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| A LEZIONE DI "MEDIA EDUCATION" di Guido Michelone |
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Non è tanta la narrativa che parla di televisione (si possono citare
Oltre il giardino di Kosinski, Zapping di Daeninckx, Talk show di Doninelli, Azzurro troppo
azzurro di Di Stefano, Il cerchio magico di Susanna
Tamaro). Meglio la saggistica che affronta la materia da interessanti prospettive
metodologiche, dai cultural studies alla media education, dalla sociologia alla semiotica.
Parecchi discutono i rapporti tra studenti e piccolo schermo. A scuola di media (La Scuola) di
Len Masterman è il testo fondativo; Arrivederci,
ragazzi (Vita e Pensiero), a cura di Cristiana
Ottaviano e Pier Cesare Rivoltella, è una raccolta di studi sulle interazioni tra minori
e televisione; Oltre la Tv, di Gabriella Abate e Beppe Brunetto (Sei), è unindagine di due
insegnanti allinterno della realtà scolastica; Cosa
fa la Tv ai bambini? (Elledici), di Ben Bachmair,
è un rapporto dalle elementari tedesche sugli effetti anche positivi della cultura
audiovisiva; mentre Cara Tv con te non ci sto più
(Angeli), di Mario Lodi, Alberto Pellai e Vera Slepoj,
è una critica piuttosto severa sugli attuali palinsesti italiani da parte di pedagogisti
e psicologi; e infine Storia delle teorie della
comunicazione (Lupetti), di Armand e Michèle
Mattelart, è il tentativo di percorrere cronologicamente il dibattito teorico sui media. GLI ITALIANI CI SCHERZANO SOPRA Nel nostro Paese il cinema inizia a parlare di Tv soprattutto in chiave parodistica: celeberrimo in tal senso Totò, lascia o raddoppia? di Camillo Mastrocinque (1956), dove il comico partenopeo si cala nei panni dello sprovveduto concorrente nel primo gioco a premi di Mike Bongiorno, con lallora giovane presentatore ad interpretare sé stesso. In linea con la sorridente denuncia della commedia allitaliana si trovano da un lato lepisodio Guglielmo il dentone nel film I complessi (1965) di Luigi Filippo DAmico con Alberto Sordi, in cui la satira viene diretta al meccanismo perverso dei concorsi e delle assunzioni in una Rai molto guardinga, ma ligia a cavilli e censure; e dallaltro, Signore e signori, buonanotte di Comencini, Loy, Magni e Scola (1976): una sequela di sketch talvolta spassosissimi dove la presa in giro, spesso arguta e tagliente, è rivolta al Telegiornale.
Persino il maestro Federico Fellini dice la sua sullimmondo bazar delle emittenti private con il grottesco Ginger e Fred (1985): due anziane glorie dellavanspettacolo (la Masina e Mastroianni) chiamate a commemorare sé stesse in mezzo a volgarità, ignoranza, pressappochismo, spavalderia. Ancora più divertente, in quanto a estro registico, lidea di Maurizio Nichetti con Ladri di saponette (1989) che, equivocando sul quasi omonimo capolavoro di Vittorio De Sica, contrappone il remake neorealista con paradossali interruzioni, non solo pubblicitarie, durante la messa in onda del lungometraggio. Un film nel film, insomma, una finissima caricatura sullinvadenza degli spot nella routine quotidiana.
E, infine, a Carlo Verdone in Perdiamoci di vista (1994) non resta che prendere di mira lultima trovata del piccolo schermo: il conduttore, ipocrita, saccente, presuntuoso, che gioca con i sentimenti del pubblico. ULTIME NOTIZIE DAL "NIRVANA" Sono così tanti i film che parlano di televisione che è meglio ricondurli a filoni o tematiche. Esistono ad esempio i lungometraggi che si occupano dei personaggi dei telegiornali: Sindrome cinese (James Bridges, 1979), Ultime notizie (Mike Robe, 1986), Cambio marito (Ted Kotcheff, 1987), Dentro la notizia (James Brooks, 1987), Da morire (Gus Van Sant, 1995); le pellicole che hanno come riferimento il problema dei servizi speciali: Il cavaliere elettrico (Sidney Pollack, 1979), La morte di Mario Ricci (Claude Goretta, 1983), Lanno del dragone (Michael Cimino, 1985), Prêt-à-porter (Robert Altman, 1994); o hanno quali protagonisti inviati e reporters: Linea di fuoco (Nathaniel Gutman, 1986), Professione reporter (Michelangelo Antonioni, 1974), Obiettivo mortale (Richard Brooks1982), Troppo sole (Giuseppe Bertolucci, 1994); con sconfinamenti nella Tv-verità in: Grog (Francesco Laudadio, 1982), La morte in diretta (Bertrand Tavernier, 1980), Kika (Pedro Almodóvar, 1993), Sud (Gabriele Salvatores, 1993). Anche i generi televisivi divengono oggetto di rappresentazioni cinemato grafiche: il talk show in Public Access (Bruyan Singer, 1993) e Lamico dinfanzia (Pupi Avati, 1994); il gioco a premi in Quiz Show (Robert Redford, 1994); il varietà musicale in Il papocchio (Renzo Arbore, 1980). Qualche opera mostra invece lutopia negativa di scenari futuri tra video, computer , new mediae realtà virtuali: Osterman Weekend (Sam Peckinpah, 1983), Orwell 1984 (Michael Radford, 1984), Fino alla fine del mondo (Wim Wenders, 1991). Altre ancora puntano decisamente alla fantascienza tecnologica: Essi vivono (John Carpenter, 1988), Max Headroom (Morton e Jankel, 1985), Johnny Mnemonic (Robert Longo, 1995), Strange Days (Kathryn Bigelow, 1995), Nirvana (Gabriele Salvatores, 1997). Bisognerebbe infine ripensare ad alcuni piccoli capolavori
in grado di suscitare una vera e propria riflessione filosofica sul destino del medium stesso: Oltre il giardino (Hal Asby, 1979),
Videodrome (David
Cronenberg, 1983), Lisbon Story (Wim Wenders, 1994), sia pure in maniere eterogenee, aiutano a porre
seri interrogativi a chi fa, vede o subisce la televisione. |
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