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Animatore della
Fuci e artefice del Vaticano II, fu tra i primi a tradurre Maritain, citandolo nella
"Populorum Progressio". Volle una sezione darte contemporanea nei Musei
vaticani, amò il suo tempo e cercò di coglierne lanima attraverso la via
privilegiata della cultura. Un importante centenario, come quello di Giovanni Battista
Montini-Paolo VI (18971978), può essere, ed è stato effettivamente, ricordato sotto
diverse angolazioni, prima fra tutte il decisivo apporto che questo pontefice ha recato
alla vita della Chiesa e allaggiornamento delle sue strutture, della sua
proposta, del suo messaggio, in costante dialogo con gli uomini del proprio tempo. Qui
vorremmo riproporre questa grande figura del cattolicesimo italiano in unottica un
poco particolare, quella che prende le mosse da una definizione di papa Montini come di un
intellettuale europeo. Può sembrare paradossale, se non addirittura sconveniente,
definire "intellettuale" un pontefice; ma in verità ogni papa è a suo modo un
"intellettuale", per il fatto stesso di avere alle spalle lunghi curricula di
studi e di avere redatto corposi e impegnativi documenti. Ma, se "intellettuale"
in senso lato ogni pontefice delletà moderna è in qualche modo sempre, papa
Montini lo è stato in modo particolare: nel senso che a differenza di quanto è
avvenuto per molti dei papi che lhanno preceduto il suo rapporto con la
cultura non è stato marginale e periferico ma essenziale e centrale.
Alunno esterno a Brescia
e viaggi di studio a Parigi
La sua passione per la cultura nasce già negli anni
giovanili, in quella Brescia del primo Novecento che è caratterizzata, anche per la
presenza di eminenti personalità ecclesiali, da un vivace dibattito culturale. Né
costituisce un particolare secondario il fatto che il giovane Giovanni Battista Montini,
per ragioni familiari e di salute, sia stato "alunno esterno" del seminario di
Brescia e abbia compiuto il corso degli studi preparatori al sacerdozio fuori di
quellambiente seminariale che, nei primi anni del Novecento ancora scossi dalla
recente bufera modernista, era raramente anche in città, come Brescia, di
tradizionale apertura luogo di incrocio delle diverse correnti di pensiero.
I viaggi di studio allestero (non infrequenti in
quegli anni, ma nemmeno abituali nel clero) lo misero precocemente in contatto con la cultura
europea. Decisivo, sotto questo aspetto, il soggiorno parigino degli anni 20 che lo
mise in contatto con quella cultura francese a cominciare da Jacques Maritain di
cui fu uno dei primi traduttori italiani e che, molti anni più tardi, "osò"
citare in una nota della Populorum Progressio che fa esplicito riferimento (cf n.
42) ad Humanisme intégral che sarà sino alla fine una delle costanti della
sua cultura, come lucidamente ha messo in evidenza il suo grande amico Jean Guitton.
Egualmente importante lesperienza di assistente
nazionale della Fuci. Per questa via il giovane sacerdote si immetteva nel travaglio degli
intellettuali italiani di quegli anni, instaurando una fitta rete di rapporti con alcuni
dei migliori esponenti della nuova generazione cattolica, da Gonella a Paronetto, da
Bendiscioli a Righetti. La Fuci rappresentò, per Montini, il luogo naturale nel quale
riflettere sul rapporto fra cristianesimo e cultura moderna e insieme losservatorio
dal quale muovere per porsi il problema dellincontro fra cattolicesimo e modernità:
incontro che, come è stato reiteratamente posto in evidenza, rappresenta la chiave di
volta per la lettura del Concilio Ecumenico Vaticano II, alla cui fase centrale e
conclusiva papa Paolo VI dette un contributo determinante.
Della sua inesausta "curiosità" intellettuale
rimangono preziose e significative testimonianze: dalla sua biblioteca (nella quale
figurano non solo volumi di teologia ma anche scritti di filosofia, saggi e romanzi) alla
decisione di aprire nei Musei vaticani una sezione di arte sacra contemporanea: divenendo
lettore di alcune delle migliori espressioni della modernità e propositore di esse nel
recinto fino ad allora "riservato" delle raccolte vaticane, offriva in tal modo
a tutta la Chiesa una determinante indicazione di metodo.
E proprio sul rapporto esistente fra Montini e la cultura
moderna è del resto fiorita una ricca aneddotica. Si narra, ad esempio, che, dopo averlo
sentito parlare con entusiasmo de Il potere e la gloria, il grande romanzo
religioso di Graham Green, un giovane e un poco ingenuo interlocutore gli domandasse se
fosse al corrente che il romanzo era stato messo allIndice. «Ah, sì?...» fu il
disincantato commento dellallora monsignore Montini. Uomo di lucida ortodossia e di
esemplare, per non dire ascetica, moralità, egli era tuttavia completamente alieno dal
bigottismo e dal conformismo: omnia probare per operare poi il necessario
discernimento era un costante punto di riferimento della sua vita.
Un incontro con la
modernità senza irenismi o sincretismi
Nulla di meno "intellettualistico", tuttavia, di
questo suo atteggiamento: che non nasceva dal desiderio di volere apparire à la page,
dalla preoccupazione di sentirsi superato dal corso della storia o da una sorta di
anticonformismo recepito negli anni giovanili allorché sulla bresciana Fionda faceva
le sue prime e vivaci prove giornalistiche , ma piuttosto dalla precisa
consapevolezza che il rinnovato incontro fra Chiesa e cultura moderna (quella che Giovanni
Paolo II chiamerà poi «nuova evangelizzazione») passava necessariamente attraverso la
lucida e responsabile immersione in quel coacervo di luci e di ombre, di verità e di
errori, che era il gran mare della modernità; un mare nel quale Montini seppe immergersi
con una profondità sconosciuta ai pur grandi pontefici che lo avevano preceduto. È
stata, questa, la lezione più preziosa che Montini ha impartito alla Chiesa del suo tempo
e leredità più significativa che ha lasciato ai cristiani della fine del secondo
Millennio cristiano. Si trattava e si tratta senza rinunziare allannuncio di
tutta la verità, senza facili irenismi, senza deteriori sincretismi di amare sino
in fondo il proprio tempo e di cercare di coglierne lanima profonda attraverso la
via privilegiata della cultura. Era ed è questo lautentico servizio che ogni
intellettuale può e deve rendere alla Chiesa in cammino nella storia, partecipe delle
gioie e delle sofferenze degli uomini, nello stile del forse più "montiniano"
testo del Concilio Vaticano II, il potente esordio della Gaudium et Spes.
Questo "intellettuale europeo" che da Brescia era
giunto a Roma "via Parigi" rendeva in tal modo la più lucida testimonianza a
quella Chiesa che tanto aveva amato e dalla quale aveva tanto sofferto, per le di lei
debolezze e pigrizie. Parlare oggi di "progetto culturale" come di una nuova
frontiera della Chiesa italiana (e non soltanto di essa) non sarebbe possibile senza la
memoria di quella grande stagione intellettuale che fu quella di Giovanni Battista
Montini.
Giorgio Campanini
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