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1848 e 1968

La bicamerale ai tempi di Tocqueville

di Aldo Giobbio


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Nei suoi Souvenirs Alexis de Tocqueville (1805-1859) ci ha lasciato una vivace testimonianza di come la Commissione per la Costituzione della Seconda Repubblica francese affrontò il problema dell’elezione del capo dello Stato. A quell’epoca il celebre autore del saggio De la Démocratie en Amérique aveva già alle spalle nove anni di esperienza parlamentare, e l’introduzione del suffragio universale non lo aveva per niente danneggiato (risultò eletto all’Assemblea Costituente, nel suo collegio della Manica, con oltre 110 mila voti su 120 mila elettori).

Fu uno dei sei commissari (su 18) che superarono il quorum al primo scrutinio per essere eletti nella Commissione incaricata di preparare la Costituzione. Personalmente Tocqueville era favorevole al sistema bicamerale, e in tale contesto avrebbe accettato anche l’elezione diretta (con voto popolare) del presidente della Repubblica. La giudicò, invece, piena di pericoli per la libertà dopo che la Commissione ebbe optato per la camera unica. «Non si trattava tanto delle due camere», scrisse, «quanto del carattere generale che si sarebbe dovuto dare allo Stato: si voleva perseverare nel sistema sapiente e un po’ complicato dei contrappesi [...] o si doveva battere la strada opposta, secondo la quale si lascia la gestione a un potere unico, omogeneo in tutte le sue parti, senza barriere, e di conseguenza impetuoso nelle sue mosse e irresistibile?».

D’altra parte, chi avrebbe potuto dirimere gli eventuali contrasti tra un capo dell’esecutivo e un’assemblea legislativa, ambedue legittimati da un’investitura diretta del popolo? «Due grandi poteri naturalmente gelosi l’uno dell’altro e situati in un eterno testa a testa, senza poter mai ricorrere all’arbitrato di un terzo potere, si sarebbero subito trovati in rotta di collisione o in guerra e vi sarebbero rimasti costantemente fino a che l’uno non avesse distrutto l’altro [...]. Mi sembrava chiaro allora e mi sembra evidente oggi che, se si voleva che il presidente fosse, senza pericoli per la Repubblica, l’eletto del popolo, bisognava restringere prodigiosamente l’ambito delle sue prerogative [...].

Viceversa, se si lasciavano al presidente i suoi poteri, bisognava che non fosse eletto dal popolo». Rimasta in minoranza la sua posizione, Tocqueville confessava di non riuscire a prevedere «da quale parte sarebbe caduta la bilancia del potere? [...] Talvolta credevo dalla parte dell’assemblea, altre volte da quella del presidente», a seconda delle circostanze. «Di sicuro c’era solo la guerra che si sarebbero fatti e la rovina della Repubblica che ne sarebbe stata la conseguenza». La Seconda Repubblica non durò quattro anni.

Aldo Giobbio

N.B.: I passi di Alexis de Tocqueville qui riprodotti si trovano alle pagg. 184-189 dei Souvenirs, a cura di Luc Monnier, tomo XII delle Oeuvres complètes, Parigi, Gallimard, 1964. I particolari sull’elezione della Commissione sono a pag. 179. La traduzione è di A.G.

Segue: I cattolici e la via italiana al principio di nazionalità

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