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Il regista
americano interviene sui codici linguistici ed espressivi, alterando epoche, luoghi e
persone, per dire che comunque non cambia mai niente. Iconoclasta con i miti moderni,
offre un vangelo laico in "Forrest Gump".
Milano
1958-59. Lascia o raddoppia? Davanti a un Mike Bongiorno esterrefatto si presenta
un giovanottone americano come esperto di funghi. Sta lavorando allo Studio di Fonologia
della Rai, fondato da Luciano Berio e Bruno Maderna, attorno a un pezzo che si chiama Fontana
Mix, fatto con scampoli di nastro trovati nei cestini dello studio. È finito davanti
a Mike perché gli hanno detto che rendere giustizia.
Da Los Angeles
allEuropa
Spingere
il cinema fino al suo limite estremo. Sottoporre a verifica le sue categorie fondative (il
tempo, lo spazio, il personaggio) e usarle in modo diverso. Rompere i tabù retorici e i
codici linguistici per nuove e inedite alchimie espressive: cè un segno
sperimentale molto forte che attraversa il cinema di Robert Zemeckis e che si declina con
rinnovata originalità di film in film. Spesso liquidato sbrigativamente come uno dei
tanti alfieri della neo-spettacolarità hollywoodiana, Zemeckis si differenzia dagli altri
cineasti che, come lui, lavorano con grandi budget e su progetti kolossal (James
Cameron, Paul Verhoeven, Jan De Bont), proprio per la spregiudicatezza con cui in ogni
film aggredisce e rivisita uno dei canoni del cinema classico nel tentativo di dar vita a
nuovi progetti di cinema "possibile".
Ricerca al limite del
filmabile
Il
suo film più recente, Contact (1997), è un buon viatico per accedere alla
complessità e alloriginalità del suo mondo espressivo: un film a suo modo
"terminale" e "filosofico", che illumina tutto il precedente lavoro
dellautore, ponendolo in una luce di affascinante e coraggiosa problematicità.
Tratto dallomonimo romanzo dello scienziato Carl Sagan, Contact racconta
lavventura (fisica e spirituale) della giovane astronoma Ellie Arroway (Jodie
Foster). Convinta fin dallinfanzia che gli uomini non sono soli nelluniverso,
Ellie ascolta le stelle e cerca di captare segnali dal cosmo. Un messaggio giunto da Vega
le offre finalmente la chiave per "partire": dopo aver convinto le autorità
politico-militari del pianeta a finanziare il suo progetto, Ellie è la prima terrestre
che intraprende il viaggio verso lignoto. Ma, al suo ritorno, molti la prendono per
visionaria e ritengono che il suo racconto sia solo il frutto di unallucinazione.
Che cosha visto Ellie? E cosa abbiamo visto noi? Poco, in fondo: un tunnel
spazio-temporale fatto di cromatismi accesi e di effetti-vortice, realizzato secondo
modelli figurativi già usati più di una volta sugli schermi, e poi lapprodo a un
altrove che sembra la ripresa a luce sovraesposta di una cartolinesca spiaggia caraibica.
Tutto qui. Ma proprio qui sta il punto: Contact è un film
sul non-poter-andare-oltre-delle-immagini. Un film sul nostro bisogno di altrove, ma anche
sullimpossibilità di visualizzare questa necessità per linadeguatezza della
strumentazione (tecnologica, ma anche emotiva, percettiva, epistemologica) di cui
disponiamo. Un film-limite, dunque: che ci dice la necessità di andare oltre questo
cinema, ma scontando prima di tutto su di sé limpossibilità di farlo per davvero.
Un film che tanto più aspira allaltrove (visivo e percettivo) quanto più sente (e
riconosce) di non poterlo di fatto raggiungere. Le immagini sembra suggerire
Zemeckis sono impotenti. Queste immagini, che da un secolo danno vita al cinema (e
ai suoi sogni), e che ora sembrano giunte al terminale della loro capacità espressiva e
comunicativa.
Fondamentale per ciò che sente di non poter essere, Contact si
impone fin dallinizio allo spettatore come un esempio singolare di cinema acustico:
Ellie non osserva le stelle, le ascolta. Allena ludito per sopperire ai limiti della
vista. Come nello scanner cosmico che apre il film: pianeti, satelliti e meteoriti
scorrono sullo schermo, assieme a frammenti di galassie, e nebulose, voci, suoni, rumori.
Come in un vortice stellare, tutto viene risucchiato da un punto nella profondità di
campo che si scopre alla fine essere la pupilla di un occhio. Tutto finisce lì dentro:
anche le voci della radio, i messaggi dei radioamatori, i brandelli di conversazione via
etere, le strofe delle canzonette, i silenzi. Tutto finisce nellocchio: perché
locchio ha bisogno di suoni e silenzi per riuscire a vedere oltre. Perché la vista
può stabilire un contatto (limmagine delle Olimpiadi di Berlino del 1936 lanciata
nello spazio e captata dagli alieni), ma poi la comprensione del senso passa per altri
segni e per altri alfabeti.
Non a caso Ellie percepisce le cose con ludito prima che con
la vista (a cominciare dallevento-catastrofe della morte del padre). E perfino
quando osserva le stelle non vede che puntini luminosi perduti nel cielo infinito, mentre
quando le "ascolta" riesce ad avvicinarsi un po di più al loro mistero.
Solo nel corso del suo viaggio cosmico-siderale Ellie vede. E vede qualcosa che noi
spettatori (impotenza del cinema, appunto) non riusciamo ancora a vedere. Le telecamere
piazzate sulla navicella spaziale, non a caso, non registrano nulla. Non ci sono immagini,
sui nastri magnetici esaminati dai tecnici dellastronautica mondiale. Solo il
brusìo elettronico di un segnale vuoto. Ma mentre il viaggio, nella percezione terrestre
(la nostra?), è durato una frazione di secondo, le telecamere hanno registrato il vuoto
per 18 ore. Il tempo. Come già in tutto il precedente cinema di Zemeckis, ancora una
volta è il tempo (non lo spazio) a fornire la prova oggettiva di una possibile epifania
dellaltrove.
Tempo agostiniano, tempo come distensione dellanima? Anche, ma
non solo. Diciotto ore di silenzio e di vuoto: con la limpidezza assiomatica di un rasoio
di Occam applicato allontologia delle immagini, Zemeckis individua in questo vuoto
(e in questo silenzio) lunico vero set possibile per il cinema del futuro. La
sua sfida, la nostra necessità.
Sotto il segno di
Spielberg
Robert
Zemeckis appartiene a quella generazione di cineasti americani che, cresciuta alla scuola
del grande cinema hollywoodiano, rilancia la sfida dello spettacolo nellera delle
nuove tecnologie e degli effetti speciali. Nato a Chicago, nellIllinois, il 14
maggio 1952, frequenta la Northern Illinois University e successivamente la scuola di
cinema della University of Southern California, dove si laurea nel 1973. Il suo primo
cortometraggio, Field of Honor (1973), vince lOscar per il miglior film
studentesco. Lesordio nel lungometraggio avviene nel 1978 con 1964: Allarme a New
York, arrivano i Beatles, prodotto da Steven Spielberg e scritto in collaborazione con
lamico Bob Gale: una divertita rivisitazione dei primi film sui Beatles diretti da
Richard Lester, costruita attorno al viaggio di tre coppie di teenagers del New
Jersey che cercano di raggiungere New York per assistere in diretta alla puntata
dellEd Sullivan Show cui parteciperà anche il mitico quartetto di Liverpool.
Ancora acerbo nella struttura complessiva, il film consente però di
individuare in embrione alcune costanti tematiche e stilistiche del futuro lavoro di
Zemeckis: la capacità di entrare distinto in sintonia con i miti e i riti della sua
generazione, lattenzione specifica per le forme dello spettacolo (dal rock allo
show televisivo), il culto ironicamente feticistico per i mezzi di trasporto
(lautomobile in primis), il gusto beffardo e irrispettoso dei codici
prefissati e delle norme prestabilite, infine la predilezione per un cinema che sappia
soprattutto sperimentare nuovi ritmi e nuovi respiri narrativi, procedendo per continue
disarticolazioni del "fraseggio" classico della narrazione hollywoodiana.
Lanno successivo, sempre in collaborazione con Bob Gale,
Zemeckis scrive la sceneggiatura di 1941 Allarme a Hollywood (1979): diretto da
Steven Spielberg e interpretato da John Belushi, il film fa conoscere il giovane
sceneggiatore come uno dei più promettenti enfants prodige cresciuti nella
scuderia dellautore di Lo squalo (1975) e Incontri ravvicinati del terzo
tipo (1977). Goliardico, pirotecnico e "demenziale", 1941 è
unaggressione iconoclasta nei confronti di Hollywood e dei suoi miti: pubblico e
critica pensavano, allora, che si trattasse di un divertissement di Spielberg,
mentre a distanza di anni il contributo di Zemeckis soprattutto nel gusto da clownerie
e nel ritmo da cartone animato che sa imprimere allazione appare sempre
più determinante.
Anche il secondo lungometraggio firmato da Zemeckis come regista, Used
Cars (La fantastica sfida, 1980), nasce dal pool ormai consolidato dei
film precedenti (Bob Gale come co-sceneggiatore, Spielberg assieme a John Milius
alla produzione esecutiva) e conferma il "tocco" iconoclasta, dissacrante
e scoppiettante del giovane regista, qui alle prese con la storia di due gemelli di
diversa attitudine morale, entrambi commercianti di auto usate, che devono vedersela con
un piazzista senza scrupoli e pronto ad attirare la clientela a colpi di pubblicità
pirata in Tv e di colossali happening promozionali. Ancora una volta al centro
dellinteresse di Zemeckis cè la società dello spettacolo e della merce:
brioso e irriverente, il film porta infatti sullo schermo il volto nascosto
dellAmerica di provincia e ne distrugge i miti portanti (lautomobile, il
successo, la libera concorrenza) allinsegna di uno sguardo ironico e grottesco,
intriso di succhi acidi e corrosivi.
Segue:
L'apolide dello spazio e del tempo - 2
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