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1848 e 1968

SALINGER CAPÌ TUTTO NEL ’51
E BELLOCCHIO ORA VA A CANOSSA

di Enzo Natta  


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Uno dei suoi profeti, Mario Capanna, lo ha fatto rivivere in un libro sotto forma di lettera al figlio. Ma non basta. Oltre a questa e ad altre rievocazioni, il ’68 si è convertito anche in un Cd-rom prodotto dal programma comunitario Info 2000: un progetto multimediale dedicato alla protesta giovanile. Trent’anni fa, nella notte fra il 16 e il 17 novembre 1967, gli studenti occuparono l’Università Cattolica di Milano.

Fu la scintilla di una ribellione dilagata poi a macchia d’olio. Una ribellione sulla quale si discute ancora oggi, magari più pacatamente ma tutto sommato con le stesse argomentazioni di ieri. E senza aver trovato un comune bandolo della matassa. Il motivo, probabilmente, sta nel fatto che la contestazione studentesca è partita da lontano, investendo la storia, la politica, la società, la cultura, il costume, e che ognuno ha inteso fornire la sua versione oltre che la sua interpretazione.

Un lungo filo rosso unisce il malessere che attraversa la società giovanile del nostro tempo alle inquietudini che nel secondo Dopoguerra accomunarono quella "generazione tradita", che vide ben presto naufragare le sue speranze in un mondo migliore. Speranze frustrate dagli intrighi della politica, dai machiavellismi, dal compromesso, dai cedimenti ideali, dalla corruzione. Ecco perché il disagio giovanile che esploderà a Valle Giulia il 1° marzo del 1968 ha radici lontane. Chi seppe intuirlo e prevederlo con largo anticipo fu Il giovane Holden, scritto da Jerome David Salinger nel 1951, romanzo di culto sul quale si sarebbe poi sviluppata negli anni successivi tutta la problematica giovanile, compresi i suoi furori, le sue deviazioni, le sue frange impazzite.

Un giovane Dustin Hoffman nel film "Il Laureato" del 1967.
Un giovane Dustin Hoffman nel film "Il Laureato" del 1967.

Guerra al conformismo

Pochi si resero conto, allora, che il romanzo di Salinger conteneva le premesse di una dichiarazione di guerra contro il conformismo e l’ipocrisia della società adulta, e che seppe interpretare la crisi delle nuove generazioni americane come espressione del rifiuto di un’educazione tradizionale (la famiglia, la scuola) ritenuta superata e asfissiante, ma anche come ricerca di una propria identità. Questa ricerca di identità si realizza attraverso una fuga, più che altro mentale, perché il protagonista del romanzo ha chiara l’idea di una separazione dal suo mondo ma non del modo in cui attuarla trovando la migliore via d’uscita. La problematica giovanile dell’ultima metà di questo secolo ruoterà proprio intorno a questa via d’uscita e "il giovane Holden" sarà il prototipo del "ribelle senza causa", degli antieroi messi in scena da Hollywood con film come Il selvaggio (1955) di Laszlo Benedeck, con Marlon Brando, Gioventù bruciata (1956) di Nicholas Ray, con James Dean, e dal teatro di John Osborne con Ricorda con rabbia, portato sullo schermo nel 1959 da Tony Richardson con il film intitolato I giovani arrabbiati nell’interpretazione di Richard Burton.

Con i pugni in tasca

Ma anche il cinema italiano ha avuto i suoi profeti: Marco Bellocchio (nella foto), che ha anticipato le Marco Bellocchio.inquietudini della rivolta giovanile nei Pugni in tasca (1965), film dove una famiglia con gravi tare ereditarie diventa il simbolo stesso di una società in disfacimento e della sua fine ormai prossima; ma forse, ancor più di Bellocchio, Bernardo Bertolucci con Prima della rivoluzione (1964), che aveva previsto non soltanto il fenomeno della contestazione, ma addirittura il suo fallimento, descrivendo come una vacanza l’ideologia legata a quel senso di protesta. Tragicamente profetici – del ’77, del terrorismo, della lotta armata – furono però anche Partner (1968) di Bellocchio e Il gatto selvaggio (1969) di Andrea Frezza.

Ma, a differenza del cinema americano, più attento all’aspetto sociologico nel cercare di indagare le cause che lo provocarono, il cinema italiano per lo più guardò al ’68 fissando la sua attenzione sugli effetti e sull’aspetto fenomenologico della rivolta giovanile. Mentre Easy Rider (1969) di Dennis Hopper individua nell’intolleranza il segno della protesta; mentre Il laureato (1967) di Mike Nichols collega il disagio della generazione cresciuta nei campus universitari al rifiuto della corruzione, insita nel Dna delle classi dominanti; e, ancora, mentre America, America dove vai? (1969) di Haskell Wexler e Fragole e sangue (1970) di Stuart Hagman vedono nella sistematica provocazione e nella dura repressione, alla quale ricorre il sistema, i motivi di un ribellismo tanto spontaneo quanto giustificato; il cinema italiano punta direttamente alle conseguenze per fissare nelle malefatte della borghesia, del capitalismo e del consumismo il metabolismo di un sistema che si perpetua allevando mostri nel suo seno e nutrendoli con la sua stessa linfa.

Vanno in questa direzione Escalation (1968) e H2S (1968) di Roberto Faenza, Grazie, zia (1968) e Cuore di mamma (1969) di Salvatore Samperi, e in una certa misura anche La Cina è vicina (1967) di Marco Bellocchio, che imputa le divisioni della sinistra al permanere nel suo interno di una mentalità borghese. Su questa linea il cinema italiano si muoverà ancora, ma piuttosto stancamente e con operazioni di riporto, per diversi anni (da noi il ’68 è durato più a lungo che da ogni altra parte).

E sarà ancora Bellocchio a scrivere il capitolo conclusivo con Nel nome del padre (1977), prima che gli "anni di piombo" imboccassero altre strade e dessero vita ad altri film come Maledetti, vi amerò (1980) di Marco Tullio Giordana e Colpire al cuore (1983) di Gianni Amelio. Un capitolo conclusivo che è una specie di testamento spirituale per movimento studentesco e gruppuscoli, nella sua conferma di come il complesso edipico e la rivolta contro il padre siano stati la molla che caricò la protesta giovanile.

Trent’anni dopo Marco Bellocchio si comporterà come il figliuol prodigo. Andrà a Canossa e con Il principe di Homburg (1997) si inginocchierà davanti alla figura del padre. Ma questa è un’altra storia...

Enzo Natta

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