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EDITORIALE

MONTINI: UN INTELLETTUALE EUROPEO

di Giorgio Campanini
    
   

Letture n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page Animatore della Fuci e artefice del Vaticano II, fu tra i primi a tradurre Maritain, citandolo nella "Populorum Progressio". Volle una sezione d’arte contemporanea nei Musei vaticani, amò il suo tempo e cercò di coglierne l’anima attraverso la via privilegiata della cultura.

Un importante centenario, come quello di Giovanni Battista Montini-Paolo VI (18971978), può essere, ed è stato effettivamente, ricordato sotto diverse angolazioni, prima fra tutte il decisivo apporto che questo pontefice ha recato alla vita della Chiesa e all’aggiornamento delle sue strutture, della sua proposta, del suo messaggio, in costante dialogo con gli uomini del proprio tempo. Qui vorremmo riproporre questa grande figura del cattolicesimo italiano in un’ottica un poco particolare, quella che prende le mosse da una definizione di papa Montini come di un intellettuale europeo. Può sembrare paradossale, se non addirittura sconveniente, definire "intellettuale" un pontefice; ma in verità ogni papa è a suo modo un "intellettuale", per il fatto stesso di avere alle spalle lunghi curricula di studi e di avere redatto corposi e impegnativi documenti. Ma, se "intellettuale" in senso lato ogni pontefice dell’età moderna è in qualche modo sempre, papa Montini lo è stato in modo particolare: nel senso che – a differenza di quanto è avvenuto per molti dei papi che l’hanno preceduto – il suo rapporto con la cultura non è stato marginale e periferico ma essenziale e centrale.

Alunno esterno a Brescia e viaggi di studio a Parigi

La sua passione per la cultura nasce già negli anni giovanili, in quella Brescia del primo Novecento che è caratterizzata, anche per la presenza di eminenti personalità ecclesiali, da un vivace dibattito culturale. Né costituisce un particolare secondario il fatto che il giovane Giovanni Battista Montini, per ragioni familiari e di salute, sia stato "alunno esterno" del seminario di Brescia e abbia compiuto il corso degli studi preparatori al sacerdozio fuori di quell’ambiente seminariale che, nei primi anni del Novecento ancora scossi dalla recente bufera modernista, era raramente – anche in città, come Brescia, di tradizionale apertura – luogo di incrocio delle diverse correnti di pensiero.

I viaggi di studio all’estero (non infrequenti in quegli anni, ma Papa Montini nemmeno abituali nel clero) lo misero precocemente in contatto con la cultura europea. Decisivo, sotto questo aspetto, il soggiorno parigino degli anni ’20 che lo mise in contatto con quella cultura francese – a cominciare da Jacques Maritain di cui fu uno dei primi traduttori italiani e che, molti anni più tardi, "osò" citare in una nota della Populorum Progressio che fa esplicito riferimento (cf n. 42) ad Humanisme intégral – che sarà sino alla fine una delle costanti della sua cultura, come lucidamente ha messo in evidenza il suo grande amico Jean Guitton.

Egualmente importante l’esperienza di assistente nazionale della Fuci. Per questa via il giovane sacerdote si immetteva nel travaglio degli intellettuali italiani di quegli anni, instaurando una fitta rete di rapporti con alcuni dei migliori esponenti della nuova generazione cattolica, da Gonella a Paronetto, da Bendiscioli a Righetti. La Fuci rappresentò, per Montini, il luogo naturale nel quale riflettere sul rapporto fra cristianesimo e cultura moderna e insieme l’osservatorio dal quale muovere per porsi il problema dell’incontro fra cattolicesimo e modernità: incontro che, come è stato reiteratamente posto in evidenza, rappresenta la chiave di volta per la lettura del Concilio Ecumenico Vaticano II, alla cui fase centrale e conclusiva papa Paolo VI dette un contributo determinante.

Della sua inesausta "curiosità" intellettuale rimangono preziose e significative testimonianze: dalla sua biblioteca (nella quale figurano non solo volumi di teologia ma anche scritti di filosofia, saggi e romanzi) alla decisione di aprire nei Musei vaticani una sezione di arte sacra contemporanea: divenendo lettore di alcune delle migliori espressioni della modernità e propositore di esse nel recinto fino ad allora "riservato" delle raccolte vaticane, offriva in tal modo a tutta la Chiesa una determinante indicazione di metodo.

E proprio sul rapporto esistente fra Montini e la cultura moderna è del resto fiorita una ricca aneddotica. Si narra, ad esempio, che, dopo averlo sentito parlare con entusiasmo de Il potere e la gloria, il grande romanzo religioso di Graham Green, un giovane e un poco ingenuo interlocutore gli domandasse se fosse al corrente che il romanzo era stato messo all’Indice. «Ah, sì?...» fu il disincantato commento dell’allora monsignore Montini. Uomo di lucida ortodossia e di esemplare, per non dire ascetica, moralità, egli era tuttavia completamente alieno dal bigottismo e dal conformismo: omnia probare per operare poi il necessario discernimento era un costante punto di riferimento della sua vita.

Un incontro con la modernità senza irenismi o sincretismi

Nulla di meno "intellettualistico", tuttavia, di questo suo atteggiamento: che non nasceva dal desiderio di volere apparire à la page, dalla preoccupazione di sentirsi superato dal corso della storia o da una sorta di anticonformismo recepito negli anni giovanili – allorché sulla bresciana Fionda faceva le sue prime e vivaci prove giornalistiche –, ma piuttosto dalla precisa consapevolezza che il rinnovato incontro fra Chiesa e cultura moderna (quella che Giovanni Paolo II chiamerà poi «nuova evangelizzazione») passava necessariamente attraverso la lucida e responsabile immersione in quel coacervo di luci e di ombre, di verità e di errori, che era il gran mare della modernità; un mare nel quale Montini seppe immergersi con una profondità sconosciuta ai pur grandi pontefici che lo avevano preceduto. È stata, questa, la lezione più preziosa che Montini ha impartito alla Chiesa del suo tempo e l’eredità più significativa che ha lasciato ai cristiani della fine del secondo Millennio cristiano. Si trattava e si tratta – senza rinunziare all’annuncio di tutta la verità, senza facili irenismi, senza deteriori sincretismi – di amare sino in fondo il proprio tempo e di cercare di coglierne l’anima profonda attraverso la via privilegiata della cultura. Era ed è questo l’autentico servizio che ogni intellettuale può e deve rendere alla Chiesa in cammino nella storia, partecipe delle gioie e delle sofferenze degli uomini, nello stile del forse più "montiniano" testo del Concilio Vaticano II, il potente esordio della Gaudium et Spes.

Questo "intellettuale europeo" che da Brescia era giunto a Roma "via Parigi" rendeva in tal modo la più lucida testimonianza a quella Chiesa che tanto aveva amato e dalla quale aveva tanto sofferto, per le di lei debolezze e pigrizie. Parlare oggi di "progetto culturale" come di una nuova frontiera della Chiesa italiana (e non soltanto di essa) non sarebbe possibile senza la memoria di quella grande stagione intellettuale che fu quella di Giovanni Battista Montini.

Giorgio Campanini

    

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