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1848 e 1968

ANNOIATI A MARZO,
ESPLODONO A MAGGIO

di Jean-Dominique Durand   


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page «Il ’68 è una disfida e una disfatta della ragione logica, che tenta di reintegrare a qualsiasi prezzo l’avvenimento dentro un processo razionale». Questa definizione dello storico e osservatore della vita politica francese, René Rémond, sottolinea la difficoltà di tutte le storicizzazioni di questo avvenimento importante della nostra storia contemporanea, che ha sconquassato sul momento il potere politico e le istituzioni, e alla lunga la società francese. André Malraux, il ministro della cultura del generale De Gaulle, vi scorgeva «una delle crisi più profonde che la civilizzazione abbia conosciuto».

Lo storico si irrita dinanzi al paradosso d’un avvenimento di grande ampiezza che non si lascia ridurre né a un’interpretazione chiara, né a delle cause semplici, e che resta in questo modo enigmatico sotto tanti aspetti. Le origini del Maggio ’68 in Francia vanno ricercate in tutta una serie di avvenimenti, importanti o all’apparenza secondari, prossimi o lontani. Una tipologia aiuta a vederci più chiaro, ma conviene tenere sempre presente che tutto si confonde e che non si può isolare un fattore rispetto a un altro. Perché, in effetti, le origini del Maggio ’68 sono politiche, sociali, economiche e culturali allo stesso tempo.

Una strada di Parigi bloccata dagli universitari nel maggio '68.
Una strada di Parigi bloccata dagli universitari nel maggio '68.

Gaullismo indebolito

Le origini politiche sono legate all’indebolimento del gaullismo, malgrado la popolarità ancora grande del generale De Gaulle. Indebolimento manifestatosi con l’elezione presidenziale del 1965, nel corso della quale è stato rieletto solo al secondo turno; e, ancora, resosi evidente nelle elezioni legislative del 1967, dal risultato piuttosto stretto per la maggioranza gaullista, ormai troppo ridotta.

Nello stesso tempo si sono visti sgretolare gli inquadramenti politici che avevano convogliato, dopo la guerra mondiale, la militanza dei giovani, specialmente durante la guerra d’Algeria: il Partito comunista, la Gioventù studentesca cristiana (Jec), l’Unione nazionale degli studenti francesi (Unef) non rispondevano più al loro ruolo, e lasciavano gli studenti disorientati di fronte ad alcuni modi di espressione del marxismo: trotzkismo, maoismo, anarchismo, Herbert Marcuse.guevarismo. Modi alimentati da autori più o meno ben digeriti, da Jean-Paul Sartre a Herbert Marcuse (nella foto), portatori di tesi contestatarie radicali; forme sostenute da movimenti tanto agitati quanto frammentati e divisi, ma molto attivi.

Davanti a queste forme di militanza e di azione politica, presto definite come "di sinistra", e presenti, anche se in misura minore, nelle fabbriche, le organizzazioni sindacali e politiche tradizionali non hanno saputo dare delle risposte adeguate. La crisi fu interpretata, come farà ad esempio Raymond Aron, allo stesso tempo come la ricerca di un’utopia, un psicodramma e una commedia burlesca.

Mentre il movimento studentesco trovava in Daniel Cohn-Bendit l’uomo capace di organizzare la contestazione, almeno per un certo tempo; il 22 marzo, con l’occupazione dell’edificio amministrativo dell’Università di Nanterre da parte di gruppuscoli, il movimento trovava un punto di partenza mitico.

Il governo, da parte sua, non riusciva a prendere sul serio il movimento (il 2 maggio, il Primo ministro partiva per un viaggio ufficiale in Iran, fino all’11 maggio, e il 14 il presidente della Repubblica partiva a sua volta per la Romania), né a trovare le soluzioni necessarie per arginare degli avvenimenti incontenibili; mentre l’opposizione sindacale e politica tentava di recuperare il movimento, riuscendo solo a esasperarlo.

Francia, la terra dell’ordine

Su questo sfondo politico complesso è venuto a sovrapporsi uno sfondo sociale ed economico non meno ambivalente. La società francese era cambiata in maniera prodigiosa sotto l’effetto dello sviluppo economico dei Trente glorieuses (l’espressione è dell’economista francese Jean Forestié), dell’industrializzazione e dell’irruzione della modernità; ma essa restava, come diceva il sociologo Michel Crozier, una «società bloccata», gerarchizzata, burocratica (egli parlava della Francia come di una «terra dell’ordine»), centralizzata, in cui il dialogo era raro. La Francia si muoveva e restava immobile allo stesso tempo. È da questo iato che doveva uscire il terremoto.

La Francia degli anni ’60 s’era ugualmente molto ringiovanita: quelli sotto i 20 anni rappresentavano nel 1968 un terzo della popolazione, che vedeva arrivare all’età adulta le prime generazioni del baby-boom del Dopoguerra. Naturalmente questa gioventù provava difficoltà a integrarsi in una società in movimento e immobile allo stesso tempo. La Francia era nondimeno prospera, beneficiando di una crescita annua intorno al 5% e di una moneta solida.

Jean-Paul Sartre insieme ad André Glucksman.
Jean-Paul Sartre insieme ad André Glucksman.

Certo, l’anno 1967 non era stato buono, i consumi erano calati, la disoccupazione era aumentata, il numero dei disoccupati superava i 200 mila (cosa che oggi farebbe strabiliare!), ma la congiuntura economica era molto favorevole. Pertanto, l’irrazionale non era lontano, e tutta una parte della gioventù, specie della gioventù studentesca, si inquietava per il suo avvenire.

Tra i cambiamenti che la Francia aveva conosciuto negli anni ’60, quelli di ordine culturale non sono stati da meno in quanto a conseguenze. Oltre all’estensione della rete televisiva (la cui importanza è da sottolineare per la diffusione delle informazioni sullo svolgimento della crisi e sull’emotività che l’accompagnava), uno dei più importanti cambiamenti è stata l’esplosione del numero di studenti, passando da 200 mila nel 1958 a 500 mila dieci anni più tardi, mentre le strutture rimanevano sclerotizzate.

Le riforme introdotte dal ministro dell’Educazione nazionale, Christian Fouchet, non facevano altro che aumentare le inquietudini di studenti troppo numerosi nelle discipline nuove (psicologia, sociologia) e dagli sbocchi aleatori. Questa inquietudine nutriva allo stesso tempo la contestazione dell’Università, accusata di riprodurre la cultura borghese tradizionale, e il rifiuto di ogni selezione. Ma l’inquietudine andava oltre, fino a una crisi di civilizzazione, con la messa in discussione – nuova ambivalenza – della società dei consumi e, insieme, dei valori tradizionali, attraverso la rivendicazione della libertà sessuale e la contestazione generale di ogni autorità.

Il 15 marzo 1968, Le Monde aveva pubblicato un articolo del giornalista Pierre Vianson-Ponté intitolato: "Quando la Francia si annoia", senza immaginare che, qualche settimana dopo, un conflitto di una nuova natura si sarebbe inscritto nella storia del Paese.

Jean-Dominique Durand

Segue: I ragazzi di don Milani e il figlio di Capanna in 30 anni di libri

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