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| 1848 e 1968 «ALTRO CHE UBRIACATURA! di Erri De Luca |
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La versione ufficiale è che fu unubriacatura. Se è così, almeno per
me non dipese dallalcol. Nato nel 50, a diciotto anni ero ancora astemio.
Avrei cominciato a inghiottire il primo vino solo alla fine dellanno seguente, dopo
la batosta di un malanno damore. Prima di allora non ricordo ebbrezza. Anno 68: ero andato via di casa lasciando studi, famiglia e città, un giorno e un colpo solo. Mi ero acciuffato e scaraventato fuori, mi ero espulso da me. Sicuro, avevo letto Sulla strada di Kerouac, ma ero sobrio e sapevo che fuori di casa mia non cerano le praterie dellOvest. Cera la ferrovia, un treno con sedili di legno, un arrivo alla stazione Termini un giorno qualunque di quellautunno, a girovagare in cerca di una camera ammobiliata. Si dormiva in tre in una stanza, coi soldi nascosti addosso. Il mobilio era una branda. A pranzo partecipavo alla bolgia paziente della mensa universitaria. Con trecento lire i ragazzi, quasi tutti del Sud, masticavano
affamati e a turno il loro unico pasto. Buscai la gastrite, il mio stomachino allevato a
pietanze domestiche non gradiva il cambio di regime. Marrangiavo con lavori, non
volevo più saperne di disciplina scolastica. Ero ostile al futuro apparecchiato da una
laurea, una carriera. Non avevo ragioni, solo unopposizione fisica a quello
svolgimento. Sono rimasto, nel tempo, inerte ai programmi. Sono Nella città sconosciuta mi convincevo dessere libero, accorgendomi lentamente della quantità di obblighi e di ristrettezze che mi ero conquistato. Mi sarei disperato se non avessi incontrato nelle strade, nel mezzo delle strade, una folla di gioventù scorbutica e strillona, politica perché decideva di sé, della propria massa, dei suoi capi, revocandoli spesso. Sinduriva per non farsi sciogliere. Assaggiava il primo carcere rispondendo di crimini quali: resistenza, oltraggio, manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa. Erano titoli di un onore nuovo. Come rimanerne fuori? Senza quello scompiglio intorno mi sarei desolato. Invece non lasciavano in pace quei gridi, quei ranghi che sinfoltivano proprio perché subivano i vuoti degli arresti, delle prime prigioni, degli insulti dogni organo dinformazione. Comè che si era pronti a mettere nel conto così spesso quei rischi e lo sgomento delle famiglie? Comè che somigliavo a quella folla indocile? Lascoltavo sbattere piedi e sillabe da qualche posto in cui stavo al lavoro: chiamavano fuori così forte, così forte. Chiamavano con voce di generazione interna e bisognava turarsi le orecchie con la cera per starsene in disparte. Così li raggiungevo, mi mettevo in coda, a fianco, in mezzo. Così ho imparato ad alzare la voce in pubblico, a reggere la mia parola innanzi agli altri, io chero un ragazzo quasi muto. Ho conosciuto la fraternità, io che non avevo fratelli. Ho potuto incontrare la mia età, centinaia di coetanei già solo in quello scorcio dautunno. Non nomino ragioni. Altri a distanza saggia le peseranno, le troveranno scarse, grossolane. Mi preme difendere persone anziché idee. A quella folla ho appartenuto quando mi ero staccato da tutto e non ero più di niente. Si può appartenere a una folla? In quellanno sì, e da quellanno in poi, fino al suo scioglimento, che per me fu lautunno dellOttanta a Torino, nellultima resistenza di fabbrica. Con le persone insorte bruscamente nellanno 68 ho debito di riconoscenza. Ho avuto la sorte di avere diciotto anni insieme a loro. La versione ufficiale è che fu unubriacatura. So che le sbronze fanno vacillare. Lanno 68, diciottesimo mio, alla mia andatura dà ancora, invece, un fondamento. Erri De Luca
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