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1848 e 1968

DAI RE ALLE MASSE:
GLI ANNI DI RIVOLUZIONE IN EUROPA

di Alberto Krali


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Ricorrono quest’anno gli anniversari di avvenimenti che hanno segnato la storia italiana ed europea. E che ora sono oggetto di profonde rivisitazioni: dagli assetti politici a quelli culturali. Cosa rimane e cosa invece s’è mostrato effimero.

Alle idi di marzo del 1848 il principe Clemens von Metternich, cancelliere di Stato dell’Impero d’Austria, dà le dimissioni e sotto falso nome, con mille ducati in tasca, lascia Vienna nelle mani degli insorti verso l’esilio inglese. Il regista del Congresso del 1815 e l’ideatore della Santa Alleanza fra Austria, Prussia e Russia vede spegnersi sulle barricate della capitale austriaca il sogno di un’Europa aristocratica.

Rivalsa di monarchi umiliati

All’indomani della sconfitta di Napoleone a Waterloo giunge per le monarchie del Centro Europa il grande momento della rivalsa, dopo decenni di umiliazioni e paure. Si tratta di chiudere finalmente i conti, non solo con chi ha messo seriamente in pericolo il potere e l’istituzione monarchici, ma di liquidare in maniera definitiva il retaggio politico e culturale della Rivoluzione francese. Il progetto sottende una concezione politica che rifiuta il presente storico e si affida alla sola forza delle armi per restaurare un mondo che dal 1789 ormai non è più. Autore ed esecutore di un’impresa che già contiene in sé i presupposti della propria rovina, Metternich comprende tuttavia il senso tragico della sua sfida. Lucida è la sua testimonianza: «Il tempo procede nella sua marcia ineluttabile e volerne fermare il cammino impetuoso è impresa vana».

Ma se la Rivoluzione francese aveva posto le basi politiche per la nascita dello Stato moderno, è pur vero che il tarlo che si annida e lentamente erode spazio alle istituzioni aristocratiche ha un nome ben preciso. L’industrializzazione scardina la composizione sociale, contribuisce a spostare masse di contadini dalla campagna alla città, crea nuovi ceti ed emargina quelli tradizionali. Quando il 22 febbraio Parigi dà il via al ’48 europeo, il Continente si trova ad avere una popolazione doppia rispetto a cento anni prima, ma con una produzione agricola inalterata. L’industria, che nell’Europa centrale comincia a prendere piede a partire dal 1834, assorbe manodopera, ma a condizioni di vita miserrime. Da qui il doppio malcontento del lavoratore agricolo e di quello manifatturiero. In Germania due terzi della popolazione svolgono attività agricola e hanno difficoltà a sfamarsi. Basta un cattivo raccolto e la situazione precipita.

Il poeta H. Heine e il drammaturgo naturalista G. Hauptmann ci hanno descritto nelle loro opere la ribellione dei tessitori della Slesia nel Karl Marx (1818 - 1883).1844, cui seguono, quattro anni dopo, le insurrezioni contadine nel Baden. L’industrializzazione, nonostante decenni di repressione poliziesca – in Prussia era proibito fumare per strada e nei giardini pubblici –, fa saltare gli equilibri sociali e crea spazi per lo sviluppo di due nuove classi sociali, il cui avvento segna la storia politica del Continente.

Come la borghesia imprenditoriale e il proletariato potessero trovare collocazione nella restaurazione di modelli politico-statuali antecedenti la Rivoluzione francese è la grande scommessa perduta da Metternich. Del resto Marx e il marxismo sono figli di questa industrializzazione e dell’incapacità delle classi dirigenti del tempo di gestirne e anticiparne i processi politici.

Le masse di diseredati si appellano alla rivoluzione, che letteralmente significa "volgersi di ritorno", quando a loro non è data speranza, se non in una mitica proiezione di un’età dell’oro perduta. Un’estraneità culturale di fondo impedisce di cogliere la dimensione innovativa dei nuovi processi economico-sociali e conduce fatalmente al conflitto con le forze emergenti. In verità il ‘48 segna la sconfitta di chi si attendeva grandi cambiamenti, ma da questa data in poi nulla è più come prima.

Certo, al Continente non è riuscito quello che in Inghilterra era passato nel 1832 con il nome di Reform Bill. Con questa riforma elettorale, che estende il diritto di voto, e con il successivo Municipal Corporation Act, che ne dà applicazione sul piano comunale, «il sistema sociale britannico», come afferma lo storico inglese G.M. Trevelyan, «si va modellando conformemente alle esigenze della nuova società economica». Coniugare il potere aristocratico con la tutela dei diritti civili e politici delle nuove classi è il grande capolavoro inglese.

E il re disse: «Arricchitevi!»

Uno sviluppo fisiologico del capitalismo che a Parigi, capitale della Rivoluzione francese, è precluso. Qui il potere politico si configura fortemente condizionato dalle potenze della Santa Alleanza. Luigi Filippo non è un re come gli altri, è sovrano di uno Stato che lo scrittore e letterato parigino Edgar Quinet definisce «né aristocrazia né democrazia, ma una borghesia staccata dal popolo». È una Francia privata dei suoi ideali quella che leggiamo nei romanzi di Balzac e che è riassumibile nella famosa esortazione di Luigi Filippo al suo popolo: «Arricchitevi!». La borghesia finanziaria si arroga poteri che negli altri Paesi europei spettano all’aristocrazia e ne surroga il ruolo.

Quando nel giugno del 1848 lavoratori e piccoli borghesi, dopo l’insurrezione vittoriosa di febbraio, scendono di nuovo in piazza per protestare contro la chiusura degli ateliers voluti dai socialisti utopisti, trovano le baionette di Cavaignac. Quindicimila morti e feriti, tra cui anche l’arcivescovo di Parigi, segnano la fine di una rivolta nata all’insegna di "Viva la riforma!", quella stessa che sotto il nome di Reform Bill anni prima aveva esteso il diritto di voto senza lo spargimento di una sola goccia di sangue sul suolo inglese. La conservazione vince, ma con l’abdicazione di Luigi Filippo e l’avvento della repubblica la borghesia francese si emancipa dal ricatto aristocratico e inaugura una nuova fase politica.

Il mondo politico tedesco è lontano anni luce dall’impostazione britannica e anche da quella francese. In Prussia, in Austria e nel Deutscher Bund, insieme di quarantuno staterelli autonomi, la borghesia non è al potere e non vanta grandi tradizioni. La condizione è di subalternità e, quando il primo marzo ventimila dimostranti danno inizio a Karlsruhe, nella regione del Baden, al ’48 tedesco, la parola d’ordine è più un proclama filosofico che un programma di lotta politica. «Benessere, istruzione e libertà per tutti», chiedono gli insorti, ma ben presto emergono le due anime del movimento, la legalitaria e la radicale. Prevarrà la prima. La richiesta di armare il popolo, di destituire i principi ed eliminare la nobiltà e la burocrazia non viene presa nemmeno in considerazione dai 574 rappresentanti popolari incaricati di organizzare le elezioni per il parlamento di Francoforte. In verità i costituenti riuniti nella Paulskirche sono contro l’istituzione della repubblica e favorevoli a una monarchia costituzionale che garantisca un deciso avvio delle riforme. La costituzione che elaborano è esemplare e prefigura la creazione di un moderno Stato di diritto.

Per vederla attuata i tedeschi hanno dovuto attendere cent’anni. Solo nel 1949, con la nascita dell’attuale Repubblica Federale di Germania, l’utopia del ’48 trova realizzazione politica. Il sogno tedesco di una democrazia compiuta si infrange sulle baionette prussiane nel luglio 1849. Il poco seguito popolare che ha caratterizzato la prima rivoluzione su suolo tedesco ha tolto potere contrattuale alla borghesia e ne ha sancito il ruolo di sudditanza politica e psicologica nei confronti dello Stato guidato dall’aristocrazia. Un destino che ha accompagnato la storia della Germania sino alla fine della Seconda guerra mondiale, quando gli Alleati imposero alla Germania sconfitta una democrazia di tipo occidentale.

«La sofferenza storica dei tedeschi è di non essersi conquistati da soli la democrazia», diceva con rammarico Theodor Heuss, primo presidente della Repubblica Federale. Questo non vuol dire che le rivendicazioni del ’48 siano andate del tutto disattese. Contrariamente all’Austria, la Prussia mantiene sia la costituzione che il parlamento eletto nelle giornate di marzo, e anche i contadini che si erano liberati dai vincoli feudali continuano a godere della nuova condizione. Ma queste conquiste vengono mantenute per grazia e bontà del re e del principe, cioè con una legittimazione che viene dall’alto. È la via tedesca alla modernità e allo sviluppo industriale. Che il modello tedesco con ciò si differenziasse dall’Occidente ce lo conferma anche Max Weber: «Ai nostri posteri non dobbiamo trasmettere pace e felicità, bensì la conservazione e il culto del nostro carattere nazionale», ebbe a dire. E fu buon profeta.

Alberto Krali

Segue: La bicamerale ai tempi di Tocqueville

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