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EDITORIALE

LA MADRE DI TUTTE LE FOBIE

di Domenico Barrilà

   

Letture n. 536 aprile 1997 - Home Page La paura per eccellenza, anche quella soggiacente alle profezie di sventura, altro non è che il timore dell’inadeguatezza. E il Millenarismo, nel suo andamento patologico, diviene una minaccia alla vita comunitaria. Esistono potenziali utenti di millenarismi e catastrofismi.

Il tempo che intercorre tra la notizia di un evento futuro e il suo verificarsi diviene frequentemente terreno di conquista di paure interne o di "poteri" esterni. Proprio in omaggio a tale regola, l’ansia di attesa è solita tormentarci assai più dell’altra, quella che subiamo durante l’evento, il quale ultimo, una volta dispiegatosi, mostra nella maggior parte dei casi un modesto potenziale di insidia, certamente inferiore a quello temuto. Con logica analoga, culti involuti creano millenarismi senza svolte e grotteschi avventismi senza avvento.

Per una forma di retaggio antico e inestricabile, refrattario a ogni tentativo di rassicurazione, l’uomo ha un vitale bisogno di "prevedere", di scandagliare la strada che ha davanti per poter procedere con sicurezza. Un bisogno di prevedere che è tanto maggiore quanto più insicuro è l’osservatore, non è un caso infatti che il nevrotico, ansioso di anticipare e schivare possibili smacchi, possieda una capacità predittiva piuttosto spiccata. Se analizziamo i sogni e le fantasie degli individui, ci sorprenderemo nel verificare come essi non siano altro che un laboratorio di ipotesi per il tempo che verrà, all’interno delle quali verranno poi selezionate quelle più favorevoli, quelle che più si prestano a salvaguardare il sentimento di personalità...

Su questo terreno ricco di predittività nascono le paure nevrotiche, le cosiddette fobie, condizioni interiori ricche di angoscia, ma povere di materia probatoria. Non tutte le paure, ovviamente, sono nevrotiche. Se temiamo di essere attaccati dal feroce cane dei vicini di casa, magari noto per la sua gratuita aggressività, non rientriamo nella nutrita schiera dei fobici. In tal caso, infatti, la paura è ben motivata ed è persino utile poiché tiene allertata la nostra attenzione e ci evita brutte sorprese.

L’angoscia immotivata dell’individuo

Le paure che in clinica hanno rilevanza sono quelle irragionevoli, quasi sempre prive di un sufficiente supporto logico. In queste, oltre alla presenza di una cospicua quantità di angoscia immotivata, riscontriamo che l’oggetto temuto non è dotato di una pericolosità propria, obiettiva, ma si alimenta di impressioni assolutamente personali, generanti dai vissuti dell’individuo. Proprio a partire da questa semplice considerazione potremmo affermare che esistono potenziali, predestinati utenti di millenarismi e catastrofismi, individui con una base predisponente a coloritura fobica. Costoro, già nel loro privato, colmano i tempi di attesa lasciandosi invadere da una miriade di micromillenarismi e di microcatastrofismi interiori, dove alle piccole e grandi quotidiane paure oppongono condotte di evitamento e rituali rassicuratori.

Noi sappiamo che i comportamenti degli individui hanno una direzione finalistica, ossia puntano verso uno "scopo", che coltivano, non di rado inconsapevolmente, una precisa strategia la cui trama si può cogliere non solo nella complessa articolazione dello stile di vita di ognuno, ma anche nelle sue singole manifestazioni, quindi anche nei sintomi patologici, anch’essi al servizio delle finalità prevalenti. Le fobie, allora, come un qualunque sintomo ci conducono per mano nel cuore del piano di vita della persona, disvelandoci la sua tensione "verso" una meta sicura. Nell’età evolutiva, di solito, esse agiscono come richiesta di protezione indirizzata al mondo adulto, e marcano una certa frequenza, essendo il minore per sua natura ampiamente esposto al sentimento di inferiorità, quotidianamente comprovato dalla sua dipendenza nei confronti dell’adulto. L’innesco del fenomeno fobico è in qualche modo collegato a un difetto di autovalutazione che finisce per ingigantire la portata del compito o dell’oggetto che si ha davanti. Meno ci stimiamo, infatti, e più grande ci appare l’ostacolo che dovremmo affrontare, e ancora più stringente diviene la necessità di sottrarsi a esso.

Queste manifestazioni della psiche, quindi, rappresentano un tentativo di autorassicurazione, una finzione socialmente accettata, capace di fornire un alibi convincente, una via d’uscita onorevole, quando ci si vuole sottrarre al temuto collaudo sociale. Se un bambino, timoroso dell’ambiente scolastico, asserisce di non voler andare a scuola perché teme di non rivedere mai più la mamma e il papà, noi saremo portati a giudicarlo con più indulgenza di quanto faremmo se ci dicesse che non vuole andare a scuola perché non sopporta di fare brutte figure a motivo delle sue temute incapacità. Egli conosce bene questo paradosso e sceglie, guidato dalla sua impalcatura profonda, la strada più onorevole.

I sofisticati mascheramenti nell’età adulta

Nell’età adulta le cose non vanno in modo troppo diverso, data la continuità del piano di vita, accade solo che il quadro diviene più complesso e i mascheramenti si fanno più sofisticati. Anche qui, però, la fobia, ha una chiara funzione di evitamento e, qualche volta, di espiazione volta a contenere il senso di colpa per un’infrazione avvertita come grave. Sovente ho incontrato donne con interruzioni volontarie di gravidanza alle spalle, interessate da manifestazioni fobiche di natura espiatoria. Ma il finalismo di evitamento rimane comunque il più frequente. Una giovane signora, la cui unica sorella era affetta da malattia genetica, presentava sintomi fobici preoccupanti da quando il marito, dopo qualche anno di matrimonio, le aveva proposto di mettere al mondo un figlio. La terapia aveva rivelato che la manifestazione patologica era al servizio di un disegno astensionistico, ispirato dal terrore di partorire un figlio segnato da problemi genetici, come la sorella. Il ripiegamento nella patologia consentiva alla signora di differire all’infinito un’eventuale gravidanza, fidando anche sulla comprensione del marito.

Tale finalismo di evitamento del collaudo sociale è implicitamente presente, e in modo massiccio, in tutti i tipi di cultura che sentono la suggestione del millenarismo. L’attesa di una svolta radicale, più o meno prossima, si tratti di eventi catastrofici, di fine del mondo o di instaurazione di un ordine superiore, dispone a un abbandono dell’impegno temporale, interrompe la progettualità verso un futuro avvertito ormai come troppo precario, e in definitiva spinge alla fuga dalle responsabilità sociali, divenendone il pretesto di copertura. Non è un caso che taluni movimenti religiosi, a forte inclinazione millenaristica, considerino l’impegno nel civile una perdita di tempo, al punto da prevedere, vedi il caso dei Testimoni di Geova, sanzioni pesantissime, come la disassociazione, per coloro che esercitano, ad esempio, il diritto di voto. La gestione "maliziosa" dei tempi di attesa aumenta a dismisura il potere di suggestione dei movimenti che si muovono in quest’area culturale. Chi teme il presente rinvia volentieri la competizione a un futuro indefinito, sperando in regole più favorevoli per sé. Così le aspirazioni individuali si fondono con quelle dei profeti delle svolte future, innescando una paralisi assoluta.

dal film "Blade Runner"
Harrison Ford in una scena di Blade Runner

Ora, dando per scontato che il millenarismo e il catastrofismo mancano di validi agganci logici, debbono considerarsi a tutti gli effetti paure irrazionali, quindi fobie in senso clinico, ricche di contiguità con quelle strutture patologiche, che perseguono la segreta finalità di spingere i soggetti fuori dai percorsi del sentimento comunitario e della cooperazione intraspecie. In ultima analisi una riedizione su larga scala delle fobie personali, magari ammantata di pretesti filosofici e messianici, che sottrae i seguaci all’impegno per la costruzione del mondo, che non procede certo sulle ali del magismo, ma si alimenta piuttosto della dura fatica di uomini solidali.

Vediamo di definire la ragione per la quale il millenarismo, nel suo andamento patologico e patologizzante, diviene una minaccia alla vita comunitaria. Noi sappiamo che l’uomo, data la sua fragilità, non avrebbe potuto, né potrebbe sopravvivere isolato, per questo egli ha sempre sentito il bisogno di accrescere la propria forza aggregandosi ai propri simili. Non possedeva, né possiede, strumenti naturali di difesa, né tantomeno poteva vantare una velocità tale da consentirgli di sfuggire ai pericoli che popolavano l’ambiente circostante, così la formazione del gruppo sociale si è affermata come una vera e propria necessità di sopravvivenza. La divisione dei compiti ha fatto conoscere ai nostri progenitori i grandi vantaggi pratici della cooperazione, che alleviava la fatica inumana del lavoro singolo e non specializzato.

Preparazione alla vita sociale e sentimenti di inferiorità

Col trascorrere del tempo la predisposizione alla consociazione si è evoluta fino ad attingere forme sempre più fini di scambio, sfocianti nella compartecipazione, ossia nella capacità non solo di cooperare ma di sapersi identificare profondamente con i propri simili, avvertendone le vibrazioni interne, le gioie e le sofferenze. Tale inclinazione si è talmente saldata nella natura umana da divenire, quando è carente, la causa stessa della cattiva salute mentale. Una cattiva preparazione alla vita sociale accentua i naturali sentimenti di inferiorità che ci portiamo dentro, istillandoci continui sospetti di inadeguatezza, facendoci ritenere conveniente una fuga strategica dalla prova, possibilmente senza rischi per la nostra immagine. Come accadeva a uno studente universitario che si lamentava di non riuscire a dare gli esami perché incapace di concentrarsi sullo studio per più di dieci minuti. In questo caso la finzione prevedeva proprio una sconfitta senza l’onta dell’umiliazione, poiché il percorso sottostante era più o meno il seguente: "Se studio e mi bocciano, tutti mi daranno dello stupido, ma se mi bocciano perché il mio problema mi impedisce di studiare, nessuno avrà mai la prova che non valgo niente".

La malattia, in generale, e la fobia, in particolare, si pongono come finzione estrema di evitamento, un tragico autoinganno, che, promettendoci una facile rassicurazione, prima ci porta ai margini della vita sociale e poi ci fa cogliere in questa esclusione, artificiosamente creata, la conferma della nostra ipotesi autosvalutativa. Un grottesco percorso circolare che alla fine si salda impedendoci di cogliere ogni distinzione tra causa ed effetto. Quindi, la paura per eccellenza, potremmo dire "la madre di tutte le fobie", comprese quelle soggiacenti alle profezie di sventura, non è altro che il timore dell’inadeguatezza, che poi si specifica in mille classificazioni nosografiche dando luogo a nomi suggestivi, capaci di riempire testi e dizionari di psicologia, ma che alla fine ci conducono sempre alla medesima strategia. Suggestiva e perdente.

  

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