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Per
lautore di "Lunaria" e di "Lolivo e lolivastro", pur
ancorati alla realtà, scriviamo per sognare e lastro notturno ne è il simbolo.
Nella Sicilia, presa a metafora della civiltà occidentale, si nota limportanza
etica e politica della letteratura. La scelta intertestuale e gli sbocchi poetici.
Anno ricco di eventi, il 1963, per la letteratura italiana: ricordato,
naturalmente, per gli accesi dibattiti suscitati dagli scrittori della neo-avanguardia, è
anche lanno della pubblicazione in volume di uno dei grandi libri del Novecento, La
cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, e dellesordio, tra altri, di due
narratori accomunati dalla scelta del plurilinguismo: Vincenzo Consolo e Luigi Meneghello.
I loro romanzi La ferita dellaprile e Libera nos a malo ,
passati del tutto inosservati alla prima uscita, sono poi stati riconosciuti come le opere
già mature di due autori tra i più rilevanti della narrativa contemporanea.
Il Dopoguerra
sullisola
In La ferita dellaprile Consolo proponeva
alcuni tratti poi ricorrenti in tutta la sua opera: il profondo legame con la Sicilia (lo
scrittore è nato a SantAgata di Militello nel 1933), la tensione etica, la
reinvenzione continua del linguaggio letterario. La narrazione di questo primo romanzo è
ambientata, sullo sfondo dellisola nellimmediato Dopoguerra, in un istituto
tenuto da religiosi, dove il ragazzo protagonista compie gli studi. I segni della guerra
sono ancora ben visibili e già si accende la battaglia politico-ideologica che dividerà
lItalia: gli istitutori non esitano ad accusare i «nuovi profeti» e i «banditori
di nuove dottrine», indicando nella purezza lo strumento per sconfiggere il «male la
corruzione il caos», segni visibili del peccato.
Consolo si fa testimone di quegli anni, dello scontro
ideologico e di quello sociale (cè un evidente richiamo alleccidio di
Portella della Ginestra). La ferita dellaprile, tuttavia, più che un romanzo
sul «problema del potere, considerato in tutte le sue più vistose e sottili
implicazioni», o sulla «carica liberatoria della diversità (soprattutto giovanile)», o
sull«atteggiamento irridente, insofferente e caricaturale» di un mondo che si
manifesta già come «sistema di poteri e storture, subalternità e divieti ben più
diffuso e feroce», secondo la lettura data da Gian Carlo Ferretti nellintroduzione
alla seconda edizione del 1989, sembra da collocare prima di tutto nel solco del romanzo
di formazione.
Il narratore che racconta in prima persona
ricorda a distanza di tempo la sua vita di ragazzo e gli eventi significativi degli anni
scolastici: cè lamicizia da non tradire, i rapporti con i compagni, più o
meno simpatici ma tutti ugualmente inseriti in una vita comunitaria di lezioni, di giochi,
di gite; e naturalmente ci sono le trasgressioni, le ripicche, gli scontri personali, a
volte specchio delle opposte posizioni politiche dei genitori. Anche le disattenzioni per
le cerimonie e le funzioni religiose sembrano provocate più dalla insofferenza
adolescenziale di rispettare le rigide consegne che da una consapevole trasgressione
ideologica.
Per questo sembra eccessivo parlare di «conflitto tra
repressori e ribelli tout-court, in un crescendo di spietata e cupa durezza»
(ancora Ferretti). Listituto è al centro della vita quotidiana, ma non lo è
totalmente nei pensieri dellio narrante, nel cui mondo ci sono ampi spazi di
avventura e di gioco (le interminabili ore passate davanti al Monòpoli!), i primi
sentimenti damore, il sesso intravisto, il desiderio della famiglia, ritrovata
quando la madre vedova sposa il cognato. I dodici capitoli diventano dunque i tasselli di
un vero e proprio Bildungsroman, le cui tappe sono a volte molto marcate: «ecco
pensavo la vita è un gioco di maretta: aver locchio fino a capire il
momento per gridare "arripa!" e scivolare col legno sulla cresta. Un po
prima, un po dopo, sbagliare il tempo, per ansie o dubbi o titubanze, significa
farsi pigliare sotto, e travolgere, e sbattere nel fondo».
La tragedia dello
zio-padre
A maggior ragione va in questa direzione la tragedia
finale: la serenità ritrovata con la famiglia è subito cancellata quando lo zio-padre,
lavorando in condizioni rischiose, muore travolto da un fiume in piena. Ladolescenza
è finita, improvvisamente, e la "formazione" è bruscamente interrotta:
«Vendemmo la casa del paese [...] me nandai a travagliare...».
Il punto di vista prevalente è quello del giovane io
narrante e ad esso si riferisce il registro linguistico più ricorrente, nel quale si
intrecciano, senza soluzione di continuità, la lingua italiana ormai conquistata da chi
ha deciso di tornare con la scrittura sul passato, e la lingua del ricordo, ricca di voci
dialettali, spesso introdotte dal discorso libero indiretto.
Mentre i dialoghi hanno i diversi caratteri linguistici dei
personaggi che parlano (ci sono le espressioni dialettali in uso tra compagni di scuola e
la lingua italiana dei superiori), nella parte narrata si manifesta loriginalità di
una scrittura che si avvale del dialetto non in funzione mimetica, come nella narrativa
neorealista dellimmediato Dopoguerra, ma per una personale ricreazione della lingua
letteraria.
La ricerca sul linguaggio viene approfondita da Consolo in Il
sorriso dellignoto marinaio che, uscito nel 1976, ottiene un ampio successo di
critica. La narrazione si apre con le cospirazioni contro i Borboni, negli anni Cinquanta
dellOttocento, e si chiude con i processi ai popolani, che, sullonda delle
vittorie di Garibaldi, avevano compiuto saccheggi e ucciso ricchi e borghesi, credendo
più in una diretta rivoluzione sociale che in unidealizzata libertà.
Fin dal primo capitolo si trovano a confronto i due
personaggi principali, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca e lavvocato Giovanni
Interdonato. Entrambi appartengono alla storia della Sicilia, il primo come stimato
cultore di scienze naturali, noto studioso di malacologia e raffinato collezionista
darte e di reperti archeologici, il secondo come uomo politico, esule a Parigi,
negli anni 50, per la sua attività di cospiratore, e, dopo il 1860, figura di
spicco nei tribunali di Palermo e di Messina e senatore del Regno.
Nel loro primo incontro, sul bastimento che fa rotta da
Lipari a Cefalù, Mandralisca non riconosce lInterdonato travestito da marinaio: è
tuttavia colpito dalla strana somiglianza dell"ignoto marinaio" con il
ritratto dipinto su una preziosa tavoletta appena acquistata e attribuita ad Antonello da
Messina. Sui due volti cè lo stesso strano sorriso: «Un sorriso ironico, pungente
e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e
intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto
continuo di pietà».
Narrazione interrotta da
appendici
Proprio il sorriso sarà la chiave del riconoscimento di
Interdonato da parte del barone, quando (nel secondo capitolo) lesule si rivolge
apertamente al Mandralisca per incontrare altri cospiratori nel tentativo di organizzare
una rivolta a Cefalù, poi repressa nel sangue. E il sorriso ritorna più volte,
rimandando sempre sia allarguzia e al disincanto, sia allintelligenza e alla
pietà, che costituiscono una chiave di lettura della storia e della Storia.
La narrazione è interrotta, tra il capitolo primo e il
secondo, da due appendici, che presentano i progetti scientifici del barone, e da altre
due, tra il capitolo secondo e il terzo, che riportano pagine storiche sul fallimento
della rivolta di Cefalù, e memorialistiche sullo sbarco dei garibaldini a Marsala, queste
ultime tratte dalle Noterelle di uno dei Mille di Giulio Cesare Abba. Tre appendici
(un libello politico contro lamnistia per alcuni rivoltosi, latto di morte di
un bracciante giustiziato, il proclama di pacificazione del pro-dittatore della Sicilia)
concludono infine il romanzo.
Trasgredita la struttura
del romanzo
Fin dai primi capitoli, dunque, Il sorriso
dellignoto marinaio rivela lintenzione di Consolo di trasgredire ogni
convenzionale struttura romanzesca, tanto più quella del "romanzo storico". Con
un richiamo al lettore che sembra una parodia delle formule ricorrenti nelle narrazioni
romanzesche, si introduce del resto un evidente riferimento agli studi di narratologia:
«Dobbiamo ancora dire che il Bajona non sapeva leggere e che il Chinnici a decifrarlo ci
metterà un anno? Quindi lo riportiamo qui di sotto, avendo del lettore gran rispetto,
sapendo che alle volte il tempo vero e il tempo del racconto sono in disaccordo».
Le pagine saggistiche, scientifiche o storiche, richiedono
al lettore un diverso passo di lettura, ma, nonostante il titolo di "appendice"
sotto cui sono poste e la loro presentazione con un carattere di corpo minore, è subito
evidente che esse sono compenetrate e non aggiunte alla narrazione.
Lintertestualità diventa del resto una scelta narrativa programmata: lo scrittore
non riscrive i fatti ma lascia la parola ai cronisti e agli storici, con il loro stile e
il loro linguaggio, affidando al racconto lapprofondimento delle vicende
individuali, delle crisi personali, del rapporto tra lindividuo e la Storia.
Losservazione è stata avanzata da Cesare Segre nellintroduzione alla seconda
edizione del romanzo: «Rifiutandosi di narrare ciò che è già stato narrato, e
preferendo soffermarsi su episodi sintomatici, su riflessioni e descrizioni [...]
Consolo realizza un romanzo storico che è la negazione del
romanzo, come narrazione filata di una "storia", e della Storia, come
esplicazione degli avvenimenti». Per questo si potrebbe dire che, ai nomi ricorrenti e
inevitabili quando si parla della narrativa di Consolo i narratori siciliani da
Verga a Sciascia (verso il quale lo stesso scrittore ha più volte dichiarato il proprio
debito) , andrebbe aggiunto, almeno a titolo di confronto, quello di Manzoni teorico
della differenza tra lo storico e il poeta e del difficile rapporto tra storia e
invenzione. Consolo ricorre a due piani differenti, messi in risalto dalla diversità
tipografica, ma li fa tuttavia interagire perseguendo una struttura originale, da inserire
pienamente dentro le forme di un rinnovato romanzo.
Segue: Il siciliano che sogna la luna - 2
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