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IL GRANDE SCHERMO ACCUSA IL PICCOLO

di Guido Michelone


Letture n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page La televisione ha raggiunto la supremazia, ma è rimasta una fabbrica di sogni, mentre è il cinema ad aprire più finestre sul mondo, mantenendo un livello artistico che la Tv ha sacrificato invece alla superficialità. Le tante pellicole che aggrediscono il nuovo "focolare domestico".

In questi ultimi decenni si è attuato un passaggio di consegne dal cinema alla televisione, come mass medium predominante, un passaggio ancor più radicale di quello attuato dal cinematografo nei confronti del teatro all’inizio del secolo: pur trattandosi di identico linguaggio (audiovisivo, di immagini in movimento), il diverso supporto tecnologico dal grande al piccolo schermo – rispettivamente meccanico ed elettronico, quasi a dire moderno e postmoderno, hard tech e soft tech – crea le premesse per una significativa metamorfosi delle abitudini civili, del costume sociale, del comportamento psicologico: in una parola, l’immaginario da pubblico diviene privato.

Un mezzo collettivo e uno individuale

Mentre il cinema resta fondamentalmente spettacolo collettivo, che si consuma nella ritualità del buio avvolgente di una sala più o meno gremita, la televisione impone ormai una fruizione individuale nella duplice accezione di individualista e individualistica.

Mai come oggi, a livello di comportamento, è facilmente osservabile la logica che separa e diversifica i vecchi dai nuovi audiovisivi: mentre ci si vergogna di andare al cinema da soli e si preferisce la compagnia di amici, per vedere la televisione in casa le famiglie tendono a porre un apparecchio per ogni stanza, in modo da evitare discussioni sul programma da selezionare; anche la presunta funzione unificante del medium a capotavola ottiene risultati alquanto contraddittori se riferiti ai litigi per il possesso del telecomando o per il desiderio di influire sulle altrui scelte.

Quinto Potere (1976), diretto da Sidney Lumet Quinto Potere (1976),
diretto da Sidney Lumet

Ma il rapporto tra grande e piccolo schermo va anche oltre le relazioni con il pubblico di cine o telespettatori: i discorsi che i due media intrecciano sono assai più complessi, talvolta confusi o contraddittori. Accantonando per il momento il problema di ciò che la televisione fa per il cinema (o contro di esso, a seconda dei punti di vista) come la messa in onda dei film sulle diverse reti, è importante chiedersi cosa faccia il grande schermo nei confronti di quello piccolo, come ne segua i primi incerti cammini – l’invenzione della Tv risale al 1926, anno in cui il cinematografo vara il sonoro –, fino all’attuale pervasiva globalizzazione.

Occorre subito constatare che da un lato i film dedicati all’argomento sono abbastanza rari e piuttosto recenti in confronto a quelli dedicati a mezzi espressivi paralleli come teatro, moda, giornalismo, radio, fumetto, pittura; dall’altro lato lo sguardo sul nuovo mezzo elettronico è quasi sempre inquieto e inquietante, talvolta sovraccarico di tensione, pessimismo, ribrezzo: è la capacità dei registi di leggere nel fenomeno, con analitica preveggenza, i segni del presente e del futuro, fino a giungere a un’autorevolezza ed esemplarità davvero assolute nel ricostruire, per immagini e con la fiction, la storia del mezzo stesso.

In tal senso, sia sul piano informativo sia su quello didattico, rivedere le pellicole (soprattutto quelle americane) che meglio inscenano vizi e virtù del "focolare elettronico" risulta molto più utile e dilettevole del riproporre scolasticamente le fonti di repertorio degli archivi Rai o Mediaset: nella consapevolezza di una narrazione spesso apparentata a generi codificati (thriller, poliziesco, fantascienza, avventura), il cinema che parla di televisione diventa quindi un validissimo espediente per scoprire le peculiarità di entrambi i media, nel voler raccontare, più o meno direttamente, qualcosa in più sul come l’uno e l’altro in realtà funzionano.

Tre celebri casi limite

A tale proposito si possono evidenziare tre celebri esempi di come il cinema registri e verifichi l’impatto televisivo in una direzione totalizzante, che non è la sola possibile, ma che appare quella più macroscopicamente indagata dagli autori di varie generazioni, fino a estremizzarne il ruolo propagandistico, talvolta dittatoriale. Un volto nella folla (1957) di Elia Kazan, Quinto potere (1976) di Sidney Lumet e Assassini nati (1994) di Oliver Stone scandiscono le tappe principali del modello televisivo statunitense (ben presto importato anche in Europa), simboleggiando rispettivamente il passato remoto, l’attualità, il futuro prossimo di una condizione mediologica intrisa della stessa appartenenza a un tempo quasi cristallizzato nel suo quotidiano perpetuarsi, quasi a dire che la Tv in Usa degli ultimi quarant’anni, dietro le apparenze, non è cambiata di molto. In questi come in quasi tutti i film che parlano della televisione vengono forse descritti casi limite, per rimarcare ancor più palesemente una linea di denuncia contro i pericoli incombenti e una condotta di seria preoccupazione di fronte ad abusi e degenerazioni.

"Un volto nella folla" (1957), di Kazan "Un volto nella folla" (1957),
di Kazan

Infatti Un volto nella folla (A face in the crowd) mostra come un ex galeotto diventi un opinion leader prestigioso: più che impadronirsi realmente degli strumenti della comunicazione, resta al contempo vittima e carnefice di un sistema che, dietro le quinte, è in grado di imporre al pubblico sempre più forti condizionamenti.

Quinto potere (The Network) non solo porta alle estreme conseguenze il ruolo dell’anchor man demagogo e onnipotente, ma svela gli assurdi intrighi ai quali sono costretti, e al contempo morbosamente interessati, i dirigenti di una mediogrande emittente per aumentare gli indici d’ascolto, tra cinismo e disprezzo dell’essere umano, in nome del tornaconto economico.

Dal canto suo, Assassini nati (Natural born killer) coinvolge tutto e tutti in una realtà dove niente e nessuno sembrerebbero più capaci di distinguere il vero dal falso: al di là delle immagini volutamente scioccanti, l’operazione è insistentemente moralista con quel suo guardare al mezzo televisivo come fagocitatore di nefandezze assai più gravi della criminalità medesima, rimescolando però il giudizio critico in un cinema già in balia delle tecnologie elettroniche, delle quali il film sembra ormai prigioniero tra grottesco, avanguardia e humour nero.

Solo finzione, per ora

L’ascesa ideologica o la scalata al successo di un singolo individuo nel primo caso, di un intero apparato nel secondo, di una vera e propria concezione del mondo nel terzo, mostrano come la televisione possa inglobare sempre maggiori energie fin quasi a cancellare qualsiasi alternativa sul piano comunicativo. Ma è qui che interviene il cinema a ricordare che da un lato ciò che mostra è per ora soltanto racconto, finzione, rappresentazione di ipotesi più o meno lontane, e che dall’altro spetta ai mezzi per così dire tradizionali, come la parola, la lettura, l’arte e gli stessi film, ispirare un solido avvicendamento tra le infinite risorse sul piano della cultura, dell’informazione, dello spettacolo.

Cinema e televisione, in definitiva, sembrerebbero due media perennemente in lotta fra loro: la vecchia antitesi sembra però rovesciata: è il primo ad aprire sempre più finestre sul mondo, mentre la seconda sembra rinchiusa nella sua fabbrica dei sogni; il primo a manifestare una supremazia per così dire artistica nei confronti di quella che forse a torto considera la sorella povera, e la seconda, una volta ribaltati i termini del successo quantitativo, a cercare affannosamente uno specifico e a rassicurare apocalittici e integrati della bontà e della necessità del suo esistere così com’è, ossia superficiale, ridondante, autocelebrativa.

Guido Michelone

Segue: A lezione di "Media Education"......
   
      

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