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Alla strettoia del terrorismo e
al disagio sociale violento cè chi ha opposto lattenzione allumano.
Limpegno della Comunità di SantEgidio, che in quellanno muoveva i primi
passi, a favore della pace e del dialogo internazionali. C'è una
vulgata che unisce 1848 e 1968. Un senso di movimento, di discussione, di convinzioni
diverse, ma che intendono diventare sovversione. Cè una vulgata popolare che fa
arrivare fino a noi il 1848 e la sua rivoluzione politica trasformata in contestazione
proverbiale: «è un quarantotto», che altro non è, in questa chiave (evidentemente la
chiave dei vincitori del dopo-Quarantotto), se non disordine, gran confusione. Meno
fortuna ha avuto il 1968, almeno a livello linguistico. Cè il "mitico
68", mitico solo per i protagonisti, alcuni oggi classe dirigente in una
società diversa da quella ventilata. In realtà, tra 1848 e 1968, al di là di qualche
analogia (i giovani, le piazze, le dimostrazioni, il potere costituito in imbarazzo),
molte, forse radicali, sono le differenze. Il 1848 è rivoluzione politica; cè
dentro il nascente senso della nazione, mischiato a Romanticismo, Illuminismo e
allaffacciarsi di operai e socialisti sulla scena europea. Il 1968 è rivolta
culturale che diventa politica perché solo la trasformazione della politica sembra
permettere una piena rivoluzione culturale e antropologica. Il 1848 è sconfitto. Ma
quella rivoluzione politica è destinata ad affermarsi appena qualche decennio dopo. Il
68 si canalizza in gran parte nella cultura politica della nuova sinistra, vede la
vittoria culturale e la parabola discendente del marxismo, è in qualche modo autore della
propria sconfitta. E paradossalmente non si esaurisce nella propria sconfitta.
Due date riconducibili a
due rivoluzioni
È ancora attuale il 48? Gli stati nazionali che da lì hanno preso le
mosse oggi si debbono confrontare con lannacquamento dei caratteri nazionali, con la
crisi di una politica estera fatta secondo tradizionali zone dinfluenza
(economico-culturale-linguistica), con le frontiere larghe e fredde dellEuropa in
costruzione, con la cultura del muro, ovvero della frontiera esterna dellEuropa da
far diventare muro (contro il diverso, limmigrato), con la globalizzazione
delleconomia che non risente dei debiti storici e territoriali, e cui corrisponde la
spinta alla frammentazione e alletnicizzazione delle differenze interne. Forse,
proprio per questo, è ancora interessante quel 1848 con le sue culture nazionali allo
stato nascente, fondate ora sul sangue, ora sulla terra, ora sulla volontà, e comunque
con la sua spinta alla creazione di entità nazionali oltre il particolare, oltre la
differenza linguistica e dialettale. È attuale il 68? E, poi, quanti 68? Le
domande potrebbero continuare. Se il 1848 ha molte parentele riconducibili alla
Rivoluzione francese, il 1968 è piuttosto figlio di quella rivoluzione americana (e
occidentale) che nel XX secolo, nel secondo Dopoguerra, prende la forma della società dei
consumi: nemico, padre e madre, ma anche ambiente vitale della contestazione studentesca e
di ciò che ne segue.

La Comunità di S. Egidio ha promosso trattative per la pace in
Mozambico.
È per questo che in apertura di questo numero di Letture dedicato
a due anni di frontiera vorrei sottrarmi al parallelo impossibile. E soffermarmi
sullanno a noi più vicino. E particolarmente vicino allesperienza della
Comunità di SantEgidio, che proprio in quellanno muoveva i primi passi. Si
apriva allora una crisi della democrazia occidentale, le generazioni più giovani si
rivoltavano contro le istituzioni politiche, religiose ed educative del mondo occidentale.
Ne contestavano le contraddizioni profonde. Era una domanda di autenticità. Lautore
de Il prigioniero di Aleppo, un ex del 68, ha scritto: «Nel 68 tutto
era rimesso in discussione, lamore borghese, la famiglia, il lavoro, limpegno
politico. Tutto si poteva dire di noi, forze verdi, meno che fossimo degli arrivisti. Non
sapevamo nemmeno dove volevamo arrivare, volevamo cambiare tutto e chi vuole arrivare non
vuole cambiare proprio niente, perché la società gli sta bene così. A noi non andava
più bene niente. La nostra è stata una generazione-laboratorio che ha sperimentato sulla
propria pelle il disagio e la purezza del cambiamento, rimettendoci sempre». Mi ritrovo
in queste parole di Silvera, eccetto che nel: «rimettendoci sempre». Non è la nostra
storia. Nel 68 si aveva davvero la sensazione di poter cambiare tutto,
particolarmente nel mondo giovanile. Naturalmente la voglia di autenticità passava più
per la distruzione del "vecchio", inautentico, che non per la costruzione.
Contestazione della politica, del sistema educativo, della cultura occidentale, dei
consumi.
Cè stato un 68 europeo e americano, opera dei figli
"bene" dellOccidente: studenti universitari. Veniva alla luce una forma di
protagonismo che ha preso le strade più diverse, anche terribili. La ricercata purezza
poteva portare alleliminazione dell"impuro". Per quegli studenti di
Roma che sono diventati "SantEgidio", quella spinta di autenticità e
contestazione sincontrava con un fatto importante: la scoperta del Vangelo, un
fattore determinante nelle derive ideologiche e/o tragiche del 68. Il Vangelo come
parola autentica. La misericordia e il perdono come grandi antidoti alla purezza che si
faceva intolleranza. In quel 68 entrava con forza, assieme alla prima crisi della
democrazia occidentale, anche il Concilio Vaticano II, cioè una via di fedeltà al
Vangelo che si faceva anche simpatia per luomo contemporaneo. Lincipit del
testo conciliare Gaudium et spes esprimeva questa simpatia: «Le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di
tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro
cuore».
Con il Vaticano II, per la Comunità di SantEgidio entrava nel
68 anche una desolidarizzazione dellesperienza cristiana
dallautoritarismo politico, cioè da quello che è stato un grande problema dei
cattolici tra le due guerre e, in Paesi come Spagna e Portogallo, anche dopo la Seconda
guerra mondiale. Si era allaccettazione piena della libertà religiosa e del
pluralismo, anzi alla convinzione che la democrazia e la libertà fanno maturare più in
profondità la vita cristiana. Era il distacco dallutopia negativa dello Stato
autoritario, che impone e non favorisce la proposta alle coscienze. (Talvolta chi è
portatore di valori, forse per antica tradizione autoritaria, per scarsa convinzione, per
timore di una fatica troppo interiore, è duro ad accettare la diversità dellaltro,
insomma, la democrazia. È la storia, recente, dei tanti integralismi religiosi,
nazionalisti, campanilisti, ideologici).
I "media"
premiano quello mai giunto a maturazione
C'è stato, dunque, un 68 maggioritario, che si è fatto cambiamento di
linguaggio, consuetudine alla discussione dellautorità sulla base del consenso,
mito operaio, internazionalista e, al tempo stesso, teorizzazione del sociale e dello
spazio urbano come terreno di scontro e di cambiamento. Cè stato un 68 tutto
politico, che è passato per il plumbeo percorso del terrorismo, oggi premiato dai media
alla ricerca di verità che non ci sono. Di fronte alla strettoia del terrorismo e al
disagio sociale diventato manifestamente violento in quella ripresa studentesca della
primavera del 1977, il 68 ha assunto il sapore amaro del movimento che precede la
violenza. Mi sembra un percorso, ma non tutto. Cè un 68 che ha cercato di
conservare e far crescere il senso di unattenzione allumano che non finiva con
il proprio particolare, ma rimaneva attento allaltro, al lontano. Parte di questo mi
sembra non sia estraneo allesperienza di SantEgidio, a questa alleanza con i
poveri per trasformare la vita quotidiana, unalleanza senza confini nazionali e
senza limiti precostituiti. Unalleanza che non smette di sognare, fino alla
pacificazione di interi Paesi martoriati dalla guerra, oltre i percorsi tradizionali della
politica e magari della diplomazia. Mi sembra che proprio nel lavoro concreto per la pace,
nel dialogo interreligioso ed ecumenico, che sono diventati per molti pratica consueta e
quotidiana, sia contenuta più che unimmagine delle energie non tutte
espresse del cristianesimo contemporaneo, e di quel 68 mai giunto a
maturazione piena.
Andrea Riccardi |