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EDITORIALE

NOI, FIGLI DI UN ALTRO ’68

di Andrea Riccardi


   Letture n.547 maggio 1998 - Home Page Alla strettoia del terrorismo e al disagio sociale violento c’è chi ha opposto l’attenzione all’umano. L’impegno della Comunità di Sant’Egidio, che in quell’anno muoveva i primi passi, a favore della pace e del dialogo internazionali.

C'è una vulgata che unisce 1848 e 1968. Un senso di movimento, di discussione, di convinzioni diverse, ma che intendono diventare sovversione. C’è una vulgata popolare che fa arrivare fino a noi il 1848 e la sua rivoluzione politica trasformata in contestazione proverbiale: «è un quarantotto», che altro non è, in questa chiave (evidentemente la chiave dei vincitori del dopo-Quarantotto), se non disordine, gran confusione. Meno fortuna ha avuto il 1968, almeno a livello linguistico. C’è il "mitico ’68", mitico solo per i protagonisti, alcuni oggi classe dirigente in una società diversa da quella ventilata. In realtà, tra 1848 e 1968, al di là di qualche analogia (i giovani, le piazze, le dimostrazioni, il potere costituito in imbarazzo), molte, forse radicali, sono le differenze. Il 1848 è rivoluzione politica; c’è dentro il nascente senso della nazione, mischiato a Romanticismo, Illuminismo e all’affacciarsi di operai e socialisti sulla scena europea. Il 1968 è rivolta culturale che diventa politica perché solo la trasformazione della politica sembra permettere una piena rivoluzione culturale e antropologica. Il 1848 è sconfitto. Ma quella rivoluzione politica è destinata ad affermarsi appena qualche decennio dopo. Il ’68 si canalizza in gran parte nella cultura politica della nuova sinistra, vede la vittoria culturale e la parabola discendente del marxismo, è in qualche modo autore della propria sconfitta. E paradossalmente non si esaurisce nella propria sconfitta.

Due date riconducibili a due rivoluzioni

È ancora attuale il ’48? Gli stati nazionali che da lì hanno preso le mosse oggi si debbono confrontare con l’annacquamento dei caratteri nazionali, con la crisi di una politica estera fatta secondo tradizionali zone d’influenza (economico-culturale-linguistica), con le frontiere larghe e fredde dell’Europa in costruzione, con la cultura del muro, ovvero della frontiera esterna dell’Europa da far diventare muro (contro il diverso, l’immigrato), con la globalizzazione dell’economia che non risente dei debiti storici e territoriali, e cui corrisponde la spinta alla frammentazione e all’etnicizzazione delle differenze interne. Forse, proprio per questo, è ancora interessante quel 1848 con le sue culture nazionali allo stato nascente, fondate ora sul sangue, ora sulla terra, ora sulla volontà, e comunque con la sua spinta alla creazione di entità nazionali oltre il particolare, oltre la differenza linguistica e dialettale. È attuale il ’68? E, poi, quanti ’68? Le domande potrebbero continuare. Se il 1848 ha molte parentele riconducibili alla Rivoluzione francese, il 1968 è piuttosto figlio di quella rivoluzione americana (e occidentale) che nel XX secolo, nel secondo Dopoguerra, prende la forma della società dei consumi: nemico, padre e madre, ma anche ambiente vitale della contestazione studentesca e di ciò che ne segue.

La Comunità di S. Egidio ha promosso trattative per la pace in Mozambico.
La Comunità di S. Egidio ha promosso trattative per la pace in Mozambico.

È per questo che in apertura di questo numero di Letture dedicato a due anni di frontiera vorrei sottrarmi al parallelo impossibile. E soffermarmi sull’anno a noi più vicino. E particolarmente vicino all’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, che proprio in quell’anno muoveva i primi passi. Si apriva allora una crisi della democrazia occidentale, le generazioni più giovani si rivoltavano contro le istituzioni politiche, religiose ed educative del mondo occidentale. Ne contestavano le contraddizioni profonde. Era una domanda di autenticità. L’autore de Il prigioniero di Aleppo, un ex del ’68, ha scritto: «Nel ’68 tutto era rimesso in discussione, l’amore borghese, la famiglia, il lavoro, l’impegno politico. Tutto si poteva dire di noi, forze verdi, meno che fossimo degli arrivisti. Non sapevamo nemmeno dove volevamo arrivare, volevamo cambiare tutto e chi vuole arrivare non vuole cambiare proprio niente, perché la società gli sta bene così. A noi non andava più bene niente. La nostra è stata una generazione-laboratorio che ha sperimentato sulla propria pelle il disagio e la purezza del cambiamento, rimettendoci sempre». Mi ritrovo in queste parole di Silvera, eccetto che nel: «rimettendoci sempre». Non è la nostra storia. Nel ’68 si aveva davvero la sensazione di poter cambiare tutto, particolarmente nel mondo giovanile. Naturalmente la voglia di autenticità passava più per la distruzione del "vecchio", inautentico, che non per la costruzione. Contestazione della politica, del sistema educativo, della cultura occidentale, dei consumi.

C’è stato un ’68 europeo e americano, opera dei figli "bene" dell’Occidente: studenti universitari. Veniva alla luce una forma di protagonismo che ha preso le strade più diverse, anche terribili. La ricercata purezza poteva portare all’eliminazione dell’"impuro". Per quegli studenti di Roma che sono diventati "Sant’Egidio", quella spinta di autenticità e contestazione s’incontrava con un fatto importante: la scoperta del Vangelo, un fattore determinante nelle derive ideologiche e/o tragiche del ’68. Il Vangelo come parola autentica. La misericordia e il perdono come grandi antidoti alla purezza che si faceva intolleranza. In quel ’68 entrava con forza, assieme alla prima crisi della democrazia occidentale, anche il Concilio Vaticano II, cioè una via di fedeltà al Vangelo che si faceva anche simpatia per l’uomo contemporaneo. L’incipit del testo conciliare Gaudium et spes esprimeva questa simpatia: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

Con il Vaticano II, per la Comunità di Sant’Egidio entrava nel ’68 anche una desolidarizzazione dell’esperienza cristiana dall’autoritarismo politico, cioè da quello che è stato un grande problema dei cattolici tra le due guerre e, in Paesi come Spagna e Portogallo, anche dopo la Seconda guerra mondiale. Si era all’accettazione piena della libertà religiosa e del pluralismo, anzi alla convinzione che la democrazia e la libertà fanno maturare più in profondità la vita cristiana. Era il distacco dall’utopia negativa dello Stato autoritario, che impone e non favorisce la proposta alle coscienze. (Talvolta chi è portatore di valori, forse per antica tradizione autoritaria, per scarsa convinzione, per timore di una fatica troppo interiore, è duro ad accettare la diversità dell’altro, insomma, la democrazia. È la storia, recente, dei tanti integralismi religiosi, nazionalisti, campanilisti, ideologici).

I "media" premiano quello mai giunto a maturazione

C'è stato, dunque, un ’68 maggioritario, che si è fatto cambiamento di linguaggio, consuetudine alla discussione dell’autorità sulla base del consenso, mito operaio, internazionalista e, al tempo stesso, teorizzazione del sociale e dello spazio urbano come terreno di scontro e di cambiamento. C’è stato un ’68 tutto politico, che è passato per il plumbeo percorso del terrorismo, oggi premiato dai media alla ricerca di verità che non ci sono. Di fronte alla strettoia del terrorismo e al disagio sociale diventato manifestamente violento in quella ripresa studentesca della primavera del 1977, il ’68 ha assunto il sapore amaro del movimento che precede la violenza. Mi sembra un percorso, ma non tutto. C’è un ’68 che ha cercato di conservare e far crescere il senso di un’attenzione all’umano che non finiva con il proprio particolare, ma rimaneva attento all’altro, al lontano. Parte di questo mi sembra non sia estraneo all’esperienza di Sant’Egidio, a questa alleanza con i poveri per trasformare la vita quotidiana, un’alleanza senza confini nazionali e senza limiti precostituiti. Un’alleanza che non smette di sognare, fino alla pacificazione di interi Paesi martoriati dalla guerra, oltre i percorsi tradizionali della politica e magari della diplomazia. Mi sembra che proprio nel lavoro concreto per la pace, nel dialogo interreligioso ed ecumenico, che sono diventati per molti pratica consueta e quotidiana, sia contenuta più che un’immagine delle energie – non tutte espresse – del cristianesimo contemporaneo, e di quel ’68 mai giunto a maturazione piena.

Andrea Riccardi

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