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Nellopera
prima ci sono la trasfigurazione di momenti autobiografici in chiave universale e il primo
termine della dialettica sogno-realtà che giungerà a sintesi in "Alonso e i
visionari": con il Puma summa dei dolori del mondo e la confessione dun
itinerario della mente e del cuore. Affrontare
lopera letteraria di Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914, significa
imbattersi innanzitutto in un problema editoriale determinato dalle schizofrenie
dellindustria culturale, con ricadute potenzialmente distorcenti sulla lettura delle
sue opere. Dimenticata per anni, ogni qual volta è intervenuta nei suoi confronti la
giustizia di un premio letterario, ecco regolarmente scattare riproposte che hanno creato
situazioni anche imbarazzanti. Il riferimento è ai numerosi titoli della sua bibliografia
e al carattere di ripetitività di alcuni di essi, con gran parte dei racconti delle sue
due prime opere, Angelici dolori (Bompiani 1937) e Linfanta sepolta
(Milano-Sera 1950), riciclati in raccolte successive spesso con titolo mutato e senza
alcuna indicazione editoriale. Così è avvenuto per i 16 racconti di I giorni del
cielo (Mondadori 1958), 8 dei quali provengono dalla prima raccolta e 7 dalla
seconda; accade lo stesso con i 6 racconti di La luna sul muro (Vallecchi 1968),
2 dei quali ripresi dallInfanta sepolta (e rititolati) e con i 15 di Lalone
grigio (Vallecchi 1969), 3 soli dei quali non presenti in precedenti raccolte
("racconti apparsi molti anni fa su periodici o in edizioni poco diffuse" dice
una noterella di G. P[ampaloni]).
Il problema non è di poco conto e, data la ricaduta
interpretativa, deve suggerire cautela al critico onde evitare affermazioni quali (è solo
uno dei tanti esempi): "Nel romanzo LIguana (1965) e nella raccolta di
racconti Lalone grigio (1969) la Ortese supera i moduli neorealistici di Il
mare non bagna Napoli per proiettarsi in una dimensione fantastica non priva di
elementi surreali". Che è indubbiamente vero per LIguana; assai meno
per laltro, visto che 11 dei suoi 15 racconti erano stati editi ventanni
prima.
Quindi, e semmai, non mutamento di rotta, ma ripresa
dun percorso da leggersi guardando alle connotazioni nuove intervenute; e, sul piano
più propriamente critico-filologico, la valutazione da dare a tali riedizioni, anche
nella considerazione del tasso di volontà dellautrice a ricomporre nuove sillogi o
della sua disponibilità a lasciar fare a critici, redattori e strategie editoriali
conseguenti a premiazioni (il Viareggio 1953, con Il mare non bagna Napoli in ex
aequo con Novelle del ducato in fiamme di Gadda; lo Strega 1967 con Poveri
e semplici).
Allinsegna di un premio
Del resto, la carriera dellOrtese parte proprio
allinsegna di un premio. Angelici dolori approda alle stampe dopo che
linedito viene encomiato, "primo tra gli encomi letterari letti", alla
seduta reale dellAccademia dItalia con la motivazione (riportata da Massimo
Bontempelli sulla Gazzetta del Popolo del 22 aprile 1937): "Rivela una rara
potenza di creazione fantastica, un istinto sicuro di espressione, un senso religioso
delle realtà quotidiane, che per virtù di poesia appaiono ivi continuamente trasfigurate
in luce di bellezza". Non tutta la critica concorda con il riconoscimento e con il
giudizio entusiastico di Bontempelli. Falqui, per fare un esempio, avanza severe critiche
allaggettivazione esagerata, allabbondanza di maiuscole e allangelicità
dei personaggi ("rozzezza decadentissimamente partenopea, pur nella sua illusoria
auroralità").
Una novecentesca "Vita
nova"
Di certo, al di là dei comprensibili difetti da opera
prima consistenti in un elevato e persin troppo ricercato tasso di letterarietà, il
volume e la situazione si ripeterà con tutte le successive opere spiazza la
critica proprio per la sua inappartenenza ai generi; e se pur savvicina ai moduli
del realismo magico di Bontempelli, avanza comunque stilemi propri. Quei racconti si
propongono e per il titolo, e per i raccordi interni di nomi, personaggi,
situazioni, leitmotiv anche coloristici (il giallo, loro), e forse un
po troppe lacrime quale novecentesca Vita nova (con momenti da Cantico
dei cantici) trascorrente tra realtà e sogno in un territorio abitato da immagini e
figure del fantastico o del ricordo (tra essi spicca il fratello Manuele, marinaio, morto
alla Martinica, oggetto delle sue prime poesie ora riunite con altre in Il mio paese
è la notte, Empiria, Roma, 1996); territorio popolato da cose che si animano (lumi
che chiamano, luna che parla, vento dalle "mani meravigliose") o che fanno
esplodere improvviso da un mobile, da un libro, da una minuzia un fantasmatico e
fantasmagorico viaggio che si traduce in spostamenti da deriva, trascinati dalle
sotterranee correnti del fantastico (tra laltro, maggio è il mese principe di
questo libro giocato sulla struttura di un io che narra la propria "terribile"
vita oscillante "tra lincanto e la tristezza, tra i cieli e la squallida
gente", pervasa dall"incubo di una imminente voragine" sempre in
agguato).
Ecco quindi le stanze, luoghi privilegiati di questo
narrare ("prigione tetra e disperata" si legge nella "Collana dei Tappi
Sacri" dellInfanta sepolta; "In tutte le stanze maspetta il
dolore", ribadirà la poesia "Gli ambasciatori" del 1980), che si riempiono
trasformando la propria realtà di luogo chiuso in scatole magiche del sogno e
dellonirico, che poi esplodono quale specchio dellesplosione
dellinteriorità, aprendo sul mondo finestre che restano però invalicabili, secondo
la via ossimorica suggerita dal titolo (e dossimori lopera è sin troppo
ricca: da "male di gioia" a "terribile e squisito male", per un
cammino avviato alla "prediletta penombra del sogno"). Del resto già il primo,
letteratissimo racconto, "Isola", col suo scarno dialogo mutuato dalle fiabe,
suggerisce atmosfere fiabesche. E lossimoro principe, dopo quello del porto
luogo protetto, ma pure di partenze e separazioni spesso definitive , è la
"solitudine popolatissima" che chiama a sé ciò che ha perso (si veda il
magistrale "Solitario lume").
Angelici dolori, pur con le incertezze ricordate e
una scrittura alla cui ricercatezza formale pare essere demandata una valenza catartica,
è libro fondamentale per capire la Ortese. Non solo perché offre già un esauriente
catalogo di cose e oggetti (il dialogo con le cose, il mare, la casa e il muro, il sole,
la luna, gli alberi, gli uccelli) oltre alla trasfigurazione tangenziale di momenti
autobiografici tesa a una cifra di universalizzazione, poi costanti nella sua opera;
soprattutto perché qui si esplicita con chiarezza, e i successivi recuperi dei racconti
lo dimostrano, il primo termine di quella dialettica sogno-realtà che gradualmente apre
alla sperimentazione anche del secondo termine: sì da poter in seguito approdare a quella
loro forma narrativamente connaturata in sintesi attiva anche nel recentissimo Alonso
e i visionari.
Lesperienza in un quotidiano
Ed è quanto accade a partire dai 17 racconti di Linfanta
sepolta, nati a contatto dellesperienza giornalistica di inviato per Milano-Sera
(ciò che spiega lo stile più secco): una raccolta inferiore e più discontinua della
precedente, ma con taluni esiti felicissimi. Un volume chiaramente di transizione che, dal
racconto iniziale, "Indifferenza della madre", dichiarazione di poetica ancora
nel senso di Angelici dolori col suo riattraversare il mondo interiore
dellinfanzia nel segno del conforto della "felicità solitaria", della
"potenza amara dei sogni", dello spauramento di fronte alle "cose
immense" senza "il prodigarsi di una maternità infinita e giusta per
tutti" cui si può reagire "amando e proteggendo qualche cosa: forse un filo
derba, un uccello ferito" ("a volte, il cuore di un fanciullo è veramente
una cella troppo stretta per i suoi sorrisi, per i suoi dolori", si legge nel secondo
brano dal significativo titolo "Occhi obliqui"), approda con Il mare di
Napoli della terza parte alla prevalenza del reale nei termini tra reportage ed
elzeviro narrativo. Meno impalpabilmente trasfusi risultano, rispetto ad Angelici
dolori, le tonalità autobiografiche (un gioco di presenze-assenze costante, dal
racconto "Che?... Che cosa?..." a Poveri e semplici, Il porto di Toledo, Il
cappello piumato); che però fungono da veicolo a una lettura più estesa,
generalizzata: per un occhio che si abbassa sulla condizione di miseria delluomo;
per una più immediata traduzione dellauscultazione della vita del mondo e del
problema del male che vi regna; non però senza momenti propri della tradizione letteraria
(il Leopardi del jardin en souffrance, Kafka). Sicché e lo annuncia
"Un personaggio singolare" che apre la parte terza dedicata a Napoli, "una
città veramente eccezionale" il reale resta tale nella sua essenza, ma vien
reso stilisticamente con lo sguardo che sublima senza tradire la condizione di
terrestrità dei personaggi (si pensi a quelli del racconto "Gli Ombra"): tutti
quanti circonfusi dalla tematica forte del senso della perdita, della separazione,
dellabbandono (della madre, del padre-Dio), dello smarrimento dellanima; e
dellanimismo che opera nel mondo (tra laltro, su Milano-Sera del 12
aprile 1950 si legge un quanto mai significativo "Gli animali sono importanti").
Da materiale di iniziale destinazione giornalistica viene
pure il dittico Napoli-Milano di Il mare non bagna Napoli (Einaudi 1953) e Silenzio
a Milano (Laterza 1958; poi La Tartaruga 1986). Un volume, il primo, che solleva
polemiche puntualmente ripropostesi in occasione della ristampa Adelphi 1994, arricchita,
oltre che da una "rivisitazione", da una pacificatrice "Guida alla
lettura". Questo perché, a una lettura attenta a strutture e scrittura visionaria
del libro, altri hanno preferito uno sguardo più referenziale che ha comportato
laccusa allautrice di far ricorso a "un gusto un po morboso e
naturalistico di descrivere ciò che di sporco, di disgustoso, di orrido si può trovare
nelle vie e nelle case di Napoli, un gusto minuzioso, curioso e un po
pettegolo" (Salinari) e di intenzioni denigratorie verso gli intellettuali cittadini,
peraltro nellultimo racconto resi talora "al vetriolo" (ci sono Domenico
Rea, Michele Prisco e, simbolo dun modo di essere intellettuale napoletano
"errato", perché implicito a Napoli, quasi da funzionario dellintellighenzia,
Luigi Compagnone). Sennonché è poi proprio Prisco a invitare i lettori a "correre a
comperarlo", perché "costa poco, e comincia con uno dei più bei racconti che
siano stati scritti negli ultimi ventanni".
Segue:
I dolori dell'angelica Ortese - 2 |