, anche a costo di sacrificare altri possibili sviluppi. «Ogni volta che passava davanti allo specchio non riusciva a vincere la tentazione di guardare ciò che al mondo la interessava di più: sé stessa», leggiamo nel ritratto iniziale di Giò, ed è una notazione che non può non risultare autobiografica.
    

Giornalismo come autobiografia

Lo stesso reportage, così come la Fallaci lo ha praticato e perfezionato, è in definitiva una forma di autobiografia. Tra il 1965 e il 1970 arrivano in libreria Se il Sole muore e Niente e così sia, dedicati rispettivamente all’impresa spaziale americana (su cui l’autrice tornerà, sempre nel 1970, con Quel giorno sulla Luna, isolata incursione nella letteratura per ragazzi) e alla guerra nel Vietnam. Si tratta senza dubbio di due tra i suoi libri migliori: documentatissimi, abilmente costruiti attraverso un montaggio di interviste e sensazioni personali e – di nuovo – ambiziosamente legati a un tentativo di polemica religiosa. Se il Sole muore (grazie al quale si scopre, tra l’altro, che la Fallaci si trovava in Italia e non in America quando fu lanciato lo Sputnik) deve il suo titolo a una lunga conversazione dell’autrice con Ray Bradbury, il grande scrittore americano di fantascienza che vede nelle imprese spaziali il risultato della curiosità che Dio ha di sé stesso. Una ipotesi alla quale la Fallaci contrappone la convinzione – non proprio originale – che Dio sia solo un’idea dell’uomo, una proiezione delle sue aspirazioni e necessità.

Ancora più radicalmente, in Niente e così sia la registrazione dell’orrore della guerra viene assunta come dimostrazione della non esistenza di Dio. O, meglio, questa stessa assenza viene trasformata in capo d’imputazione contro Dio, ritenuto colpevole di permettere la carneficina del Vietnam. Da qui il rovesciamento del "Padre Nostro" in una litania liberatoria nelle intenzioni e blasfema nella sostanza: «Dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dall’insegnamento che ci dette tuo Figlio, tanto non è servito a niente, non serve a niente e così sia».

A completare la trilogia della Fallaci giornalista arriva, nel 1974, Intervista con la storia, corposa raccolta di conversazioni con uomini politici e capi di Stato, da Willy Brandt a Indira Gandhi, da Golda Meir ad Arafat. Anche qui, come già nei reportage sulla Nasa e sul Vietnam, l’intenzione autobiografica è più che evidente. La Fallaci interviene sempre in prima persona, collocando le proprie domande sullo stesso piano delle risposte dell’intervistato e senza operare alcuna distinzione tra reazioni personali e obiettività delle diverse situazioni. In altre parole, non scrive reportage né trascrive interviste, ma lavora a una sorta di ininterrotto romanzo dal vero di cui è allo stesso tempo autrice e protagonista.

Anche Lettera a un bambino mai nato nasce come inchiesta giornalistica, per poi assumere la forma di romanzo breve, un racconto cioè di proporzioni decisamente anomale nella produzione della Fallaci, il cui stile tende alla dilatazione, all’enfasi, alla ripetizione intenzionale. Un piccolo libro destinato a un enorme successo, pubblicato nel 1975, in pieno dibattito sull’aborto, e da oltre vent’anni soggetto a interpretazioni diametralmente opposte: apologia della libertà di scelta della donna oppure rivendicazione dei diritti ancestrali della maternità, a favore dell’interruzione della gravidanza oppure in rotta con ogni tentativo di medicalizzazione della femminilità.

Lettera a un bambino mai nato piacque all’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, che ne caldeggiò la traduzione su un periodico della sua diocesi, ma provocò anche reazioni preoccupate proprio sul versante religioso. Nel libro, per esempio, l’aggettivo "cattolica" è usato come insulto e la stessa immagine della Sacra Famiglia viene messa in discussione in termini che sfiorano l’irriverenza. Nonostante le apparenze, comunque, anche questo è un libro autobiografico. E non soltanto perché il personaggio della narratrice coincide quasi alla perfezione con la Fallaci, ma più che altro perché l’episodio centrale del racconto appartiene alla sua stessa vita. Lo racconterà quattro anni più tardi in Un uomo, storia del suo burrascoso rapporto con Alexandros Panagulis. Una scena terribile, nella quale la paura di una aggressione dall’esterno mette i due amanti l’uno contro l’altra, trasformandoli in un uomo e una donna che lottano in silenzio.

D’altra parte non va dimenticato che Martine, uno dei personaggi collaterali di Penelope alla guerra, dissimulava sotto un comportamento fatuo la ferita di una maternità negata. E anche il finale di quel primo romanzo, come abbiamo visto, introduceva il tema della nascita come possibile sopruso ai danni del bambino che non ha potuto scegliere se venire al mondo. Aggiungiamo l’elemento della trasmissione della vita che, da ipotesi di perpetuazione dell’umanità in Se il Sole muore, diventa nel finale "definitivo" di Lettera a un bambino mai nato la preghiera laica di una donna che, come si legge poche pagine prima, «non ha ceduto al bisogno di Dio»: «Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore».

Segue: La reporter che racconta di sé - 2
   

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