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LINGUA E...

MA DIO PARLA LATINO
O ITALIANO?

di Claudio Marazzini


Letture n. 10 ottobre 1997 - Home Page Un libro sulle traduzioni dei testi liturgici a trent’anni dal Concilio. Da una parte ci sono le nostalgie di chi apprezza bellezza e mistero del latino, dall’altra c’è l’esigenza di una corretta comunicazione.

Un battagliero libro di Franco Fochi, E con il tuo spirito (Neri Pozza, 1996), fa riflettere sul rapporto tra la liturgia e l’italiano. Affronta parte di un più generale discorso linguistico sul tema del rapporto tra la Chiesa e le lingue, nella loro pluralità. La Chiesa si è via via servita dell’ebraico, del greco, del latino, delle lingue romanze, poi delle lingue incontrate in tutto il mondo. Basti pensare che nel Settecento informazioni sul sanscrito giunsero in Europa (prima del comparativismo) attraverso gli scritti dei missionari. Il tema assume dunque una valenza universale; ma noi lo restringeremo a una piccola porzione.

Il libro di Fochi si occupa, come avverte il sottotitolo, di «Chiesa e lingua italiana a più di trent’anni dalla riforma liturgica» del Concilio Vaticano II. Questione centrale è la traduzione della Messa (la riforma entrata in vigore nel 1965), con la quale si passò da una lingua universale immobile a una lingua viva, in evoluzione. «Il passaggio alla liturgia in volgare era inevitabile. Dire che i tempi erano più che maturi è troppo poco», scrive Fochi. Ci ricorda però che la Messa latina era di bellezza incontestabile, tanto che la rammentano con nostalgia anche molti laici.

Il discorso, tuttavia, non può fermarsi alla "bellezza". Non di degustazione estetica e di arte si tratta. Il problema, semmai, è il seguente: quale italiano occorre sostituire a quell’antico, sperimentato e suggestivo latino? Fochi vuole testi «chiari e corretti» che siano anche documenti di «buon italiano», una lingua «viva, chiara, corretta e di facile pronuncia». Sono linee-guida condivisibili, dettate dal buon senso, nel solco di alcune esigenze educative avanzate secoli fa dai Protestanti. Lutero, ad esempio, parlava dell’utilità di tradurre la Bibbia in un «tedesco puro e chiaro», un volgare comprensibile alla massaia, ai bambini, all’uomo comune.

Quando però dall’enunciazione teorica si passa all’applicazione, le cose si complicano. Non è facile definire al di là di ogni dubbio ciò che è chiaro. Inoltre il retaggio di secoli di tradizione linguistica latina condiziona le traduzioni moderne, per la Messa come per i Testi Sacri. Il titolo del libro di Fochi evoca una formula la quale, fattasi italiana, risente della vischiosità del passato: il latino «Et cum spiritu tuo» è diventato, con traduzione letterale, «E con il tuo spirito». Fochi avrebbe voluto un semplice e diretto «E anche con te», o «E con te». Casi come questo andrebbero ovviamente discussi uno a uno (non dal solo linguista).

In linea di massima, Fochi propone di mantenere ciò che è ormai formula stabile, come l’ebraico amen, ma di far giustizia di tutta la lingua "difficile", tale non solo per calchi e cultismi (l’eredità del passato), ma anche per una sorta di "burocratese ecclesiastico" (piuttosto recente, questo), a cui si deve ad esempio la fortuna di ecclesiale, comunionale, vocazionale ecc. Tra i "modernismi", cita le icone al posto dei santini o immaginette; ma icona deve la sua fortuna anche a ciò che sta fuori della religione, ad esempio all’influenza del linguaggio dell’informatica: infatti non solo sta soppiantando santino, ma fa dovunque concorrenza a immagine, figura, simbolo.

Termini tecnici e arcaismi

Quanto ai cultismi, si tratta di vedere fino a che punto vada bandito un lessico tecnico di tradizione, di cui fanno parte parole come presbitero, omelia, omiletico, catechesi ecc., invise a Fochi. Le giustificazioni, in singoli casi, non mancano. Se presbitero a volte sta al posto di prete, non dobbiamo dimenticare che prete in certi contesti suona quasi brutale, anticlericale, poco "tecnico".

Nel libro di Fochi c’è un Intermezzo del teologo don Severino Dianich, il quale individua così il problema di fondo: «Nella liturgia è la Chiesa che parla: bisogna che parli bene. Non dovrà essere un’altra lingua, non una lingua che affiori da altri tempi, non una lingua che pretenda di imporsi per la sua diversità: che sia la lingua della gente, che tutti possano capirla e che essa si imponga solo per la sua semplicità e la sua bellezza». Ma occasionali arcaismi turbano davvero questa "bellezza"?

Varie edizioni della Bibbia

E si dovrà davvero, in nome di un’istanza di democrazia giacobina, far tabula rasa del passato, in una sorta di oltranzismo sincronico che mi pare anche un po’ iconoclasta, quasi una sorta di corrispettivo dell’ossessione antiletteraria che animava la didattica di don Milani al tempo della Scuola di Barbiana? È davvero illegittima una "lingua sacra" in parte distinta dalla lingua comune e media, un italiano che aspiri a una maggiore ieraticità (ciò che significa anche "distacco"), anche a costo di forzare la grammatica, come in «il tuo Figlio» (riferito a Cristo, figlio di Dio) con l’articolo, contro l’uso normale?

Anche il Papa deve cambiare nome?

Fochi spinge la ricerca di "normalità" fino alla provocazione, come quando afferma che, per il Papa, il nome Giampaolo univerbato sarebbe altrettanto nobile di Giovanni Paolo, ma avrebbe il pregio di una maggiore schiettezza. È un caso-limite di negazione di ciò che i linguisti chiamano "registro". Una lingua, però, a differenza di quanto credeva Manzoni, non è un tutto omogeneo. La pura sincronia è astrazione

Una lingua "religiosa" di fatto c’è, con i suoi tecnicismi, i suoi arcaismi e i suoi calchi greco-latini. Non voglio certo dar torto a Fochi. Si tratta, effettivamente, di verificare quanto di ciò che è "difficile" o "formale" vada accolto nei momenti "pubblici", come la Messa o l’omelia, dove la richiesta di "chiarezza" va tenuta nel debito conto. Tradizionalmente, la Chiesa riservò per secoli ogni apertura linguistica "democratica" soprattutto al momento della predicazione, la quale però conteneva citazioni scritturali latine "alte", magari spiegate al popolo (come nel Medioevo) attraverso esempi svolti in forma vistosamente popolare e realistica (si pensi al percorso che va dai Sermoni subalpini fino a san Bernardino). Vi era dunque un curioso contrasto plurilingue tra piani alti e piani bassi.

Nel Cinquecento i grandi predicatori come Cornelio Musso e Francesco Panigarola (autore di un’opera teorica eccezionalmente importante, intitolata Il Predicatore) si sforzarono di portare la predica al livello della "retorica ecclesiastica" di tono sistematicamente "alto", vero esercizio d’arte, scegliendo un modello linguistico bembiano e tosco-fiorentino. Panigarola pensava che la predica fosse l’unica forma di oratoria in cui i moderni potevano vincere gli antichi. Quanto ai testi sacri, è risaputo che il Concilio di Trento frenò la libertà delle traduzioni. Per la Messa in volgare non fu pronunciata alcuna condanna, ma prevalse l’orientamento verso la funzione di lingua "sacra" svolta dal latino, in base al principio che «mysteria celanda sunt» (Cristoforo da Padova). Posizioni diverse avevano coloro che guardavano all’esperienza dei Protestanti, ad esempio Paolo Sarpi, il quale giudicava che il latino della Messa fosse causa di uno scollamento tra i fedeli e la religione, perché, a suo giudizio, «dall’esser fatti i servizi divini in lingua incognita» derivava il fatto che il popolo «ritrovandosi presente alla Messa, non resta di trattare i negozi suoi soliti».

Oggi il problema è un po’ diverso: non si tratta di combattere una lingua totalmente incognita e diversa, come era il latino, ma di riesaminare singole scelte lessicali. Chi le difende, potrà sempre affermare che esse hanno la funzione di sottrarre la lingua religiosa al destino di una livellata insignificante lingua media. Insomma, non è nuovo il confronto tra i fautori di una lingua "sacra", che conservi un alone di suggestivo mistero, e i sostenitori di una totale apertura democratica; però tale confronto è oggi assai meno drammatico di un tempo. Il libro di Fochi ha dunque il merito di mettere in crisi luoghi comuni, criticando formule ed espressioni alle quali siamo abituati. Molte di esse, in effetti, non meritano un eccessivo esercizio di pietas. Altre, invece, troveranno difensori agguerriti.

Claudio Marazzini
      

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