 |
In Italia, la fioritura quarantottesca del sentimento nazionale precedette di
poco linizio di un lungo dissidio tra Chiesa e Stato, risolto solo vari decenni
dopo. Il clima non era ancora segnato dal lungo dibattito fra transigenti e intransigenti
che ha poi diviso i cattolici, anche oltre la Conciliazione del 1929. Questa circostanza
conferisce al 1848 un particolare interesse: nella storia italiana fu, probabilmente,
lanno di maggior consonanza tra cattolici e nazione. Tutti i cattolici a
cominciare da Pio IX sembrarono infatti aderire con entusiasmo alla causa
nazionale: il 1848 fu davvero lanno, per dirla con Jemolo, delle «speranze
neoguelfe». Eppure, già prima dellAllocuzione del 29
aprile con cui Pio IX dichiarava la sua impossibilità di muovere la guerra
allAustria, non tutti i cattolici italiani seguivano gli stessi orientamenti. Era
infatti in corso una discussione che presenta alcuni motivi di attualità: anche oggi si
torna a discutere di cattolici e identità nazionale, in un contesto di rinnovata
attenzione per la tematica della nazione ma senza riferimenti immediati a problemi di
rapporto tra Chiesa e Stato.
"Genio" universale o locale?
La
discussione che precede la frattura del 48-49 si radica nel complesso
retroterra della cultura della Restaurazione e si collega alla questione della
collocazione della Chiesa allinterno di una società europea in profondo
cambiamento. Quale atteggiamento assumere verso lidea e i sentimenti di nazionalità
che hanno assunto crescente vigore in età romantica? Da una parte, con Chateaubriand, si
riafferma che il "genio del cristianesimo" è un genio universale.
Dallaltra, però, i cristiani non possono essere totalmente insensibili verso il
tema della nazione, termine che è già presente nelle Scritture, che evoca una lunga
tradizione di "nazioni cristiane", che richiama un concetto, quello di popolo,
verso cui la Chiesa è sempre molto attenta... La Chiesa ottocentesca, sempre più
diffidente e ostile verso lo Stato laico e liberale scaturito dalla Rivoluzione francese,
è al tempo stesso interessata alla dimensione delle nazionalità, soprattutto quando,
come nellItalia del 1848, la distinzione tra Stato e nazione presenta ancora una
valenza concreta.

Papa Pio IX insieme al re Vittorio Emanuele II.
In questo dibattito, raccoglieva grande consenso la nota posizione
di Vincenzo Gioberti, il maggiore esponente del disegno neoguelfo di federare i vari Stati
italiani sotto la guida del Papa. Il suo pensiero è stato valorizzato ma anche deformato
da Giovanni Gentile, che ne ha fatto un eroe del nazionalismo italiano, utilizzando
soprattutto i suoi scritti tardivi, segnati da una certa deriva sul piano religioso.
Allinterno di questa lettura, il giobertiano "primato degli italiani" è
apparso in una luce aggressiva e nazionalista. Ma già Passerin dEntreves metteva in
guardia contro loperazione interessata compiuta da Gentile su Gioberti e richiamava
lattenzione sulla dimensione "chiesastica" sottesa ai disegni dei
cattolici risorgimentali.
In realtà il "primato morale e civile degli italiani" va
inteso in un concerto di "primati" differenti che Gioberti attribuiva alle varie
nazioni europee. In questo senso il termine "primato" è vicino a quello di
"missione", frequente anche in Mazzini ed espressivo di una visione tipicamente
romantica e non nazionalista delle nazionalità. Per il sacerdote
piemontese, lItalia non poteva trovare la sua identità e la sua missione
prescindendo dal suo legame con il cattolicesimo e più specificamente con Roma, sede del
papato. La collocazione geografica della Santa Sede, nel cuore della Penisola, conferiva a
questultima una fisionomia universale: secondo Gioberti, come Israele lItalia
era una "nazione universale", destinata a svolgere una specifica funzione al
servizio di un disegno planetario di evangelizzazione. «Iddio si allega con un popolo
speciale per abilitarlo ad essere mediatore e vincolo di colleganza universale».
Lidentità dellItalia, come quella di Israele, gli appariva legata a una
vocazione universale. «LItalia fu sempre la più cosmopolitica delle nazioni».
Al di là dei suoi tratti visibilmente romantici, questa posizione
presenta diversi motivi di interesse. Anzitutto cerca di risolvere il problema del
rapporto tra universalità e nazionalità, decisivo per una Chiesa, quella cattolica,
caratterizzata in modo qualificante dalla dimensione delluniversalità. In secondo
luogo, valorizzando lelemento religioso, favorisce unidea di identità
nazionale in cui prevalgono elementi come la cultura, la tradizione, la storia, piuttosto
che la natura, la forza o legemonia. Infine, attraverso il primato e la missione
delinea un contesto piuttosto di collaborazione che non di conflitto tra le varie nazioni,
malgrado la campagna a favore della guerra contro lAustria.
Popoli frutto della storia
Notevoli
affinità con il neoguelfismo giobertiano appaiono nelle opere di Rosmini, anche se in
questultimo linteresse religioso prevale in modo netto su quello politico. Per
Rosmini le nazioni sono soggetti storici collettivi "comunanze"
presenti nei tempi antichi come in quelli moderni: in lui la parola "nazione"
appare vicino a quella di "popolo", caratterizzato da proprie tradizioni,
consuetudini, esperienze. Più che la dimensione "naturale" gli appare decisiva
quella dello sviluppo storico. La dura critica della fase barbarica delle nazioni
caratterizzata dai legami di sangue e dal potere di un signore appare in questo
senso indicativa: la nazione è per Rosmini soprattutto un prodotto dellevoluzione
storica.

Papa Pio IX benedice le truppe dell'esercito pontificio.
In questo senso, per riprendere la vecchia ma illuminante
distinzione utilizzata da Chabod, anche lidea rosminiana di nazione, come quella
giobertiana, è assai più volontaristica che naturalistica. Lo testimoniano anche
lattenzione verso elementi culturali come la lingua e lidentificazione tra
nazione e società civile. È soprattutto la religione, anzi il cristianesimo,
lelemento più importante di questa evoluzione: è questo il motivo ultimo per
considerare la nazione una comunità soprattutto culturale. Il riferimento alla Chiesa
cattolica spinge Rosmini a subordinare il principio di nazionalità a quello di
universalità. Anchegli cerca di trasfigurare lItalia in una sorta di
"nazione universale", per esempio proponendo luso dellitaliano come
lingua universale della liturgia cattolica al posto del latino. In questo senso Rosmini
appare vicino agli esponenti del Risorgimento italiano, da Gioberti a Mazzini, che hanno
contribuito a tracciare una via italiana allaffermazione del principio di
nazionalità in forma complementare e non conflittuale con quello di universalità. La
consonanza con questi pensatori si estende anche al problema della collocazione
internazionale dellItalia: nel 1848 Rosmini è favorevole alla guerra contro
lAustria e ritiene che il Papa, a causa dei suoi particolari legami con
lItalia, debba sostenere tale guerra, malgrado i suoi doveri di pastore universale.
Il riferimento a Roma
Alcune
affinità con questi orientamenti si trovano anche in Cesare Balbo, che tuttavia se ne
discosta in punti qualificanti. Secondo Balbo, per lItalia è importante non il
riferimento a Roma, ma piuttosto al cattolicesimo in genere, visto tra laltro in
connessione con altre forme di cristianesimo presenti in Europa occidentale. Egli delinea
una sorta di sovrapposizione fra tradizione cristiana e identità europea, che ha
nellAustria un importante baluardo orientale: contro i turchi e gli ortodossi,
limpero ottomano e linfluenza russa. Per questo Balbo è contrario alla
distruzione dellAustria, caldeggiata da Mazzini, per liberare tutte le nazionalità
sottomesse a Vienna. In accordo con questo disegno, Balbo ritiene importante che
lEuropa occidentale estenda con la forza la sua presenza verso Oriente, prendendo il
posto di imperi ormai in decadenza, come quello zarista e quello ottomano. Anche
lItalia dovrebbe trovare la sua identità e il suo futuro in unespansione
verso Oriente, i Balcani, i territori dellimpero turco. Si avverte insomma in lui
linfluenza di una consolidata identificazione fra Europa e cristianità, tante volte
difese con la forza, dalle crociate a Lepanto.
Confronto con Israele
Il
riferimento alla cristianità emerge anche in Luigi Taparelli dAzeglio, il fondatore
della Civiltà Cattolica nel 1850: allinterno del dibattito quarantottesco
sulla nazione, Taparelli è, tra i cattolici, forse il più lontano dai disegni
giobertiani. Per il gesuita, infatti, laffermazione del principio di nazionalità
minerebbe gravemente lordine internazionale, compromettendo luniversalismo
cattolico. A differenza di Gioberti, Taparelli sostiene che il caso di Israele, in cui
religione e nazione sono indissolubilmente unite, è radicalmente lontano dal
cristianesimo. «Che ha a che fare», si chiede Taparelli, «la religione nazionale degli
ebrei, colla universale dei cristiani?».
Piuttosto, gli pare importante il legame che si istituì tra
cristianesimo e impero romano, legame che si fece ancora più stretto con il Sacro Romano
Impero, «una specie di società internazionale», in cui lautorità era esercitata
sulla base delladesione delle varie nazioni alla «verità ed unità cattolica».
Taparelli reagisce poi alla polemica antiromana e antimperiale della Riforma, convinto che
un senso esagerato della nazionalità sia scaturito proprio dalla Riforma. Egli non
intende negare la realtà delle nazioni, in quanto «nazione e Chiesa corrispondono fra
loro... come la parte al tutto».
Al centro del dibattito quarantottesco tra i cattolici sul tema
della nazione emerge il problema del rapporto tra universalità del cattolicesimo e
affermazione del principio di nazionalità. Lequilibrio tra universalità e
nazionalità viene definito secondo ottiche molto diverse, anche se nessuno esclude in
modo radicale uno dei due elementi. Sia pure in termini diversi, la medesima questione si
ripropone anche oggi: elementi religiosi, orientamenti ideologici e prospettive
geopolitiche si intrecciano intorno a queste tematiche. Non si tratta di dibattiti
puramente accademici: è un aspetto specifico della più ampia discussione in corso per la
ridefinizione dellordine internazionale. In particolare, come nel 1848, anche oggi
il cristianesimo può essere invocato a favore sia della pace sia della guerra tra le
nazioni.
Agostino Giovagnoli
Segue: Quando i preti scesero in piazza
|