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L’ALBANIA NEL CUORE D’UN GESUITA (1)

di Alessandro Scurani


Letture n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page Padre Valentini, primo direttore di "Letture", dovette fuggire inseguito da una condanna a morte, ma non cessò di promuovere la cultura albanese, alla quale dedicò la sua vita di studioso. Le considerazioni inedite sul Paese e su quanto vi succedeva negli anni dell’isolamento.

Il 14 gennaio 1946 don Giovanni Saldarini, il futuro cardinale di Torino, allora assistente del gruppo Unitas nel Seminario di Venegono Inferiore (Varese), scriveva al gesuita padre Giuseppe Valentini, rientrato due anni prima dall’Albania:

Rev.mo P. Valentini,
si avvicina l’ottavario per l’Unità della Chiesa e noi, ricordandoci del suo desiderio di parlarci dell’Albania, dove tante esperienze ha fatto e tante cose ha conosciuto, brameremmo proprio di averla tra noi, perché ce le abbia a narrare, rendendoci noto un mondo del tutto nuovo per noi. [...]

Se potesse venire giovedì, 23 c.m., sarebbe meglio perché avremmo una giornata intera a disposizione. Peraltro, purché venga, qualsiasi altro giorno dell’Ottavario è sempre buono.

Siccome poi sappiamo che alcuni dei loro Padri, tornati dall’Albania, erano di Rito Orientale, desidereremmo averne qualcuno tra noi per celebrare in tale rito. Se lei ne avesse sottomano qualcuno o a Milano o a Gallarate, ci farebbe una vera gentilezza a farcelo sapere per così poterlo invitare [...]

Per il gruppo Unitas
don Giovanni Saldarini

Padre Valentini era già allora considerato uno dei maggiori esperti di lingua e cultura albanese. Era stato in Albania a più riprese. La prima volta nel 1922. Rientrato nel 1924 per lo studio della Filosofia, vi ritornò nel 1926. Di nuovo in Italia nel 1928 per la Teologia, fu ordinato sacerdote nel 1930. Nel 1932 ripartì per Scutari. Dopo il Terz’anno di noviziato a Firenze nel 1934, ritornò finalmente in Albania nel 1935, dove rimase fino al 1943, quando il Paese cadde in mano ai comunisti. Nel collegio e nel seminario di Scutari egli insegnò Lettere e Scienze, Ginnastica e Musica. È dopo il terzo soggiorno – quello del 19261928 – che incominciò a rivelare una notevole conoscenza dell’Albania e della sua lingua. Nel 1929, a Chieri, pubblicò un opuscolo: Il collegio saveriano negli ultimi cinquant’anni. L’anno seguente scrisse in albanese una biografia di Garcìa Moreno.

Una foto giovanile di padre Valentini Una foto giovanile di padre Valentini

Dopo il Terz’anno le sue opere si moltiplicarono: traduzioni in albanese del Polieucte di Corneille e del Saul dell’Alfieri (19361938); un libro di poesie; un Saggio di un regesto storico dell’Albania (19371940) in collaborazione con padre Fulvio Cordignano, premiato dall’Accademia d’Italia. Nel 1940 iniziò anche una cronologia albanese che, partendo dal 313, giungeva fino al secolo XIII. Ne furono pubblicati i primi due volumi. Una traduzione e un commento al Vangelo di san Marco furono distrutti in tipografia dall’arrivo dei comunisti. Intanto aveva fondato due riviste: Il Messaggero del Sacro Cuore e Leka. Su quest’ultima usciva a puntate Nomenclatur, un dizionario bibliografico albanese, anche questo interrotto dai comunisti. Dal 1941 era passato a Tirana, dove fu eletto membro dell’Istituto di Studi Albanesi e segretario del Consiglio. In tale qualità redasse gli Atti del primo convegno di studi Albanesi in Italia. Ormai era un’autorità nel campo dell’albanologia. Gli Albanesi dicevano che parlava la loro lingua meglio di loro stessi.

Sul finire del 1943 i comunisti albanesi, approfittando di una imprudenza dei seminaristi di Scutari – la stampa e la diffusione clandestina di un manifesto –, occuparono collegio e seminario e arrestarono il superiore della Missione, padre Giovanni Fausti, il rettore del seminario, padre Daniele Dajani e il prefetto dei seminaristi, padre Giacomo Gardin. Dopo una burla di processo, condannarono Fausti e Dajani alla fucilazione e padre Gardin a vent’anni di lavori forzati. Assieme a Fausti e Dajani avrebbero messo volentieri al muro anche padre Valentini. Ma quando mandarono ad arrestarlo egli era già sulla nave, che salpava per l’Italia. Si trovò a Roma, all’Istituto Orientale, dove continuò i suoi studi sulle Chiese bizantine. Nell’ottobre del 1945 giunse a Milano, dove assumerà la direzione della rivista Letture, il cui primo numero uscirà nel gennaio del 1946.

Ma non dimenticò mai l’Albania. Mantenne i contatti con i fuorusciti albanesi, distinguendo gli amici fidati dalle spie governative e cercando di ricavarne notizie utili da trasmettere al Vaticano. Nel 1950 partecipò al concorso per la cattedra di Lingua e Letteratura albanese indetto dall’Università di Palermo. Si piazzò primo nella terna, ma l’Università gli preferì il secondo, il professor Petrotta. Nel 1952 ottenne uno straordinariato, che divenne ordinariato il 15 dicembre 1955. Gli fu affidato anche, nel 1953, un incarico rinnovabile per la cattedra di Filologia bizantina e, dal 1963, quello della cattedra di Letteratura cristiana antica.

A Palermo, dove prese a risiedere abitualmente, fondò il Centro Internazionale di Studi Albanesi e riprese le sue pubblicazioni sull’Albania: Il diritto delle comunità nella tradizione giuridica albanese, nel 1956; La legge delle montagne albanesi nelle relazioni della missione volante, 18801932, nel 1969. Dal 1968 al 1973 uscirono i due volumi degli Acta Albaniae Juridica e dal 1967 in poi redasse i trenta volumi degli Acta Albaniae Veneta, saec. XIV et XV, che gli diedero fama internazionale. Vide pubblicati solo i primi venticinque volumi, ma l’opera era completa e consegnata in tipografia fin dal 1976. Si lamentava di non aver potuto attendere agli indici analitici, dove avrebbe profuso la sua straordinaria conoscenza di costumi e tradizioni albanesi. Una bibliografia di e su padre Valentini è in Letture del novembre 1980 (pagg. 787-792).

L’interesse per le Chiese di rito bizantino e i suoi contatti con la diocesi di Piana degli Albanesi lo avevano indotto a chiedere alla Sacra Congregazione per le Chiese orientali di poter passare al rito bizantino. Si fece una veste dalle ampie maniche, adottò la liturgia di san Giovanni Crisostomo, prese a recitare il breviario orientale. Vi scoprì tesori insospettati e s’innamorò sempre più di quella liturgia ricca e profonda. Si dedicò con assiduità allo studio dell’architettura sacra bizantina, delle icone, dei simboli. Imparò a decifrarli, ricavandone significati teologici squisiti. Alla sua morte aveva raccolto circa trentamila diapositive di mosaici e immagini bizantine, per non parlare delle riproduzioni su carta. L’ultima sua fatica, quasi conclusa, fu una analisi di questo immenso materiale, distinto per simboli e soggetti teologici. Vi lavorò gli ultimi tre anni, in clinica. In occasione del Concilio Vaticano II fu tra gli esperti per le Chiese orientali.

Suggerimenti alla Nunziatura

Tra i dattiloscritti lasciati da padre Valentini abbiamo trovato alcune annotazioni e suggerimenti da lui trasmessi alla Nunziatura o in Vaticano. Rivelano una sua interpretazione della situazione albanese e indicano alcune semplici premesse, che possono spiegare l’esito recente degli avvenimenti in quell’infelice Paese.

Una serena immagine di p. Valentini negli ultimi anni della sua vita Una serena immagine di
p. Valentini negli ultimi anni
della sua vita

Preoccupazione costante del governo albanese fu di conciliare autonomia e solidarietà con gli altri Paesi comunisti prima, con gli altri Paesi europei poi. Aderendo in un primo tempo al progetto moscovita di unire in una grande federazione tutti i Paesi balcanici, quando Tito attuò lo strappo da Mosca, l’Albania accentuò la propria autonomia dalla Jugoslavia, costituendo una testa di ponte sul Mediterraneo per l’Unione Sovietica. Kruscev ricucì lo strappo e l’Albania trovò conveniente salvaguardare la propria autonomia legandosi sempre più strettamente alla Cina contro la Russia, nuovamente alleata della Jugoslavia. La Cina si servì dell’Albania come di un suo portavoce all’Onu, dove non era stata ammessa per il veto degli Usa, alleati di Taiwan. Ma il 25 ottobre 1971 la Cina fu ammessa finalmente all’Onu. Scriveva padre Valentini:

L’attuale regime albanese si sente ora isolato, non avendo più la Cina bisogno dell’Albania per la rappresentanza all’Onu, né per base alle proprie attività propagandistiche in Europa.

Si sente minacciato perché, a una morte di Tito, potrebbe ricadere, con la Jugoslavia, o sotto la Jugoslavia, nella zona di influenza sovietica, con conseguente defenestrazione della cricca attualmente al potere, già da tempo invisa all’Urss.

È quindi presumibile che vada sondando per una qualche intesa col mondo occidentale.

Naturalmente, secondo il vecchio principio: «qui bene guerrizat bene pactizat», cercherà dapprima di mettersi in posizione di baldanza in modo da estorcere i patti più favorevoli. Così va forse interpretata la campagna del detto regime contro la Santa Sede, e i continui reiterati attacchi alla Russia e all’America, nonché all’Italia.

In tale situazione potrebbe essere indicato che si sensibilizzasse il Governo Italiano alla questione albanese, dato che, ricadendo la Baia di Valona in mano ai Sovietici, la minaccia all’Italia sarebbe gravissima.

Il Governo Italiano dovrebbe prevedere una possibile mossa d’approccio albanese, ed esser preparato a controrichieste non solo commerciali, ma, in prima linea, a quella di una reale osservanza della Carta dei Diritti dell’uomo che sta alla base dell’Onu.

Analogamente potrebbe essere indicato relativamente alla Nato e alle altre Potenze dell’Onu, specialmente agli Usa, all’Inghilterra e alla Germania Federale, a cui c’è la maggior probabilità che il regime albanese si rivolgerebbe, essendo il loro prestigio tradizionalmente sentito in Albania.

Segue: L'Albania nel cuore di un gesuita - 2
      

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