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Ricorrono questanno gli
anniversari di avvenimenti che hanno segnato la storia italiana ed europea. E che ora sono
oggetto di profonde rivisitazioni: dagli assetti politici a quelli culturali. Cosa rimane
e cosa invece sè mostrato effimero. Alle idi di marzo del
1848 il principe Clemens von Metternich, cancelliere di Stato dellImpero
dAustria, dà le dimissioni e sotto falso nome, con mille ducati in tasca, lascia
Vienna nelle mani degli insorti verso lesilio inglese. Il regista del Congresso del
1815 e lideatore della Santa Alleanza fra Austria, Prussia e Russia vede spegnersi
sulle barricate della capitale austriaca il sogno di unEuropa aristocratica.
Rivalsa di monarchi umiliati
Allindomani
della sconfitta di Napoleone a Waterloo giunge per le monarchie del Centro Europa il
grande momento della rivalsa, dopo decenni di umiliazioni e paure. Si tratta di chiudere
finalmente i conti, non solo con chi ha messo seriamente in pericolo il potere e
listituzione monarchici, ma di liquidare in maniera definitiva il retaggio politico
e culturale della Rivoluzione francese. Il progetto sottende una concezione politica che
rifiuta il presente storico e si affida alla sola forza delle armi per restaurare un mondo
che dal 1789 ormai non è più. Autore ed esecutore di unimpresa che già contiene
in sé i presupposti della propria rovina, Metternich comprende tuttavia il senso tragico
della sua sfida. Lucida è la sua testimonianza: «Il tempo procede nella sua marcia
ineluttabile e volerne fermare il cammino impetuoso è impresa vana».
Ma se la Rivoluzione francese aveva posto le basi politiche per la
nascita dello Stato moderno, è pur vero che il tarlo che si annida e lentamente erode
spazio alle istituzioni aristocratiche ha un nome ben preciso. Lindustrializzazione
scardina la composizione sociale, contribuisce a spostare masse di contadini dalla
campagna alla città, crea nuovi ceti ed emargina quelli tradizionali. Quando il 22
febbraio Parigi dà il via al 48 europeo, il Continente si trova ad avere una
popolazione doppia rispetto a cento anni prima, ma con una produzione agricola inalterata.
Lindustria, che nellEuropa centrale comincia a prendere piede a partire dal
1834, assorbe manodopera, ma a condizioni di vita miserrime. Da qui il doppio malcontento
del lavoratore agricolo e di quello manifatturiero. In Germania due terzi della
popolazione svolgono attività agricola e hanno difficoltà a sfamarsi. Basta un cattivo
raccolto e la situazione precipita.
Il poeta H. Heine e il drammaturgo naturalista G. Hauptmann ci hanno
descritto nelle loro opere la ribellione dei tessitori della Slesia nel 1844, cui seguono, quattro anni dopo, le insurrezioni contadine nel Baden.
Lindustrializzazione, nonostante decenni di repressione poliziesca in Prussia
era proibito fumare per strada e nei giardini pubblici , fa saltare gli equilibri
sociali e crea spazi per lo sviluppo di due nuove classi sociali, il cui avvento segna la
storia politica del Continente.
Come la borghesia imprenditoriale e il proletariato potessero
trovare collocazione nella restaurazione di modelli politico-statuali antecedenti la
Rivoluzione francese è la grande scommessa perduta da Metternich. Del resto Marx e il
marxismo sono figli di questa industrializzazione e dellincapacità delle classi
dirigenti del tempo di gestirne e anticiparne i processi politici.
Le masse di diseredati si appellano alla rivoluzione, che
letteralmente significa "volgersi di ritorno", quando a loro non è data
speranza, se non in una mitica proiezione di unetà delloro perduta.
Unestraneità culturale di fondo impedisce di cogliere la dimensione innovativa dei
nuovi processi economico-sociali e conduce fatalmente al conflitto con le forze emergenti.
In verità il 48 segna la sconfitta di chi si attendeva grandi cambiamenti, ma da
questa data in poi nulla è più come prima.
Certo, al Continente non è riuscito quello che in Inghilterra era
passato nel 1832 con il nome di Reform Bill. Con questa riforma elettorale, che
estende il diritto di voto, e con il successivo Municipal Corporation Act, che ne
dà applicazione sul piano comunale, «il sistema sociale britannico», come afferma lo
storico inglese G.M. Trevelyan, «si va modellando conformemente alle esigenze della nuova
società economica». Coniugare il potere aristocratico con la tutela dei diritti civili e
politici delle nuove classi è il grande capolavoro inglese.
E il re disse: «Arricchitevi!»
Uno
sviluppo fisiologico del capitalismo che a Parigi, capitale della Rivoluzione francese, è
precluso. Qui il potere politico si configura fortemente condizionato dalle potenze della
Santa Alleanza. Luigi Filippo non è un re come gli altri, è sovrano di uno Stato che lo
scrittore e letterato parigino Edgar Quinet definisce «né aristocrazia né democrazia,
ma una borghesia staccata dal popolo». È una Francia privata dei suoi ideali quella che
leggiamo nei romanzi di Balzac e che è riassumibile nella famosa esortazione di Luigi
Filippo al suo popolo: «Arricchitevi!». La borghesia finanziaria si arroga poteri che
negli altri Paesi europei spettano allaristocrazia e ne surroga il ruolo.
Quando nel giugno del 1848 lavoratori e piccoli borghesi, dopo
linsurrezione vittoriosa di febbraio, scendono di nuovo in piazza per protestare
contro la chiusura degli ateliers voluti dai socialisti utopisti, trovano le
baionette di Cavaignac. Quindicimila morti e feriti, tra cui anche larcivescovo di
Parigi, segnano la fine di una rivolta nata allinsegna di "Viva la
riforma!", quella stessa che sotto il nome di Reform Bill anni prima aveva
esteso il diritto di voto senza lo spargimento di una sola goccia di sangue sul suolo
inglese. La conservazione vince, ma con labdicazione di Luigi Filippo e
lavvento della repubblica la borghesia francese si emancipa dal ricatto
aristocratico e inaugura una nuova fase politica.
Il mondo politico tedesco è lontano anni luce
dallimpostazione britannica e anche da quella francese. In Prussia, in Austria e nel
Deutscher Bund, insieme di quarantuno staterelli autonomi, la borghesia non è al
potere e non vanta grandi tradizioni. La condizione è di subalternità e, quando il primo
marzo ventimila dimostranti danno inizio a Karlsruhe, nella regione del Baden, al 48
tedesco, la parola dordine è più un proclama filosofico che un programma di lotta
politica. «Benessere, istruzione e libertà per tutti», chiedono gli insorti, ma ben
presto emergono le due anime del movimento, la legalitaria e la radicale. Prevarrà la
prima. La richiesta di armare il popolo, di destituire i principi ed eliminare la nobiltà
e la burocrazia non viene presa nemmeno in considerazione dai 574 rappresentanti popolari
incaricati di organizzare le elezioni per il parlamento di Francoforte. In verità i
costituenti riuniti nella Paulskirche sono contro listituzione della repubblica e
favorevoli a una monarchia costituzionale che garantisca un deciso avvio delle riforme. La
costituzione che elaborano è esemplare e prefigura la creazione di un moderno Stato di
diritto.
Per vederla attuata i tedeschi hanno dovuto attendere
centanni. Solo nel 1949, con la nascita dellattuale Repubblica Federale di
Germania, lutopia del 48 trova realizzazione politica. Il sogno tedesco di una
democrazia compiuta si infrange sulle baionette prussiane nel luglio 1849. Il poco seguito
popolare che ha caratterizzato la prima rivoluzione su suolo tedesco ha tolto potere
contrattuale alla borghesia e ne ha sancito il ruolo di sudditanza politica e psicologica
nei confronti dello Stato guidato dallaristocrazia. Un destino che ha accompagnato
la storia della Germania sino alla fine della Seconda guerra mondiale, quando gli Alleati
imposero alla Germania sconfitta una democrazia di tipo occidentale.
«La sofferenza storica dei tedeschi è di non essersi conquistati
da soli la democrazia», diceva con rammarico Theodor Heuss, primo presidente della
Repubblica Federale. Questo non vuol dire che le rivendicazioni del 48 siano andate
del tutto disattese. Contrariamente allAustria, la Prussia mantiene sia la
costituzione che il parlamento eletto nelle giornate di marzo, e anche i contadini che si
erano liberati dai vincoli feudali continuano a godere della nuova condizione. Ma queste
conquiste vengono mantenute per grazia e bontà del re e del principe, cioè con una
legittimazione che viene dallalto. È la via tedesca alla modernità e allo sviluppo
industriale. Che il modello tedesco con ciò si differenziasse dallOccidente ce lo
conferma anche Max Weber: «Ai nostri posteri non dobbiamo trasmettere pace e felicità,
bensì la conservazione e il culto del nostro carattere nazionale», ebbe a dire. E fu
buon profeta.
Alberto Krali
Segue: La bicamerale ai tempi di Tocqueville
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