Periodici San Paolo - Home Page
1848 e 1968

I CATTOLICI E LA VIA ITALIANA
AL PRINCIPIO DI NAZIONALITÀ

di Agostino Giovagnoli   


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page In Italia, la fioritura quarantottesca del sentimento nazionale precedette di poco l’inizio di un lungo dissidio tra Chiesa e Stato, risolto solo vari decenni dopo. Il clima non era ancora segnato dal lungo dibattito fra transigenti e intransigenti che ha poi diviso i cattolici, anche oltre la Conciliazione del 1929. Questa circostanza conferisce al 1848 un particolare interesse: nella storia italiana fu, probabilmente, l’anno di maggior consonanza tra cattolici e nazione. Tutti i cattolici – a cominciare da Pio IX – sembrarono infatti aderire con entusiasmo alla causa nazionale: il 1848 fu davvero l’anno, per dirla con Jemolo, delle «speranze neoguelfe».

Eppure, già prima dell’Allocuzione del 29 aprile con cui Pio IX dichiarava la sua impossibilità di muovere la guerra all’Austria, non tutti i cattolici italiani seguivano gli stessi orientamenti. Era infatti in corso una discussione che presenta alcuni motivi di attualità: anche oggi si torna a discutere di cattolici e identità nazionale, in un contesto di rinnovata attenzione per la tematica della nazione ma senza riferimenti immediati a problemi di rapporto tra Chiesa e Stato.

"Genio" universale o locale?

La discussione che precede la frattura del ’48-’49 si radica nel complesso retroterra della cultura della Restaurazione e si collega alla questione della collocazione della Chiesa all’interno di una società europea in profondo cambiamento. Quale atteggiamento assumere verso l’idea e i sentimenti di nazionalità che hanno assunto crescente vigore in età romantica? Da una parte, con Chateaubriand, si riafferma che il "genio del cristianesimo" è un genio universale. Dall’altra, però, i cristiani non possono essere totalmente insensibili verso il tema della nazione, termine che è già presente nelle Scritture, che evoca una lunga tradizione di "nazioni cristiane", che richiama un concetto, quello di popolo, verso cui la Chiesa è sempre molto attenta... La Chiesa ottocentesca, sempre più diffidente e ostile verso lo Stato laico e liberale scaturito dalla Rivoluzione francese, è al tempo stesso interessata alla dimensione delle nazionalità, soprattutto quando, come nell’Italia del 1848, la distinzione tra Stato e nazione presenta ancora una valenza concreta.

Papa Pio IX insieme al re Vittorio Emanuele II.
Papa Pio IX insieme al re Vittorio Emanuele II.

In questo dibattito, raccoglieva grande consenso la nota posizione di Vincenzo Gioberti, il maggiore esponente del disegno neoguelfo di federare i vari Stati italiani sotto la guida del Papa. Il suo pensiero è stato valorizzato ma anche deformato da Giovanni Gentile, che ne ha fatto un eroe del nazionalismo italiano, utilizzando soprattutto i suoi scritti tardivi, segnati da una certa deriva sul piano religioso. All’interno di questa lettura, il giobertiano "primato degli italiani" è apparso in una luce aggressiva e nazionalista. Ma già Passerin d’Entreves metteva in guardia contro l’operazione interessata compiuta da Gentile su Gioberti e richiamava l’attenzione sulla dimensione "chiesastica" sottesa ai disegni dei cattolici risorgimentali.

In realtà il "primato morale e civile degli italiani" va inteso in un concerto di "primati" differenti che Gioberti attribuiva alle varie nazioni europee. In questo senso il termine "primato" è vicino a quello di "missione", frequente anche in Mazzini ed espressivo di una visione tipicamente romantica – e non nazionalista – delle nazionalità. Per il sacerdote piemontese, l’Italia non poteva trovare la sua identità e la sua missione prescindendo dal suo legame con il cattolicesimo e più specificamente con Roma, sede del papato. La collocazione geografica della Santa Sede, nel cuore della Penisola, conferiva a quest’ultima una fisionomia universale: secondo Gioberti, come Israele l’Italia era una "nazione universale", destinata a svolgere una specifica funzione al servizio di un disegno planetario di evangelizzazione. «Iddio si allega con un popolo speciale per abilitarlo ad essere mediatore e vincolo di colleganza universale». L’identità dell’Italia, come quella di Israele, gli appariva legata a una vocazione universale. «L’Italia fu sempre la più cosmopolitica delle nazioni».

Al di là dei suoi tratti visibilmente romantici, questa posizione presenta diversi motivi di interesse. Anzitutto cerca di risolvere il problema del rapporto tra universalità e nazionalità, decisivo per una Chiesa, quella cattolica, caratterizzata in modo qualificante dalla dimensione dell’universalità. In secondo luogo, valorizzando l’elemento religioso, favorisce un’idea di identità nazionale in cui prevalgono elementi come la cultura, la tradizione, la storia, piuttosto che la natura, la forza o l’egemonia. Infine, attraverso il primato e la missione delinea un contesto piuttosto di collaborazione che non di conflitto tra le varie nazioni, malgrado la campagna a favore della guerra contro l’Austria.

Popoli frutto della storia

Notevoli affinità con il neoguelfismo giobertiano appaiono nelle opere di Rosmini, anche se in quest’ultimo l’interesse religioso prevale in modo netto su quello politico. Per Rosmini le nazioni sono soggetti storici collettivi – "comunanze" – presenti nei tempi antichi come in quelli moderni: in lui la parola "nazione" appare vicino a quella di "popolo", caratterizzato da proprie tradizioni, consuetudini, esperienze. Più che la dimensione "naturale" gli appare decisiva quella dello sviluppo storico. La dura critica della fase barbarica delle nazioni – caratterizzata dai legami di sangue e dal potere di un signore – appare in questo senso indicativa: la nazione è per Rosmini soprattutto un prodotto dell’evoluzione storica.

Papa Pio IX benedice le truppe dell'esercito pontificio.
Papa Pio IX benedice le truppe dell'esercito pontificio.

In questo senso, per riprendere la vecchia ma illuminante distinzione utilizzata da Chabod, anche l’idea rosminiana di nazione, come quella giobertiana, è assai più volontaristica che naturalistica. Lo testimoniano anche l’attenzione verso elementi culturali come la lingua e l’identificazione tra nazione e società civile. È soprattutto la religione, anzi il cristianesimo, l’elemento più importante di questa evoluzione: è questo il motivo ultimo per considerare la nazione una comunità soprattutto culturale. Il riferimento alla Chiesa cattolica spinge Rosmini a subordinare il principio di nazionalità a quello di universalità. Anch’egli cerca di trasfigurare l’Italia in una sorta di "nazione universale", per esempio proponendo l’uso dell’italiano come lingua universale della liturgia cattolica al posto del latino. In questo senso Rosmini appare vicino agli esponenti del Risorgimento italiano, da Gioberti a Mazzini, che hanno contribuito a tracciare una via italiana all’affermazione del principio di nazionalità in forma complementare e non conflittuale con quello di universalità. La consonanza con questi pensatori si estende anche al problema della collocazione internazionale dell’Italia: nel 1848 Rosmini è favorevole alla guerra contro l’Austria e ritiene che il Papa, a causa dei suoi particolari legami con l’Italia, debba sostenere tale guerra, malgrado i suoi doveri di pastore universale.

Il riferimento a Roma

Alcune affinità con questi orientamenti si trovano anche in Cesare Balbo, che tuttavia se ne discosta in punti qualificanti. Secondo Balbo, per l’Italia è importante non il riferimento a Roma, ma piuttosto al cattolicesimo in genere, visto tra l’altro in connessione con altre forme di cristianesimo presenti in Europa occidentale. Egli delinea una sorta di sovrapposizione fra tradizione cristiana e identità europea, che ha nell’Austria un importante baluardo orientale: contro i turchi e gli ortodossi, l’impero ottomano e l’influenza russa. Per questo Balbo è contrario alla distruzione dell’Austria, caldeggiata da Mazzini, per liberare tutte le nazionalità sottomesse a Vienna. In accordo con questo disegno, Balbo ritiene importante che l’Europa occidentale estenda con la forza la sua presenza verso Oriente, prendendo il posto di imperi ormai in decadenza, come quello zarista e quello ottomano. Anche l’Italia dovrebbe trovare la sua identità e il suo futuro in un’espansione verso Oriente, i Balcani, i territori dell’impero turco. Si avverte insomma in lui l’influenza di una consolidata identificazione fra Europa e cristianità, tante volte difese con la forza, dalle crociate a Lepanto.

Confronto con Israele

Il riferimento alla cristianità emerge anche in Luigi Taparelli d’Azeglio, il fondatore della Civiltà Cattolica nel 1850: all’interno del dibattito quarantottesco sulla nazione, Taparelli è, tra i cattolici, forse il più lontano dai disegni giobertiani. Per il gesuita, infatti, l’affermazione del principio di nazionalità minerebbe gravemente l’ordine internazionale, compromettendo l’universalismo cattolico. A differenza di Gioberti, Taparelli sostiene che il caso di Israele, in cui religione e nazione sono indissolubilmente unite, è radicalmente lontano dal cristianesimo. «Che ha a che fare», si chiede Taparelli, «la religione nazionale degli ebrei, colla universale dei cristiani?».

Piuttosto, gli pare importante il legame che si istituì tra cristianesimo e impero romano, legame che si fece ancora più stretto con il Sacro Romano Impero, «una specie di società internazionale», in cui l’autorità era esercitata sulla base dell’adesione delle varie nazioni alla «verità ed unità cattolica». Taparelli reagisce poi alla polemica antiromana e antimperiale della Riforma, convinto che un senso esagerato della nazionalità sia scaturito proprio dalla Riforma. Egli non intende negare la realtà delle nazioni, in quanto «nazione e Chiesa corrispondono fra loro... come la parte al tutto».

Al centro del dibattito quarantottesco tra i cattolici sul tema della nazione emerge il problema del rapporto tra universalità del cattolicesimo e affermazione del principio di nazionalità. L’equilibrio tra universalità e nazionalità viene definito secondo ottiche molto diverse, anche se nessuno esclude in modo radicale uno dei due elementi. Sia pure in termini diversi, la medesima questione si ripropone anche oggi: elementi religiosi, orientamenti ideologici e prospettive geopolitiche si intrecciano intorno a queste tematiche. Non si tratta di dibattiti puramente accademici: è un aspetto specifico della più ampia discussione in corso per la ridefinizione dell’ordine internazionale. In particolare, come nel 1848, anche oggi il cristianesimo può essere invocato a favore sia della pace sia della guerra tra le nazioni.

Agostino Giovagnoli

Segue: Quando i preti scesero in piazza

   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page