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UN’EDUCAZIONE MULTIMEDIALE
NELLA NUOVA SCUOLA

di Elio Girlanda

   

Letture n. 535 marzo 1997 - Home Page La riforma della scuola dell’obbligo sta suscitando un acceso dibattito. Sull’allungamento del periodo di scolarizzazione e sulla ripartizione dei cicli non sembrano esserci dubbi sostanziali. Il problema è l’introduzione di materie come cinema, teatro e musica. Ci si chiede, per esempio, se il cinema possa diventare una materia specifica (per tutte le età?) o una modalità didattica trasversale a cicli e indirizzi. Se l’educazione all’immagine (di cui ancora non si parla nei documenti ufficiali) debba essere parte della didattica, quindi della formazione di tutti i docenti, oppure solo un’attenzione culturale generica. Intanto insorge il partito dei bibliofili, la cultura dell’immagine, si sostiene autorevolmente, sta uccidendo l’identità culturale nazionale, la memoria storica, le competenze cognitive dei giovani e i valori autentici.

Formazione schizoide

A pochi anni dal 2000, in una cultura come la nostra, antitecnologica e schizoide (si pensi al paradosso della formazione professionale intesa esclusivamente come bagaglio di nozioni tecniche), i termini della questione appaiono viziati da retorica e malafede. Nel momento in cui il cinema dei Lumière si è ormai trasformato in multimedia e ipermedia, parlare di educazione all’immagine in termini meramente filmici o sociologici vuol dire fermare l’orologio della storia. Se si vuole costruire un legame più stretto tra scuola e realtà, diventa pretestuoso voler trascurare gli strumenti della comunicazione e tantomeno isolare un medium rispetto agli altri. Se l’intenzione di Berlinguer è quella di introdurre la cultura del Novecento nei programmi, insegnare, per esempio, soltanto la storia del cinema (ma di quale cinema?) può risultare fuorviante.

L’educazione all’immagine non può più avere un ruolo ancillare rispetto alle altre materie. Soprattutto se vogliamo che le generazioni future abbiano responsabilità e competenze solide, non solo per usare i prodotti dell’intrattenimento ma per gestire i processi di informazione e apprendimento, nel lavoro e nel consumo, che saranno elaborati e strutturati dai nuovi media e dalle reti informatiche. L’analisi critica e comparata che si può fare oggi di un talk show televisivo significa alfabetizzare i cittadini di domani, che saranno magari chiamati a votare i loro rappresentanti attraverso un dibattito in un sito Web con televoto. Comprendere i numerosi meccanismi che legano l’industria culturale a quella delle telecomunicazioni serve a proteggere la libertà di tutti da dittature o potentati finanziari e culturali.

Oggi, la lettura critica dei meccanismi produttivi e ideativi delle immagini in movimento (dal cinema postmoderno e dalla videoarte agli eventi in rete) è già un sussidio propedeutico alla società telematica, alle nuove forme di conoscenza, ai percorsi ipertestuali. Analogamente, addestrare nuovi autori e giovani creatori di prodotti multimediali equivale a porre le basi professionali per una cultura adeguata alla struttura sempre più labirintica del mondo. Quando la storia avrà bisogno di molteplici percorsi di lettura, accanto all’immagine ci dovrà essere spazio anche per il testo scritto o addirittura per la comunicazione orale (come già avviene nel cd-rom), come per la funzione di guida sostenuta da un docente. Collocare i ragazzi, fin da ora, in un ambiente multimediale (risorse finanziarie permettendo) è la scommessa per una didattica permeata dall’immagine e insieme orientata verso una coscienza critica più ampia.

Nella nuova comunicazione, la centralità diventerà un’opzione fondamentale per la persona, sia per selezionare informazioni e immagini sia per esercitare un controllo responsabile sui flussi. Se l’educazione diventerà permanente e la didattica assumerà forme interattive, sempre più lo spettatore di oggi sarà il comunicatore di domani, giovane e anziano. Così, le materie specialistiche o soltanto umanistiche diventeranno saperi interdisciplinari, conformati dai nuovi media, e la società digitale si giocherà proprio nelle piazze telematiche, nelle reti più o meno civiche, il futuro stesso della democrazia e della trasmissione di valori.

Nascondersi dietro il dito del cinema, tradizionalmente inteso, equivale a sostenere una logica riduttiva. Converrà piuttosto ridisegnare le materie secondo i nuovi linguaggi che partono dal cinema, analizzare con attenzione le esperienze italiane e straniere, avviare un dibattito tra gli operatori del settore e magari un periodo di sperimentazione condivisa. Forse quello che serve davvero è una filosofia dell’intera riforma, più che la sua architettura.

  

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