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Un gioco
di spaesamento
È tuttavia solo nel 1984, con Allinseguimento della pietra verde,
che Zemeckis ottiene il suo primo successo internazionale: interpretato da star come
Kathleen Turner, Michael Douglas e Danny DeVito, il film si inserisce nel filone
neo-avventuroso inaugurato da Spielberg con I predatori dellarca perduta (1981),
per narrare la storia di una scrittrice di romanzi dappendice coinvolta, assieme a
un simpatico avventuriero, nella ricerca di un prezioso smeraldo tra le foreste e i
coccodrilli della Colombia. Lambientazione esotica, la sapiente alternanza fra i
toni del thriller e quelli del grottesco, e il ritmo molto sostenuto sgretolano il
tradizionale impianto epico del film davventura a favore di una narrazione che gioca
divertita con sé stessa e con i suoi topoi, rivisitando le figure-chiave del
genere (linseguimento, lagguato, il tranello, il tradimento) con uno sguardo
complice e malizioso, in sintonia con il gusto post-moderno che si andava affermando negli
anni Ottanta. Ma più che lestetica della citazione e del riuso (che pure affiora a
tratti nel film), a Zemeckis importa decontestualizzare un personaggio (in questo caso la
scrittrice, interpretata da Kathleen Turner) e verificare il suo comportamento in un
ambiente diverso da quello ordinario e consueto; ed è proprio in questo gioco di
spaesamento e di riambientazione (o in questa prima ricerca di un altrove) che Allinseguimento
della pietra verde anticipa e prefigura il lavoro successivo del regista, impegnato in
progetti più ambiziosi e maturi.
Nel corso degli anni Ottanta, il tempo diventa lossessione
dominante del cinema americano. Esaurite le possibilità geografiche di trovare spazi
inediti in cui far viaggiare limmaginazione del pubblico, il cinema si rivolge al
tempo per scardinarne la durata e la linearità progressiva. Si viaggia molto nel tempo,
nel cinema degli anni Ottanta. Si va avanti e indietro negli anni, a zig-zag
sullasse cronologico. E ci si infila volentieri in aporie o in paradossi temporali.
Zemeckis è in prima linea su questo fronte sperimentale grazie alla trilogia formata dal
film Ritorno al futuro (1985) e dalle successive part II (1989) e part
III (1990). Si tratta di una vera e propria serie, se non addirittura di una saga: a
differenza di molti suoi colleghi poco disposti a misurarsi con sequels e parti
seconde, Zemeckis ha scelto di dirigere personalmente tutti e tre gli episodi e, anzi, di
legarli tra loro attraverso una rete fitta di rimandi e citazioni (Ritorno al futuro
parte II contiene sia citazioni del primo episodio, che servono come richiamo interno
alla progettualità della serie, sia anticipazioni della puntata successiva, che
funzionano come una sorta di promemoria preventivo e promozionale per ciò che ancora non
cè ma che probabilmente di lì a poco ci sarà).
Ritorno al futuro apre il racconto con un lungo movimento di
macchina su una serie interminabile di sveglie e di orologi, tanto per mettere subito in
chiaro quale sarà il tema dominante del film. Nella cittadina californiana di Hill Valley
il giovane Marty McFly (Michael J. Fox) ha un rapporto di sodale amicizia (e, forse, anche
di lucida follia) con il bizzarro Doc (Christopher Lloyd), emblema e prototipo dello
scienziato tutto "genio e sregolatezza". Da sempre interessato al problema dei
paradossi temporali, Doc ha messo a punto un sistema che consente di viaggiare nel tempo a
bordo di una DeLorean appositamente modificata. Così invia il giovane McFly
trentanni indietro (dal 26 ottobre 1985 al 5 novembre 1955): lo spazio in cui
avviene la regressione è identico a quello di partenza (ancora la cittadina di Hill
Valley), ma proprio linvarianza spaziale accentua e valorizza le varianti temporali
e leffetto di spaesamento che producono sul giovane "viaggiatore".
Piombato nella cittadina che gli darà i natali, ma in unepoca di poco precedente
alla propria nascita, McFly incontra quelli che diventeranno (o che dovrebbero diventare)
i propri genitori e subito si accorge che la sua futura madre prova unirresistibile
attrazione per lui. Il fantasma dellincesto (sia pure nella dimensione virtuale del
paradosso) è tuttavia subito respinto: per evitare catastrofi nel futuro (cioè nel
presente da cui è partito), McFly deve fare in modo che la sua apparizione nel passato
non introduca modifiche nel continuum spazio-temporale, consapevole che ogni
eventuale variazione rispetto allaccaduto potrebbe mettere in dubbio la sua stessa
esistenza reale.
Visione storica
pessimistica
La
situazione si complica ancora di più nei due sequels: nella parte II McFly
viaggia infatti prima nel futuro (nel 2015) per impedire al figlio di compiere un gesto
che avrebbe condotto alla rovina tutta la famiglia, poi torna ancora nel 1955 per
ristabilire il corso "normale" degli eventi successivi, mentre nella parte
III insegue Doc nel vecchio West del 1885, andando a visitare la fase pionieristica
della vita di Hill Valley in un singolare e bizzarro cocktail di western e
fantascienza. Quel che emerge con chiarezza dallintreccio complessivo dei tre
episodi è non solo una svalutazione ironicamente pessimistica delle potenzialità
conoscitive offerte dalla scienza («Nessuno dovrebbe sapere troppo del proprio
destino»), ma anche una visione della storia sostanzialmente fondata
sullimmodificabilità dei rapporti e delle relazioni sociali: in qualunque epoca
storica la si visiti, nella cittadina di Hill Valley cè sempre una famiglia (i
McFly) vessata e angariata, cè un prepotente (il torvo Biff Tannen, con i suoi
antenati e discendenti) che sfrutta ogni occasione per arricchirsi, cè una
fanciulla innocente insidiata dal medesimo malvagio e un eroe che la aiuta a salvarsi. Il
mondo è così ed è immodificabile: cambiano le tecnologie, le configurazioni del
territorio, le mode (le scarpe autoallaccianti, gli skateboard senza ruote), le
forme di spettacolo (nel 2015 si proietta Lo squalo 19, nel 1955 lidea che un
attore come Ronald Reagan possa diventare presidente degli Stati Uniti suscita
lilarità collettiva), ma quel che conta resta immutato e gravita attorno a un
evento naturale riproposto in ognuno dei tre episodi della serie (il fulmine che ha
colpito lorologio della torre e che fornisce a Doc lenergia necessaria per i
suoi "salti" nel tempo). Lapparente e scanzonata spregiudicatezza del
racconto nasconde in realtà una visione sostanzialmente pessimistica della storia: nulla
è modificabile, tutto è già dato. Gli effetti speciali, le riprese da brivido e lo
sguardo eccentrico della regia confermano il dato di fondo e immergono in un alone di
simpatica ironia leterno ritorno dellidentico lungo lasse cronologico
del tempo.
Come ha acutamente osservato Paolo Marocco (in Segnocinema n.
71), il meccanismo seriale adottato da Zemeckis ricorda le varie versioni della cattedrale
di Rouen dipinte da Monet: cambiano la luce e i colori, ma il resto rimane invariato. Non
cè altrove possibile, alla fine della saga: dopo aver esplorato avanti e indietro
la storia, Zemeckis (sempre in collaborazione con lamico Bob Gale in qualità di
sceneggiatore) approda alla convinzione che la storia non è che il ciclico ripetersi
dellidentico, appena appena variato dalluso di abiti di scena, di maschere e
di arredi di volta in volta leggermente differenziati. Tanto vale sguazzare in questo
grande serbatoio con lo spirito di un saccheggiatore di miti, chiamando gli stessi attori
a interpretare non solo un personaggio ma anche i suoi antenati e i suoi discendenti, e
concedendo al solo Doc (lo scienziato folle, lemarginato) il privilegio di rompere
le regole, diventando un vero e proprio «apolide dello spazio-tempo» (Marocco): quasi
unanticipazione di quello che saranno, di lì a poco, Roger Rabbit e Forrest
Gump.
Segue: L'apolide dello spazio e del tempo - 3
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