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EDITORIALE         

LE WATERLOO DELL'IDENTITÀ 

   

  

Letture n. 535 marzo 1997 - Home Page Si avverte il disagio quando le risorse della memoria si contraggono e il senso della storia evapora. Abbiamo bisogno di interpretare e reintegrare noi stessi nel tempo. Al di là delle teorie filosofiche, il sapere storico è un capitale, una risposta costruttiva all'incertezza.

A che cosa serve la storia? David Hume era convinto che l’utilità principale della storia consista nello scoprire i principi della natura umana, mostrando gli esseri umani in una varietà di circostanze e condizioni nello spazio e nel tempo. "Questi ricordi di guerre, intrighi, fazioni e rivoluzioni sono altrettante raccolte di esperimenti" con cui il filosofo della politica e della morale fissa univocamente i principi della sua scienza. Kant aveva un’idea leggermente diversa: egli sosteneva che la storia fosse la risposta ad un nostro interesse per essa e che questo interesse consistesse a sua volta nell’idea di convertire un aggregato informe, senza senso, di azioni, interazioni ed eventi in un sistema che ci mette a disposizione un filo conduttore per cavarcela nel mondo. Hegel aveva, come è noto, pretese più esigenti: solo grazie alla storia il mondo degli esseri umani poteva alla fine riconoscersi come un mondo genuino di esseri umani grazie alla rivelazione o alla scoperta che noi siamo chi siamo in quanto siamo divenuti nel tempo. Così, ci riconosciamo come eredi nella catena delle generazioni. Marx è stato in proposito un allievo diligente e un po’ euforico e ha, grosso modo, sostenuto che non c’era alcuna ragione per non pensare che, così come siamo eredi, siamo allo stesso titolo antenati di coloro che necessariamente seguiranno nella staffetta dei tempi delle società. L’utilità della storia consiste, in una prospettiva di questo genere, nella scoperta delle sue leggi di movimento e nella possibilità di predire in modo garantito il nostro futuro. Karl Popper ha sostenuto conclusivamente che non si trattasse di predizioni quanto di profezie e ha, a sua volta, individuato l’utilità della storia nel fatto che, grazie al nostro impegno per essa, ci si rendono via via disponibili interpretazioni del tempo più o meno remoto alle nostre spalle: interpretazioni che dipendono dal punto di vista o dall’interesse selettivo che ci motiva nell’impresa ricorrente di narrare l’unica cosa genuinamente imprevedibile per noi che, come si usa dire, è il nostro passato.

Siamo interessati all’esplorazione del tempo

Certamente, le risposte che questi grandi filosofi hanno dato alla mia domanda iniziale sono tra loro diverse; in alcuni casi, sono tra loro alternative e irriducibili. C’è tuttavia un’area interessante di intersezione fra prospettive a diversi gradi fra loro diverse. Possiamo dire che in essa ritroviamo la credenza minimale non controversa. E la credenza è più o meno la seguente: noi siamo un tipo di esseri per i quali la storia è importante. Un tipo di esseri che hanno interesse per l’esplorazione del tempo che è alle loro spalle. Il che equivale a dire che il capitale del sapere storico che si accumula grazie a esplorazioni iterate nel tempo è in questo senso qualcosa che serve a tipi come noi. In altri termini, sembra che noi abbiamo bisogno di storia. E impegnarci nel fare storia e nel comunicare l’esito del nostro fare storia ad altri serve a soddisfare questo bisogno. Perché? Consideriamo una distinzione corrente nell’arena del discorso pubblico fra tipi di sapere e distinguiamo, come è usuale, fra sapere utile e sapere inutile ("utile" e "inutile" vanno intesi come requisiti che via via sono socialmente classificati). Come ha suggerito Alessandro Pizzorno, definiamo per convenzione come sapere utile quel sapere che ci consente o ci promette di risolvere problemi individuali e collettivi. Uno pensa subito al sapere degli ingegneri; ma la definizione della gamma per il problem solving è più sottile: si consideri ad esempio il sapere dei medici o dei giuristi (suggerisco che il lettore si eserciti qui in risposte a domande del tipo: quali saperi definiresti come utili?). La soluzione di problemi ha in ogni caso a che vedere con i nostri interessi dati, quali che siano. Per contrasto definiamo come sapere inutile quel sapere che non mira alla soddisfazione di interessi dati, quanto alla generazione o alla costruzione o alla corroborazione di identità. Non è difficile vedere che il passato interpretato genera per noi vocabolari di identità: ci permette di rintracciare quell’insieme di prossimità e di differenza con altri nel tempo che dà risposta alla domanda su chi noi siamo. E ciò spiega anche in che senso preciso il conflitto fra interpretazioni alternative del tempo abbia come posta in gioco risposte diverse alla domanda su chi noi siamo. Diremo allora che l’utilità del sapere inutile consiste nell’offerta di modi in cui con altri possiamo riconoscerci.

L’esperienza del cambiamento

Naturalmente, ci si può porre a questo punto un’altra domanda difficile: quali sono le circostanze in cui, per tipi come noi, disporre di un vocabolario di identità è saliente? Proviamo a esaminare questa congettura: la salienza dell’interpretazione del tempo dipende dall’incertezza quanto alle identità in gioco. Più precisamente, quando la partizione stabile tra certezza e incertezza che fa da sfondo abituale alle nostre vite si altera e noi proviamo l’esperienza del cambiamento, più o meno lento o accelerato, dei modi stabili e usuali di riconoscerci con altri, allora il fare storia o il disporre di storia è la risposta costruttiva all’incertezza. Disponendo della storia o di una storia, noi estendiamo l’ombra del passato sul presente. La cosa a prima vista sorprendente è che, così facendo, è probabile che noi estendiamo congiuntamente l’ombra del futuro sul presente. Si considerino due casi della nostra vita ordinaria in cui, come persone, può accaderci di avvertire il bisogno di storia. Il primo caso è quello della cerchia delle frequentazioni e delle conversazioni familiari in cui genitori o nonni o zii raccontano genealogie. Coloro cui queste genealogie sono narrate guadagnano grazie a esse identità; la costruzione del sé si avvale del capitale della memoria condivisa. E questo è il caso dell’interesse per la storia, considerato terra terra in quelle circostanze interpersonali in cui è importante apprendere un vocabolario di identità. Il secondo caso chiama in causa le circostanze intrapersonali in cui l’incertezza del sé chiede narrazione e interpretazione del tempo alle spalle del sé. Sono quelle circostanze, dopo tutto non così bizzarre, in cui noi siamo interessati a fare "teorie" su noi stessi per rispondere alla domanda su chi noi siamo. Così noi interpretiamo e reinterpretiamo noi stessi nel tempo.

Osserviamo, infine, a questo livello quotidiano e ordinario, che cosa possa succedere nei casi di fallimento: avremo piccole o grandi Waterloo dell’identità. E nel primo caso vi saranno persone straniere le une alle altre. Nel secondo, noi stranieri a noi stessi. La mia idea è che qui, forse, affondino le loro radici le esperienze del disagio che noi possiamo avvertire quando, nella più vasta cerchia sociale o nella vita pubblica, le risorse della memoria si contraggono e, come si usa dire, il senso della storia evapora sino quasi ad azzerarsi. Perché è in questi casi che sembra non abbia neppure senso porsi la domanda iniziale: a che cosa serve la storia? La conclusione sorprendente è che, se il sapere inutile è così svalutato, noi non sappiamo più bene in che senso condiviso sia utile il sapere utile. E siamo perplessi su quanto alla fine esso lo sia.

Salvatore Veca

    

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