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DOSSIERAnna Maria Ortese

I DOLORI DELL’ANGELICA ORTESE

di Ermanno Paccagnini

  

Anna Maria Ortese

   

Letture n. 536 aprile 1997 - Home Page Nell’opera prima ci sono la trasfigurazione di momenti autobiografici in chiave universale e il primo termine della dialettica sogno-realtà che giungerà a sintesi in "Alonso e i visionari": con il Puma summa dei dolori del mondo e la confessione d’un itinerario della mente e del cuore.

Affrontare l’opera letteraria di Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno 1914, significa imbattersi innanzitutto in un problema editoriale determinato dalle schizofrenie dell’industria culturale, con ricadute potenzialmente distorcenti sulla lettura delle sue opere. Dimenticata per anni, ogni qual volta è intervenuta nei suoi confronti la giustizia di un premio letterario, ecco regolarmente scattare riproposte che hanno creato situazioni anche imbarazzanti. Il riferimento è ai numerosi titoli della sua bibliografia e al carattere di ripetitività di alcuni di essi, con gran parte dei racconti delle sue due prime opere, Angelici dolori (Bompiani 1937) e L’infanta sepolta (Milano-Sera 1950), riciclati in raccolte successive spesso con titolo mutato e senza alcuna indicazione editoriale. Così è avvenuto per i 16 racconti di I giorni del cielo (Mondadori 1958), 8 dei quali provengono dalla prima raccolta e 7 dalla seconda; accade lo stesso con i 6 racconti di La luna sul muro (Vallecchi 1968), 2 dei quali ripresi dall’Infanta sepolta (e rititolati) e con i 15 di L’alone grigio (Vallecchi 1969), 3 soli dei quali non presenti in precedenti raccolte ("racconti apparsi molti anni fa su periodici o in edizioni poco diffuse" dice una noterella di G. P[ampaloni]).

Il problema non è di poco conto e, data la ricaduta interpretativa, deve suggerire cautela al critico onde evitare affermazioni quali (è solo uno dei tanti esempi): "Nel romanzo L’Iguana (1965) e nella raccolta di racconti L’alone grigio (1969) la Ortese supera i moduli neorealistici di Il mare non bagna Napoli per proiettarsi in una dimensione fantastica non priva di elementi surreali". Che è indubbiamente vero per L’Iguana; assai meno per l’altro, visto che 11 dei suoi 15 racconti erano stati editi vent’anni prima.

Quindi, e semmai, non mutamento di rotta, ma ripresa d’un percorso da leggersi guardando alle connotazioni nuove intervenute; e, sul piano più propriamente critico-filologico, la valutazione da dare a tali riedizioni, anche nella considerazione del tasso di volontà dell’autrice a ricomporre nuove sillogi o della sua disponibilità a lasciar fare a critici, redattori e strategie editoriali conseguenti a premiazioni (il Viareggio 1953, con Il mare non bagna Napoli in ex aequo con Novelle del ducato in fiamme di Gadda; lo Strega 1967 con Poveri e semplici).

All’insegna di un premio

Del resto, la carriera dell’Ortese parte proprio all’insegna di un premio. Angelici dolori approda alle stampe dopo che l’inedito viene encomiato, "primo tra gli encomi letterari letti", alla seduta reale dell’Accademia d’Italia con la motivazione (riportata da Massimo Bontempelli sulla Gazzetta del Popolo del 22 aprile 1937): "Rivela una rara potenza di creazione fantastica, un istinto sicuro di espressione, un senso religioso delle realtà quotidiane, che per virtù di poesia appaiono ivi continuamente trasfigurate in luce di bellezza". Non tutta la critica concorda con il riconoscimento e con il giudizio entusiastico di Bontempelli. Falqui, per fare un esempio, avanza severe critiche all’aggettivazione esagerata, all’abbondanza di maiuscole e all’angelicità dei personaggi ("rozzezza decadentissimamente partenopea, pur nella sua illusoria auroralità").

Una novecentesca "Vita nova"

Di certo, al di là dei comprensibili difetti da opera prima consistenti in un elevato e persin troppo ricercato tasso di letterarietà, il volume – e la situazione si ripeterà con tutte le successive opere – spiazza la critica proprio per la sua inappartenenza ai generi; e se pur s’avvicina ai moduli del realismo magico di Bontempelli, avanza comunque stilemi propri. Quei racconti si propongono – e per il titolo, e per i raccordi interni di nomi, personaggi, situazioni, leitmotiv anche coloristici (il giallo, l’oro), e forse un po’ troppe lacrime – quale novecentesca Vita nova (con momenti da Cantico dei cantici) trascorrente tra realtà e sogno in un territorio abitato da immagini e figure del fantastico o del ricordo (tra essi spicca il fratello Manuele, marinaio, morto alla Martinica, oggetto delle sue prime poesie ora riunite con altre in Il mio paese è la notte, Empiria, Roma, 1996); territorio popolato da cose che si animano (lumi che chiamano, luna che parla, vento dalle "mani meravigliose") o che fanno esplodere improvviso da un mobile, da un libro, da una minuzia un fantasmatico e fantasmagorico viaggio che si traduce in spostamenti da deriva, trascinati dalle sotterranee correnti del fantastico (tra l’altro, maggio è il mese principe di questo libro giocato sulla struttura di un io che narra la propria "terribile" vita oscillante "tra l’incanto e la tristezza, tra i cieli e la squallida gente", pervasa dall’"incubo di una imminente voragine" sempre in agguato).

Ecco quindi le stanze, luoghi privilegiati di questo narrare ("prigione tetra e disperata" si legge nella "Collana dei Tappi Sacri" dell’Infanta sepolta; "In tutte le stanze m’aspetta il dolore", ribadirà la poesia "Gli ambasciatori" del 1980), che si riempiono trasformando la propria realtà di luogo chiuso in scatole magiche del sogno e dell’onirico, che poi esplodono quale specchio dell’esplosione dell’interiorità, aprendo sul mondo finestre che restano però invalicabili, secondo la via ossimorica suggerita dal titolo (e d’ossimori l’opera è sin troppo ricca: da "male di gioia" a "terribile e squisito male", per un cammino avviato alla "prediletta penombra del sogno"). Del resto già il primo, letteratissimo racconto, "Isola", col suo scarno dialogo mutuato dalle fiabe, suggerisce atmosfere fiabesche. E l’ossimoro principe, dopo quello del porto – luogo protetto, ma pure di partenze e separazioni spesso definitive –, è la "solitudine popolatissima" che chiama a sé ciò che ha perso (si veda il magistrale "Solitario lume").

Angelici dolori, pur con le incertezze ricordate e una scrittura alla cui ricercatezza formale pare essere demandata una valenza catartica, è libro fondamentale per capire la Ortese. Non solo perché offre già un esauriente catalogo di cose e oggetti (il dialogo con le cose, il mare, la casa e il muro, il sole, la luna, gli alberi, gli uccelli) oltre alla trasfigurazione tangenziale di momenti autobiografici tesa a una cifra di universalizzazione, poi costanti nella sua opera; soprattutto perché qui si esplicita con chiarezza, e i successivi recuperi dei racconti lo dimostrano, il primo termine di quella dialettica sogno-realtà che gradualmente apre alla sperimentazione anche del secondo termine: sì da poter in seguito approdare a quella loro forma narrativamente connaturata in sintesi attiva anche nel recentissimo Alonso e i visionari.

L’esperienza in un quotidiano

Ed è quanto accade a partire dai 17 racconti di L’infanta sepolta, nati a contatto dell’esperienza giornalistica di inviato per Milano-Sera (ciò che spiega lo stile più secco): una raccolta inferiore e più discontinua della precedente, ma con taluni esiti felicissimi. Un volume chiaramente di transizione che, dal racconto iniziale, "Indifferenza della madre", dichiarazione di poetica ancora nel senso di Angelici dolori col suo riattraversare il mondo interiore dell’infanzia nel segno del conforto della "felicità solitaria", della "potenza amara dei sogni", dello spauramento di fronte alle "cose immense" senza "il prodigarsi di una maternità infinita e giusta per tutti" cui si può reagire "amando e proteggendo qualche cosa: forse un filo d’erba, un uccello ferito" ("a volte, il cuore di un fanciullo è veramente una cella troppo stretta per i suoi sorrisi, per i suoi dolori", si legge nel secondo brano dal significativo titolo "Occhi obliqui"), approda con Il mare di Napoli della terza parte alla prevalenza del reale nei termini tra reportage ed elzeviro narrativo. Meno impalpabilmente trasfusi risultano, rispetto ad Angelici dolori, le tonalità autobiografiche (un gioco di presenze-assenze costante, dal racconto "Che?... Che cosa?..." a Poveri e semplici, Il porto di Toledo, Il cappello piumato); che però fungono da veicolo a una lettura più estesa, generalizzata: per un occhio che si abbassa sulla condizione di miseria dell’uomo; per una più immediata traduzione dell’auscultazione della vita del mondo e del problema del male che vi regna; non però senza momenti propri della tradizione letteraria (il Leopardi del jardin en souffrance, Kafka). Sicché – e lo annuncia "Un personaggio singolare" che apre la parte terza dedicata a Napoli, "una città veramente eccezionale" – il reale resta tale nella sua essenza, ma vien reso stilisticamente con lo sguardo che sublima senza tradire la condizione di terrestrità dei personaggi (si pensi a quelli del racconto "Gli Ombra"): tutti quanti circonfusi dalla tematica forte del senso della perdita, della separazione, dell’abbandono (della madre, del padre-Dio), dello smarrimento dell’anima; e dell’animismo che opera nel mondo (tra l’altro, su Milano-Sera del 12 aprile 1950 si legge un quanto mai significativo "Gli animali sono importanti").

Da materiale di iniziale destinazione giornalistica viene pure il dittico Napoli-Milano di Il mare non bagna Napoli (Einaudi 1953) e Silenzio a Milano (Laterza 1958; poi La Tartaruga 1986). Un volume, il primo, che solleva polemiche puntualmente ripropostesi in occasione della ristampa Adelphi 1994, arricchita, oltre che da una "rivisitazione", da una pacificatrice "Guida alla lettura". Questo perché, a una lettura attenta a strutture e scrittura visionaria del libro, altri hanno preferito uno sguardo più referenziale che ha comportato l’accusa all’autrice di far ricorso a "un gusto un po’ morboso e naturalistico di descrivere ciò che di sporco, di disgustoso, di orrido si può trovare nelle vie e nelle case di Napoli, un gusto minuzioso, curioso e un po’ pettegolo" (Salinari) e di intenzioni denigratorie verso gli intellettuali cittadini, peraltro nell’ultimo racconto resi talora "al vetriolo" (ci sono Domenico Rea, Michele Prisco e, simbolo d’un modo di essere intellettuale napoletano "errato", perché implicito a Napoli, quasi da funzionario dell’intellighenzia, Luigi Compagnone). Sennonché è poi proprio Prisco a invitare i lettori a "correre a comperarlo", perché "costa poco, e comincia con uno dei più bei racconti che siano stati scritti negli ultimi vent’anni".

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I dolori dell'angelica Ortese - 2

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