Letture - Home Page
DOSSIERVincenzo Consolo

IL SICILIANO CHE SOGNA LA LUNA

di Alberto Cadioli

Vincenzo Consolo

   

Letture n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page

Per l’autore di "Lunaria" e di "L’olivo e l’olivastro", pur ancorati alla realtà, scriviamo per sognare e l’astro notturno ne è il simbolo. Nella Sicilia, presa a metafora della civiltà occidentale, si nota l’importanza etica e politica della letteratura. La scelta intertestuale e gli sbocchi poetici.

Anno ricco di eventi, il 1963, per la letteratura italiana: ricordato, naturalmente, per gli accesi dibattiti suscitati dagli scrittori della neo-avanguardia, è anche l’anno della pubblicazione in volume di uno dei grandi libri del Novecento, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, e dell’esordio, tra altri, di due narratori accomunati dalla scelta del plurilinguismo: Vincenzo Consolo e Luigi Meneghello. I loro romanzi – La ferita dell’aprile e Libera nos a malo –, passati del tutto inosservati alla prima uscita, sono poi stati riconosciuti come le opere già mature di due autori tra i più rilevanti della narrativa contemporanea.

Il Dopoguerra sull’isola

In La ferita dell’aprile Consolo proponeva alcuni tratti poi ricorrenti in tutta la sua opera: il profondo legame con la Sicilia (lo scrittore è nato a Sant’Agata di Militello nel 1933), la tensione etica, la reinvenzione continua del linguaggio letterario. La narrazione di questo primo romanzo è ambientata, sullo sfondo dell’isola nell’immediato Dopoguerra, in un istituto tenuto da religiosi, dove il ragazzo protagonista compie gli studi. I segni della guerra sono ancora ben visibili e già si accende la battaglia politico-ideologica che dividerà l’Italia: gli istitutori non esitano ad accusare i «nuovi profeti» e i «banditori di nuove dottrine», indicando nella purezza lo strumento per sconfiggere il «male la corruzione il caos», segni visibili del peccato.

Consolo si fa testimone di quegli anni, dello scontro ideologico e di quello sociale (c’è un evidente richiamo all’eccidio di Portella della Ginestra). La ferita dell’aprile, tuttavia, più che un romanzo sul «problema del potere, considerato in tutte le sue più vistose e sottili implicazioni», o sulla «carica liberatoria della diversità (soprattutto giovanile)», o sull’«atteggiamento irridente, insofferente e caricaturale» di un mondo che si manifesta già come «sistema di poteri e storture, subalternità e divieti ben più diffuso e feroce», secondo la lettura data da Gian Carlo Ferretti nell’introduzione alla seconda edizione del 1989, sembra da collocare prima di tutto nel solco del romanzo di formazione.

Il narratore – che racconta in prima persona – ricorda a distanza di tempo la sua vita di ragazzo e gli eventi significativi degli anni scolastici: c’è l’amicizia da non tradire, i rapporti con i compagni, più o meno simpatici ma tutti ugualmente inseriti in una vita comunitaria di lezioni, di giochi, di gite; e naturalmente ci sono le trasgressioni, le ripicche, gli scontri personali, a volte specchio delle opposte posizioni politiche dei genitori. Anche le disattenzioni per le cerimonie e le funzioni religiose sembrano provocate più dalla insofferenza adolescenziale di rispettare le rigide consegne che da una consapevole trasgressione ideologica.

Per questo sembra eccessivo parlare di «conflitto tra repressori e ribelli tout-court, in un crescendo di spietata e cupa durezza» (ancora Ferretti). L’istituto è al centro della vita quotidiana, ma non lo è totalmente nei pensieri dell’io narrante, nel cui mondo ci sono ampi spazi di avventura e di gioco (le interminabili ore passate davanti al Monòpoli!), i primi sentimenti d’amore, il sesso intravisto, il desiderio della famiglia, ritrovata quando la madre vedova sposa il cognato. I dodici capitoli diventano dunque i tasselli di un vero e proprio Bildungsroman, le cui tappe sono a volte molto marcate: «ecco – pensavo – la vita è un gioco di maretta: aver l’occhio fino a capire il momento per gridare "arripa!" e scivolare col legno sulla cresta. Un po’ prima, un po’ dopo, sbagliare il tempo, per ansie o dubbi o titubanze, significa farsi pigliare sotto, e travolgere, e sbattere nel fondo».

La tragedia dello zio-padre

A maggior ragione va in questa direzione la tragedia finale: la serenità ritrovata con la famiglia è subito cancellata quando lo zio-padre, lavorando in condizioni rischiose, muore travolto da un fiume in piena. L’adolescenza è finita, improvvisamente, e la "formazione" è bruscamente interrotta: «Vendemmo la casa del paese [...] me n’andai a travagliare...».

Il punto di vista prevalente è quello del giovane io narrante e ad esso si riferisce il registro linguistico più ricorrente, nel quale si intrecciano, senza soluzione di continuità, la lingua italiana ormai conquistata da chi ha deciso di tornare con la scrittura sul passato, e la lingua del ricordo, ricca di voci dialettali, spesso introdotte dal discorso libero indiretto.

Mentre i dialoghi hanno i diversi caratteri linguistici dei personaggi che parlano (ci sono le espressioni dialettali in uso tra compagni di scuola e la lingua italiana dei superiori), nella parte narrata si manifesta l’originalità di una scrittura che si avvale del dialetto non in funzione mimetica, come nella narrativa neorealista dell’immediato Dopoguerra, ma per una personale ricreazione della lingua letteraria.

La ricerca sul linguaggio viene approfondita da Consolo in Il sorriso dell’ignoto marinaio che, uscito nel 1976, ottiene un ampio successo di critica. La narrazione si apre con le cospirazioni contro i Borboni, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, e si chiude con i processi ai popolani, che, sull’onda delle vittorie di Garibaldi, avevano compiuto saccheggi e ucciso ricchi e borghesi, credendo più in una diretta rivoluzione sociale che in un’idealizzata libertà.

Fin dal primo capitolo si trovano a confronto i due personaggi principali, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca e l’avvocato Giovanni Interdonato. Entrambi appartengono alla storia della Sicilia, il primo come stimato cultore di scienze naturali, noto studioso di malacologia e raffinato collezionista d’arte e di reperti archeologici, il secondo come uomo politico, esule a Parigi, negli anni ’50, per la sua attività di cospiratore, e, dopo il 1860, figura di spicco nei tribunali di Palermo e di Messina e senatore del Regno.

Nel loro primo incontro, sul bastimento che fa rotta da Lipari a Cefalù, Mandralisca non riconosce l’Interdonato travestito da marinaio: è tuttavia colpito dalla strana somiglianza dell’"ignoto marinaio" con il ritratto dipinto su una preziosa tavoletta appena acquistata e attribuita ad Antonello da Messina. Sui due volti c’è lo stesso strano sorriso: «Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà».

Narrazione interrotta da appendici

Proprio il sorriso sarà la chiave del riconoscimento di Interdonato da parte del barone, quando (nel secondo capitolo) l’esule si rivolge apertamente al Mandralisca per incontrare altri cospiratori nel tentativo di organizzare una rivolta a Cefalù, poi repressa nel sangue. E il sorriso ritorna più volte, rimandando sempre sia all’arguzia e al disincanto, sia all’intelligenza e alla pietà, che costituiscono una chiave di lettura della storia – e della Storia.

La narrazione è interrotta, tra il capitolo primo e il secondo, da due appendici, che presentano i progetti scientifici del barone, e da altre due, tra il capitolo secondo e il terzo, che riportano pagine storiche sul fallimento della rivolta di Cefalù, e memorialistiche sullo sbarco dei garibaldini a Marsala, queste ultime tratte dalle Noterelle di uno dei Mille di Giulio Cesare Abba. Tre appendici (un libello politico contro l’amnistia per alcuni rivoltosi, l’atto di morte di un bracciante giustiziato, il proclama di pacificazione del pro-dittatore della Sicilia) concludono infine il romanzo.

Trasgredita la struttura del romanzo

Fin dai primi capitoli, dunque, Il sorriso dell’ignoto marinaio rivela l’intenzione di Consolo di trasgredire ogni convenzionale struttura romanzesca, tanto più quella del "romanzo storico". Con un richiamo al lettore che sembra una parodia delle formule ricorrenti nelle narrazioni romanzesche, si introduce del resto un evidente riferimento agli studi di narratologia: «Dobbiamo ancora dire che il Bajona non sapeva leggere e che il Chinnici a decifrarlo ci metterà un anno? Quindi lo riportiamo qui di sotto, avendo del lettore gran rispetto, sapendo che alle volte il tempo vero e il tempo del racconto sono in disaccordo».

Le pagine saggistiche, scientifiche o storiche, richiedono al lettore un diverso passo di lettura, ma, nonostante il titolo di "appendice" sotto cui sono poste e la loro presentazione con un carattere di corpo minore, è subito evidente che esse sono compenetrate e non aggiunte alla narrazione. L’intertestualità diventa del resto una scelta narrativa programmata: lo scrittore non riscrive i fatti ma lascia la parola ai cronisti e agli storici, con il loro stile e il loro linguaggio, affidando al racconto l’approfondimento delle vicende individuali, delle crisi personali, del rapporto tra l’individuo e la Storia. L’osservazione è stata avanzata da Cesare Segre nell’introduzione alla seconda edizione del romanzo: «Rifiutandosi di narrare ciò che è già stato narrato, e preferendo soffermarsi su episodi sintomatici, su riflessioni e descrizioni [...]

Consolo realizza un romanzo storico che è la negazione del romanzo, come narrazione filata di una "storia", e della Storia, come esplicazione degli avvenimenti». Per questo si potrebbe dire che, ai nomi ricorrenti e inevitabili quando si parla della narrativa di Consolo – i narratori siciliani da Verga a Sciascia (verso il quale lo stesso scrittore ha più volte dichiarato il proprio debito) –, andrebbe aggiunto, almeno a titolo di confronto, quello di Manzoni teorico della differenza tra lo storico e il poeta e del difficile rapporto tra storia e invenzione. Consolo ricorre a due piani differenti, messi in risalto dalla diversità tipografica, ma li fa tuttavia interagire perseguendo una struttura originale, da inserire pienamente dentro le forme di un rinnovato romanzo.

Segue: Il siciliano che sogna la luna - 2
   

   Letture - Home Page
Periodici San Paolo - Home Page
Letture n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page