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Uno dei suoi profeti, Mario Capanna, lo ha fatto rivivere in un libro sotto
forma di lettera al figlio. Ma non basta. Oltre a questa e ad altre rievocazioni, il
68 si è convertito anche in un Cd-rom prodotto dal programma comunitario Info 2000:
un progetto multimediale dedicato alla protesta giovanile. Trentanni fa, nella notte
fra il 16 e il 17 novembre 1967, gli studenti occuparono lUniversità Cattolica di
Milano. Fu la scintilla di una ribellione dilagata poi a
macchia dolio. Una ribellione sulla quale si discute ancora oggi, magari più
pacatamente ma tutto sommato con le stesse argomentazioni di ieri. E senza aver trovato un
comune bandolo della matassa. Il motivo, probabilmente, sta nel fatto che la contestazione
studentesca è partita da lontano, investendo la storia, la politica, la società, la
cultura, il costume, e che ognuno ha inteso fornire la sua versione oltre che la sua
interpretazione.
Un lungo filo rosso unisce il malessere che attraversa la società
giovanile del nostro tempo alle inquietudini che nel secondo Dopoguerra accomunarono
quella "generazione tradita", che vide ben presto naufragare le sue speranze in
un mondo migliore. Speranze frustrate dagli intrighi della politica, dai machiavellismi,
dal compromesso, dai cedimenti ideali, dalla corruzione. Ecco perché il disagio giovanile
che esploderà a Valle Giulia il 1° marzo del 1968 ha radici lontane. Chi seppe intuirlo
e prevederlo con largo anticipo fu Il giovane Holden, scritto da Jerome David
Salinger nel 1951, romanzo di culto sul quale si sarebbe poi sviluppata negli anni
successivi tutta la problematica giovanile, compresi i suoi furori, le sue deviazioni, le
sue frange impazzite.

Un giovane Dustin Hoffman nel film "Il Laureato"
del 1967.
Guerra al conformismo
Pochi
si resero conto, allora, che il romanzo di Salinger conteneva le premesse di una
dichiarazione di guerra contro il conformismo e lipocrisia della società adulta, e
che seppe interpretare la crisi delle nuove generazioni americane come espressione del
rifiuto di uneducazione tradizionale (la famiglia, la scuola) ritenuta superata e
asfissiante, ma anche come ricerca di una propria identità. Questa ricerca di identità
si realizza attraverso una fuga, più che altro mentale, perché il protagonista del
romanzo ha chiara lidea di una separazione dal suo mondo ma non del modo in cui
attuarla trovando la migliore via duscita. La problematica giovanile
dellultima metà di questo secolo ruoterà proprio intorno a questa via
duscita e "il giovane Holden" sarà il prototipo del "ribelle senza
causa", degli antieroi messi in scena da Hollywood con film come Il selvaggio (1955)
di Laszlo Benedeck, con Marlon Brando, Gioventù bruciata (1956) di Nicholas Ray,
con James Dean, e dal teatro di John Osborne con Ricorda con rabbia, portato sullo
schermo nel 1959 da Tony Richardson con il film intitolato I giovani arrabbiati nellinterpretazione
di Richard Burton.
Con i pugni in tasca
Ma
anche il cinema italiano ha avuto i suoi profeti: Marco Bellocchio (nella foto), che ha anticipato le inquietudini
della rivolta giovanile nei Pugni in tasca (1965), film dove una famiglia con gravi
tare ereditarie diventa il simbolo stesso di una società in disfacimento e della sua fine
ormai prossima; ma forse, ancor più di Bellocchio, Bernardo Bertolucci con Prima della
rivoluzione (1964), che aveva previsto non soltanto il fenomeno della contestazione,
ma addirittura il suo fallimento, descrivendo come una vacanza lideologia legata a
quel senso di protesta. Tragicamente profetici del 77, del terrorismo, della
lotta armata furono però anche Partner (1968) di Bellocchio e Il gatto
selvaggio (1969) di Andrea Frezza.
Ma, a differenza del cinema americano, più attento allaspetto
sociologico nel cercare di indagare le cause che lo provocarono, il cinema italiano per lo
più guardò al 68 fissando la sua attenzione sugli effetti e sullaspetto
fenomenologico della rivolta giovanile. Mentre Easy Rider (1969) di Dennis Hopper
individua nellintolleranza il segno della protesta; mentre Il laureato (1967)
di Mike Nichols collega il disagio della generazione cresciuta nei campus universitari
al rifiuto della corruzione, insita nel Dna delle classi dominanti; e, ancora, mentre America,
America dove vai? (1969) di Haskell Wexler e Fragole e sangue (1970) di Stuart
Hagman vedono nella sistematica provocazione e nella dura repressione, alla quale ricorre
il sistema, i motivi di un ribellismo tanto spontaneo quanto giustificato; il cinema
italiano punta direttamente alle conseguenze per fissare nelle malefatte della borghesia,
del capitalismo e del consumismo il metabolismo di un sistema che si perpetua allevando
mostri nel suo seno e nutrendoli con la sua stessa linfa.
Vanno in questa direzione Escalation (1968) e H2S (1968)
di Roberto Faenza, Grazie, zia (1968) e Cuore di mamma (1969) di Salvatore
Samperi, e in una certa misura anche La Cina è vicina (1967) di Marco Bellocchio,
che imputa le divisioni della sinistra al permanere nel suo interno di una mentalità
borghese. Su questa linea il cinema italiano si muoverà ancora, ma piuttosto stancamente
e con operazioni di riporto, per diversi anni (da noi il 68 è durato più a lungo
che da ogni altra parte).
E sarà ancora Bellocchio a scrivere il capitolo conclusivo con Nel
nome del padre (1977), prima che gli "anni di piombo" imboccassero altre
strade e dessero vita ad altri film come Maledetti, vi amerò (1980) di Marco
Tullio Giordana e Colpire al cuore (1983) di Gianni Amelio. Un capitolo conclusivo
che è una specie di testamento spirituale per movimento studentesco e gruppuscoli, nella
sua conferma di come il complesso edipico e la rivolta contro il padre siano stati la
molla che caricò la protesta giovanile.
Trentanni dopo Marco Bellocchio si comporterà come il
figliuol prodigo. Andrà a Canossa e con Il principe di Homburg (1997) si
inginocchierà davanti alla figura del padre. Ma questa è unaltra storia...
Enzo Natta |