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1848 e 1968

QUANDO I PRETI SCESERO IN PIAZZA

di Lorenzo Bedeschi


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Stavano con le avanguardie popolari. Si può dire, nella maggior parte, che non siano mancati all’appuntamento con la storia in divenire del nostro tempo. Si tratta delle punte del clero ottocentesco italiano, più sensibili ai nuovi valori che venivano maturando nella coscienza moderna: gli uni intonati alle istanze patriottiche della nascente nazione, gli altri a quelle sociali tese a rendere meno disumane le condizioni del lavoro. In tal modo i motivi politici iniziali del cattolicesimo liberale, per intenderci, si intrecciavano poco a poco con quelli economici della giustizia.

Un "don" salvò Garibaldi

Nell’uno e nell’altro comparto non è mancato mai il fruscio dell’abito talare. Un’identica passione ideale ha coinvolto diverse parti del clero italiano: dal mantovano don Enrico Tazzoli, martire di Belfiore, al siciliano don Luigi Sturzo, organizzatore dei solfatari sfruttati; dal romagnolo don Giovanni Verità, salvatore di Garibaldi inseguito dagli Austriaci, al marchigiano don Romolo Murri, teorico del cristianesimo sociale.

Due figure sacerdotali però, diverse per alcuni versi fra loro, sono assurte meritatamente a emblema nel rispettivo ruolo storico: il comasco don Antonio Stoppani per l’indipendenza politica contro l’esercito austriaco nelle Cinque Giornate di Milano del 1848, e il pavese don Davide Albertario per la richiesta del pane contro il A. Stoppani (1824-1891).governo reazionario borghese nel 1898. Don Stoppani, poi assurto a fama di grande scienziato, era appena diacono quando nel marzo 1848 scoppiava l’ira popolare a Milano, ira che la guarnigione austriaca cercava prontamente di circoscrivere e soffocare con l’assedio della città lombarda. Gli insorti, per affrontare in forza lo schieramento armato, dovevano allargare la sommossa alle campagne circostanti. Come farvi arrivare notizie e proclami sfuggendo all’occhiuta polizia austriaca? Il giovane diacono, intento a prestare assistenza ai feriti insieme ad altri seminaristi, ebbe l’idea di improvvisare piccoli palloni aerostatici per far giungere ai contadini e ai parroci l’invito a unirsi contro l’oppressore.

Ecco come don Stoppani, una trentina d’anni dopo, precisava i particolari della vicenda al conte Luigi Tonelli intento a scrivere la storia di quelle giornate: «Ebbi io l’incarico di questa impresa e, convertito un dormitorio in fabbrica di palloni, si riuscì in tre giorni a consegnarne al vento tredici di discreta dimensione. E non è picciol numero se si considera che tutto si dovette improvvisare con quei mezzi che offriva il Seminario bloccato a quel modo. Il Comitato spedì al Seminario fasci dei suoi proclami e bollettini, a cui si aggiungevano i nostri manoscritti dettati colle parole e colle idee che si credevano più acconce a muovere i parroci e le popolazioni delle campagne. Ciò che v’ha di più ammirabile è questo: che i chierici, aiutati da pochi cittadini dei più arditi, costruirono la barricata al Ponte di Porta orientale sotto il tiro del cannone».

In un altro registro – però sempre al fianco del popolo – si muove l’impetuoso giornalista dell’Osservatore Cattolico, tempra di lottatore, don Albertario (1846-1902). Nell’Archivio centrale dello Stato (ministero dell’Interno, Direzione generale di P.S., riservato, 1879-1912, busta 4) esiste un voluminoso dossier intestato al suo nome. Titolo di gloria è l’accusa che gli si muove, cioè di sostenere la causa dei lavoratori e di attaccare sul giornale «il malgoverno, la rapacità e l’oppressione fiscale delle classi dirigenti», come si legge in una lettera del prefetto milanese al presidente del Consiglio, onorevole Di Rudinì; e in un’altra vi è segnalato l’articolo del 5-6 maggio ’98 dal titolo "Pane e sangue", nel quale don Albertario incitava alla rivolta i coloni di Briosco sfrattati da tre proprietari terrieri, ciò che in quel clima incandescente diventava materia infiammabile, secondo il prefetto.

Don Albertario, recluso n. 2557.
Don Albertario, recluso n. 2557.

Albertario finì in carcere

L'impeto plebeo e le aperture sociali facevano dimenticare l’atteggiamento politico albertariano, improntato peraltro a un tipo di intransigenza attiva e dinamica per la causa degli indifesi, ma in compenso il suo coinvolgimento nella rivolta popolare del maggio ’98 a Milano, l’accusa di offesa alle «istituzioni del Regno», l’arresto e la condanna da parte del Tribunale militare a tre anni di carcere insieme ai leader della sinistra democratica gli avrebbero conferito una patente di democrazia presso i giovani, ammiratori di mosse generose e di impulsi audaci.

Lo si relegava nel reclusorio di Finalborgo, assieme ai repubblicani Federici e Chiesi e ai socialisti Valera e Lazzeri. Grazie a un indulto, liberato dopo un anno, don Albertario diventava quasi un mito. Veniva ricevuto in udienza da Leone XIII perché si riconoscesse «da tutti che il Papa encomia l’opera di giustizia e di religione prestata propagando la verità e difendendo il bene della società e della patria». Nella sua azione si può dire che si sia rispecchiato gran parte del clero parrocchiale italiano d’allora.

Lorenzo Bedeschi

Segue: Annoiati a marzo, esplodono a maggio

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