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DOSSIER - DANIEL PENNAC

L’allegro capo espiatorio 1

di Nunzia Valeria Scognamiglio
      

   Letture n.548 giugno-luglio 1998 - Home Page

Una società perennemente in crisi presuppone la sua vittima, sul lavoro come in famiglia. Ma nella tetralogia dello scrittore francese, Malaussène si difende con ironia, giochi di parole, nomi, parentesi e figure retoriche.

Daniel Pennac nasce come giallista. I suoi primi romanzi, Il paradiso degli orchi, La fata carabina, sono pubblicati nella collana poliziesca, série noire, delle edizioni Gallimard, ma il rifiuto di qualunque classificazione di genere lo spinge prima a stravolgere gli stereotipi e le regole linguistiche e strutturali dell’etichettato romanzo giallo, noto in Francia come polar, e poi nelle ultime opere (Ultime notizie dalla famiglia, Signori bambini) ad abbandonarlo del tutto. Affermato nella letteratura per l’infanzia (Abbaiare stanca, L’occhio del lupo; e tutta la serie su Kamo), Pennac trasferisce nel suo polar quei toni tipici del mondo fiabesco con i quali ha acquisito un’estrema familiarità, partito dalla convinzione che polar e favola condividono una sorta di magia infantile: al momento opportuno c’è l’arrivo dei poliziotti per l’uno, della fata per l’altro. L’intreccio di poliziesco e fiaba, realtà e finzione, diventa un elemento distintivo del suo stile e, nello stesso tempo, una ripresa ironica dei topos triti e ritriti del romanzo giallo.

Pur aderendo in parte alla struttura di questo genere, omicidi plurimi, polizia, indagini, suspense e soluzione finale, Pennac la stravolge grazie alla sapiente commistione di stili diversi. Commistione che nasce dalla volontà dell’autore di ribellarsi al diktat semiotico-strutturalista degli anni Settanta in cui tutto doveva produrre significato, dunque divieto implicito di raccontare una storia solo per il gusto di farlo, inventare personaggi e situazioni lavorando di semplice fantasia. Ironia, comicità, suspense, caos, fervida fantasia supportata da un linguaggio familiare e personale, guidano il lettore nei meandri della travagliata esistenza del più celebre dei personaggi dello scrittore: Benjamin Malaussène, componente di una famiglia piuttosto numerosa, che è stata protagonista dell’intera tetralogia che ha reso Pennac famoso non solo in Francia ma anche in Portogallo, Spagna, Olanda, e ovviamente Italia, fin dal 1990.

Un mestiere assurdo

Stravagante e singolare, protagonista di vicende inverosimili e straordinarie, Benjamin Malaussène svolge una professione apparentemente folle ma inconsapevolmente realistica: è capro espiatorio. Proprio questo l’inconfessabile e assurdo mestiere del povero Ben, il quale ufficialmente veste l’abito del controllore tecnico in un grande magazzino parigino, ma ufficiosamente non controlla proprio niente. Quando arriva un cliente lamentando il cattivo funzionamento di un prodotto acquistato, Malaussène è immediatamente convocato a recitare la sua parte: subire una valanga di umiliazioni, attribuendosi ogni responsabilità e rischiando inizialmente non solo di risarcire personalmente il cliente, ma anche di perdere all’istante il lavoro. Ma la padronanza dell’attore, consolidata da uno studio assiduo e costante della parte, ottiene l’effetto desiderato, e la vittima Ben diventa carnefice: il cliente commosso preferisce rinunciare alla propria garanzia piuttosto che vedere sulla strada l’unico sostegno di una famiglia numerosa.

Ben, conteso e adescato, continua a curare le relazioni pubbliche, ruolo che presenta il duplice vantaggio di limitare il numero dei posti lavoro e di risolvere la maggior parte delle controversie in via amichevole, come sostiene il suo direttore Sainclair, anche quando cambia lavoro, si fa per dire, diventando critico letterario di una casa editrice. Stipendio triplicato, ufficio personale, promozione a direttore, è del tutto cambiata l’apparenza, la scena è nuova, ma la sostanza del copione è immutabile: caduta la maschera, emerge sempre il capro espiatorio, con l’ingrato compito, questa volta, di comunicare agli scrittori esordienti che il loro manoscritto è stato rifiutato. La firma che ha sancito il rifiuto è proprio la sua, Benjamin Malaussène.

Un carnefice senza scrupoli? Naturalmente no. Anche lui è stato vittima e prima di tutti gli altri, in quanto autore di decine e decine di opere tutte inevitabilmente respinte. Solo la perseveranza gli ha permesso di andare avanti, per cui sotto sotto il messaggio per ogni aspirante scrittore è: non ti scoraggiare ma continua. Scrittura è... pazientare a lungo. È con questo stratagemma, la maschera del capro espiatorio, che Pennac riprende una teoria cara a Pirandello: ognuno costruisce la sua personalità secondo i diversi ruoli che deve assumere o che gli sono imposti dalla vita sociale. Ma nessuno di questi è l’intera persona: sono solo maschere di cui si compone la realtà individuale del soggetto o, per dirla con Shakespeare, il mondo intero è un palcoscenico, in cui uomini e donne sono solo attori che recitano molti ruoli allo stesso tempo.

Nel costruire questo personaggio, Pennac ha moltiplicato questa teoria: Benjamin Malaussène è infatti madre, padre, fratello, amico, insegnante, tecnico, scrittore, critico letterario, investigatore involontario e, uno per tutti, un grande attore, così come richiede la scena. È in questo modo che l’autore lo rende un perfetto camaleonte, un ectoplasma che assume la forma-ruolo che gli si offre. La maschera del capro espiatorio, che riproduce sul piano della narrazione l’apparente semplicità del piano linguistico, è l’abito della vittima indifesa: pronto a difendersi dagli altri e apparentemente privo di protezione. Ma la sua è una personalità ben più complessa, variegata e scaltra.

Nei romanzi di Pennac c’è di tutto: scoppio di bombe, vecchietti in crisi di astinenza e pronti a tutto pur di procurarsi un’altra dose di droga, prostitute straziate da un maniaco che vuol recuperare i tatuaggi stampati sulla loro cute, evaso in fuga da un carcere modello, omicidio di un cognato non proprio voluto, e prove e indizi e testimonianze, il tutto un po’ travisato, che convergono verso l’unico possibile sospettato, chi? Benjamin Malaussène! Qualunque cosa accada, in qualunque parte della città, se si cerca un responsabile, una vittima, un capro espiatorio, insomma, Ben ha tutte le chances di essere il prescelto. Un capro espiatorio che, benché protagonista, rifiuta qualunque coinvolgimento nelle indagini poliziesche, ma suo malgrado ne resta sempre intrappolato.

Finalmente a casa dopo una lunga ed estenuante giornata di lavoro, Malaussène nemmeno qui può liberarsi del suo costume, perché è atteso da una balzana ma simpatica famigliola di fratelli e sorelle, lasciatagli in eredità dalla sua giovane madre, il cui scopo nella vita è fuggire per amore, mentre l’immancabile frutto di queste relazioni passionali è depositato puntualmente a casa di Benjamin Malaussène, il fratello maggiore, che provvede non solo ai bisogni ma anche alle fastidiose sventure in cui fratelli e sorelle sono costantemente coinvolti. Esigenze economiche e vincoli affettivi lo costringono a una espiazione interminabile di peccati altrui. E come se il tutto non bastasse, casa sua diventa anche un pensionato per vecchietti soli, depressi e bisognosi di cure affettive. Non che Ben l’abbia voluto, non che Ben l’abbia chiesto, ma, spalle al muro per volontà della donna che ama, costretto questa volta dall’unica dipendenza umana, l’amore, Ben, in un modo o nell’altro, continua a subire.

Dalla tetralogia di Pennac, il capro espiatorio emerge come una tremenda necessità sociale, che nasce nel momento stesso in cui un qualunque gruppo si costituisce. Una società perennemente in crisi come la nostra ha già il presupposto, la crisi, per l’identificazione di una vittima. Se Malaussène accetta di giocare come capro espiatorio è perché è sicuro di non cadere nel ruolo ma di potersi difendere egregiamente sostenuto dalla sua cara amica: l’ironia.

Non a caso ironia, giochi di parole, parentesi, figure retoriche, espedienti linguistici cari a Pennac, diventano gli strumenti di difesa schierati da Malaussène ogniqualvolta c’è una battaglia da sostenere. Strumenti che gli permettono di scindere quella che deve essere l’apparenza e quello che è il suo essere, di conservare allo stesso tempo lucidità, sicurezza e padronanza in ogni circostanza. Malaussène riesce sempre a schivare l’olocausto, quei sacrifici in cui la vittima è completamente consumata, e quando tutto sembra perso, non c’è più nessuna speranza, la fine è vicina, come una fenice riemerge dalle sue stesse ceneri più sicuro e forte che mai. L’ironia consente a Malaussène di non impegnarsi, perché ironia è disimpegno, di restare al di fuori e al di sopra di tutto e di tutti, senza lasciarsi coinvolgere in situazioni critiche o pericolose. È dal desiderio di non compromettersi che nasce la parentesi come rifugio del proprio pensiero, parentesi che diventa anche indice esplicito, grafico, della sua ironia.

La spiccata razionalità di cui Pennac ha dotato il suo personaggio gli consente, anche nei momenti in cui dovrebbe essere particolarmente vulnerabile, di scindere il pensiero e ponderare ciò che si può dire e ciò che è meglio tacere, di ignorare tutto ciò che non è detto esplicitamente, scrollandosi in questo modo almeno di una parte di responsabilità, assecondando in apparenza tutti ma conservando la lucidità della propria opinione, perché l’accesso in parentesi ai giochi di parole e all’ironia è consentito solo al lettore. Un tale personaggio ha inevitabilmente un carattere doppio: non può considerare seriamente né la propria funzione né le proprie parole. La parentesi diventa, quindi, un’esigenza per separare il piano della finzione-apparenza da quello della realtà-essere, confluendo in uno stile ambiguamente intrecciato.

Segue: L'allegro capro espiatorio - 2

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