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Il fascino erotico della metafora

a cura di Claudio Marazzini


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Tutta la tradizione letteraria italiana non risparmia eufemismi e allusioni al sesso. Due studiosi ne ripercorrono la storia coinvolgendo anche Savonarola e Giordano Bruno.

«È consuetudine affermare che i due settori in cui si fa più ampio ricorso all’eufemismo sono quelli relativi alla morte e al sesso», scrive Valter Boggione nelle righe introduttive a un volume molto interessante, il Dizionario storico del lessico erotico italiano. Metafore, eufemismi, oscenità, doppi sensi, parole dotte e parole basse in otto secoli di letteratura italiana (Longanesi, 1996), di cui è coautore con Giovanni Casalegno. Di fronte a un titolo simile si potrebbe forse pensare a un libro di cassetta, che cerchi il facile successo facendo leva su argomenti pruriginosi.

Nulla di più sbagliato. Questo è un volume serissimo, un mattone di 684 pagine pieno di erudizione e di gusto letterario. Non è un’opera scritta da linguisti, perché i due autori sono entrambi allievi di Giorgio Bàrberi Squarotti, e quindi si sono formati nel campo della critica e della storia letteraria. La loro esperienza si è poi affinata nella redazione del "Battaglia", il Grande dizionario della lingua italiana che si pubblica presso la Utet di Torino, di cui è direttore (giova ricordarlo) proprio Bàrberi Squarotti. Io ripeto sempre come solo un’ingiustizia, propria della vischiosa tradizione dei nomi, ci faccia perpetuare la designazione di "Battaglia", quando in realtà l’opera per tre quarti si deve a Bàrberi Squarotti, lo studioso che ne ha adattato e migliorato il progetto originale, riscattandolo da una sostanziale modestia. A ogni uscita dei volumi del "Battaglia", che hanno cadenza biennale, qualche linguista lamenta l’inadeguatezza dell’opera, e lo fa, magari, con argomenti fondati.

Resta il fatto, però, che il più grande dizionario italiano del nostro secolo (e il secolo ormai volge al termine, per cui se ne può fare un bilancio) è riuscito ad avviarsi alla conclusione, ed è il frutto dell’opera di un letterato, con tutte le caratteristiche che questa designazione professionale comporta. Il Novecento è stato senz’altro il secolo della linguistica, ha segnato la fine del dominio incontrastato di generazioni di letterati e scrittori; nonostante ciò, il "Battaglia", che non è diretto da linguisti, è riuscito a raggiungere l’obiettivo ambizioso: è il maggior dizionario del Novecento. La sua redazione è stata una fucina di intelligenze. Basta scorrere l’elenco dei collaboratori: alla data del 1964, tra essi comparivano diversi nomi che avrebbero acquistato fama, come Gian Luigi Beccaria, Guido Davico Bonino, Marziano Guglielminetti, Bice Mortara Garavelli, Valerio Zanone. Come si vede, sono persone che si sono dedicate ai settori più diversi, non solo alle lettere e alla linguistica.

Rigorosa tassonomia

Anche Boggione e Casalegno si sono fatti le ossa tra le schede del GDLI, per usare la sigla con cui il "Battaglia" è citato nelle bibliografie degli specialisti. Probabilmente, spogliando qualche nostro cinquecentista, i due giovani studiosi (entrambi sono nati negli anni ’60) si sono innamorati dell’argomento a cui portano ora il loro ottimo contributo. Nel libro troviamo una tassonomia rigorosa, così dettagliata che quasi produce involontariamente una sorta di contrasto comico, a contatto con la vitalissima materia. Si pensi che il Dizionario storico del lessico erotico è diviso in sei categorie, dall’atto sessuale ai genitali (maschili e femminili), al seno, al sedere, all’omosessualità. Ognuna delle sei sezioni è a sua volta divisa in gruppi tematici. Prendiamo i genitali maschili. La loro trattazione comprende oggetti (tra i quali: affare, arnese, attrezzo, mercanzia, ordigno, strumento, bastone, candela, candelotto, chiave, chiodo, manganello, manico, mescola, penna, pennello, spiedo, verga…), e gli oggetti si dividono a loro volta in molte categorie, ad esempio gli strumenti musicali, come archetto, battaglio, cornamusa, flauto, piffero, piva, zufolo ecc., o le parti dell’edilizia, per cui abbiamo campanile, colonna, guglia, mulino.

Di fronte ad un simile scatenamento metaforico (ma non è che un piccolo limitato campione, un’infinitesima parte di quello che si ricava dal libro) viene da chiedersi se ci sia qualche cosa che non si è prestato a metafore sessuali, in questa corsa ossessiva verso lo stupefacente. La parte del leone mi pare quella degli autori antichi, l’Aretino, ovviamente, ma anche cinquecentisti come il Doni, il Giambullari, il Domenichi, e ancora un anticonformista come Giordano Bruno, per non parlare del capostipite Boccaccio, colui che per primo diede questi sali alla narrativa. E poi, giù giù, per li rami, si scende fino ai moderni, tra i quali Moravia, Pasolini, Fortini, Arbasino, e anche Porci con le ali. Ma non si creda che Boggione e Casalegno abbiano raccolto solo le designazioni pittoresche e arrischiate, come quella di Boccaccio (Decameron, II,7,37), che arriva alle soglie del blasfemo con il gioco verbale sul santo cresci e quel che segue; a volte sono stati capaci di documentare la pudicizia, non l’impudenza, come quando registrano Savonarola che parla del luogo pudibondo, o segnalano l’in quel posto di Pasolini (Ragazzi di vita).

Già in questi pochi esempi ricavati dal corposo vocabolario emergono le due direzioni della lingua oscena: la precisione equivoca, da una parte, che evoca un oggetto singolo per la sua buffa analogia con l’organo sessuale, sublimando la metafora come "paragone raccorciato", secondo i dettami della buona retorica; dall’altro lato abbiamo l’elusione, l’evasività: e allora l’organo diventerà un pronome (lui), o un’allusione vaga (quello, il coso ecc.). Molte volte l’invenzione dell’osceno è specifica della dimensione letteraria, fa parte del mestiere degli scrittori, specialmente nel caso della tradizione italiana, così ricca di autori comici, come nel Rinascimento. Altre volte, però, il meccanismo attestato dal libro di Boggione e Casalegno non è diverso da quello della lingua comune, e il fenomeno, dunque, potrebbe interessare il linguista, non solo il critico e lo storico letterario.

E la psicanalisi?

Stupisce un po’, proprio per questa ragione, che non sia citato in bibliografia un saggio classico come la Semantica dell’eufemismo di Nora Galli de’ Paratesi, un libro così fortunato che, nato in ambiente accademico, ebbe una ristampa negli Oscar Mondadori; pagando, per tale divulgazione, un prezzo relativamente basso, cioè il solo cambio del titolo, divenuto Le brutte parole, mentre il titolo originale veniva ribassato al rango subalterno di sottotitolo. La Galli de’ Paratesi citava un comparatista esperto di lingue indoeuropee, il Buck, per definire il campo degli oggetti metaforici che ci siamo, poco fa, divertiti a elencare, e che dovrebbero collegarsi a categorie come le seguenti: oggetti a punta, bastoni a gambo, protuberanze, code, strumenti di lavoro, lame, armi da fuoco, serpenti, e anche pesci, corni e altri oggetti legati a simbolismo onirico e culti fallici. Insomma, per spiegare questo fiorire di metafore non basta nemmeno la linguistica; occorre, ovviamente, la psicanalisi, e anche l’antropologia. In attesa di questi approfondimenti, però, il libro di Boggione e Casalegno ci farà godere della capacità inventiva e del senso di variatio con cui gli scrittori hanno giocato, a volte in modo orginale e intelligente, con i temi del sesso.

Claudio Marazzini

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