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Stavano con le avanguardie popolari. Si può dire, nella maggior parte, che
non siano mancati allappuntamento con la storia in divenire del nostro tempo. Si
tratta delle punte del clero ottocentesco italiano, più sensibili ai nuovi valori che
venivano maturando nella coscienza moderna: gli uni intonati alle istanze patriottiche
della nascente nazione, gli altri a quelle sociali tese a rendere meno disumane le
condizioni del lavoro. In tal modo i motivi politici iniziali del cattolicesimo liberale,
per intenderci, si intrecciavano poco a poco con quelli economici della giustizia. Un "don" salvò Garibaldi
Nelluno
e nellaltro comparto non è mancato mai il fruscio dellabito talare.
Unidentica passione ideale ha coinvolto diverse parti del clero italiano: dal
mantovano don Enrico Tazzoli, martire di Belfiore, al siciliano don Luigi Sturzo,
organizzatore dei solfatari sfruttati; dal romagnolo don Giovanni Verità, salvatore di
Garibaldi inseguito dagli Austriaci, al marchigiano don Romolo Murri, teorico del
cristianesimo sociale.
Due figure sacerdotali però, diverse per alcuni versi fra loro,
sono assurte meritatamente a emblema nel rispettivo ruolo storico: il comasco don Antonio
Stoppani per lindipendenza politica contro lesercito austriaco nelle Cinque
Giornate di Milano del 1848, e il pavese don Davide Albertario per la richiesta del pane
contro il governo reazionario borghese nel 1898. Don Stoppani, poi assurto a
fama di grande scienziato, era appena diacono quando nel marzo 1848 scoppiava lira
popolare a Milano, ira che la guarnigione austriaca cercava prontamente di circoscrivere e
soffocare con lassedio della città lombarda. Gli insorti, per affrontare in forza
lo schieramento armato, dovevano allargare la sommossa alle campagne circostanti. Come
farvi arrivare notizie e proclami sfuggendo allocchiuta polizia austriaca? Il
giovane diacono, intento a prestare assistenza ai feriti insieme ad altri seminaristi,
ebbe lidea di improvvisare piccoli palloni aerostatici per far giungere ai contadini
e ai parroci linvito a unirsi contro loppressore.
Ecco come don Stoppani, una trentina danni dopo, precisava i
particolari della vicenda al conte Luigi Tonelli intento a scrivere la storia di quelle
giornate: «Ebbi io lincarico di questa impresa e, convertito un dormitorio in
fabbrica di palloni, si riuscì in tre giorni a consegnarne al vento tredici di discreta
dimensione. E non è picciol numero se si considera che tutto si dovette improvvisare con
quei mezzi che offriva il Seminario bloccato a quel modo. Il Comitato spedì al Seminario
fasci dei suoi proclami e bollettini, a cui si aggiungevano i nostri manoscritti dettati
colle parole e colle idee che si credevano più acconce a muovere i parroci e le
popolazioni delle campagne. Ciò che vha di più ammirabile è questo: che i
chierici, aiutati da pochi cittadini dei più arditi, costruirono la barricata al Ponte di
Porta orientale sotto il tiro del cannone».
In un altro registro però sempre al fianco del popolo
si muove limpetuoso giornalista dellOsservatore Cattolico, tempra di
lottatore, don Albertario (1846-1902). NellArchivio centrale dello Stato (ministero
dellInterno, Direzione generale di P.S., riservato, 1879-1912, busta 4) esiste un
voluminoso dossier intestato al suo nome. Titolo di gloria è laccusa che gli
si muove, cioè di sostenere la causa dei lavoratori e di attaccare sul giornale «il
malgoverno, la rapacità e loppressione fiscale delle classi dirigenti», come si
legge in una lettera del prefetto milanese al presidente del Consiglio, onorevole Di
Rudinì; e in unaltra vi è segnalato larticolo del 5-6 maggio 98 dal
titolo "Pane e sangue", nel quale don Albertario incitava alla rivolta i coloni
di Briosco sfrattati da tre proprietari terrieri, ciò che in quel clima incandescente
diventava materia infiammabile, secondo il prefetto.

Don Albertario, recluso n. 2557.
Albertario finì in carcere
L'impeto plebeo e le aperture sociali facevano dimenticare latteggiamento
politico albertariano, improntato peraltro a un tipo di intransigenza attiva e dinamica
per la causa degli indifesi, ma in compenso il suo coinvolgimento nella rivolta popolare
del maggio 98 a Milano, laccusa di offesa alle «istituzioni del Regno»,
larresto e la condanna da parte del Tribunale militare a tre anni di carcere insieme
ai leader della sinistra democratica gli avrebbero conferito una patente di
democrazia presso i giovani, ammiratori di mosse generose e di impulsi audaci.
Lo si relegava nel reclusorio di Finalborgo, assieme ai repubblicani
Federici e Chiesi e ai socialisti Valera e Lazzeri. Grazie a un indulto, liberato dopo un
anno, don Albertario diventava quasi un mito. Veniva ricevuto in udienza da Leone XIII
perché si riconoscesse «da tutti che il Papa encomia lopera di giustizia e di
religione prestata propagando la verità e difendendo il bene della società e della
patria». Nella sua azione si può dire che si sia rispecchiato gran parte del clero
parrocchiale italiano dallora.
Lorenzo Bedeschi
Segue: Annoiati a marzo, esplodono a maggio
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