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PER GLI ITALIANI UN PASSATO
CON CUI RICONCILIARSI

di Gianfranco de Turris

   

Letture n. 535 marzo 1997 - Home Page Ci sono voluti 46 anni perché parte dell’intellettualità italiana ammettesse che nel nostro Paese, fra il 1943 e il 1945, si fosse combattuta la peggiore delle guerre, la guerra civile. Si è dovuta attendere, cioè, l’opera di uno storico di sinistra come Claudio Pavone, Una Guerra civile - Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991). L’ammissione per così dire "ufficiale" era importante, al di là dell’evidente schieramento dell’autore sottolineato dal sottotitolo: ammettere o non ammettere, come era avvenuto dal 1945 in poi, che sia esistita una "guerra civile" più che una "guerra di liberazione", voleva dire ammettere, come ha notato Enzo Erra (Le radici del fascismo, Settimo Sigillo, 1995), l’esistenza di "due opposte ragioni" che si sono affrontate sul piano delle idee e delle armi; accettare solo una "guerra di liberazione", come aveva sostenuto la "vulgata antifascista" (per usare il termine di Renzo De Felice in Rosso e Nero, Baldini & Castoldi, 1995), voleva dire che di "ragione" ve n’era stata una sola e di fronte a essa s’era trovato esclusivamente il "nazista invasore" con al fianco i "traditori repubblichini". Negando l’esistenza di una "ragione", per questi ultimi si negava anche l’esistenza di una "guerra civile". Ammessa quest’ultima si doveva infine ammettere che a orribilmente scontrarsi erano state due fazioni minoritarie di italiani. Tentare di capire (non certo di accettare) tali "ragioni" doveva essere un ulteriore passo sul piano intellettuale che avrebbe forse consentito agli italiani di lasciarsi definitivamente alle spalle, diciamo di "storicizzare", quei due anni terribili, accettare in toto il loro passato, di riconciliarsi con esso e fra loro.

Vanamente si è atteso per altri cinque anni un passo delle cosiddette "istituzioni" in questa direzione. Anzi, il cinquantenario del 25 aprile è stato un’ennesima occasione per sottolineare la profonda differenza non solo fra le "ragioni", ma anche rispetto ai morti. Si è dovuto attendere il nuovo presidente della Camera, dopo le elezioni del 21 aprile 1996, per sentire che ormai "bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e della libertà". Parole cautissime, ma mai prima pronunciate da un’alta carica. E si è dovuto attendere il successivo novembre perché il presidente della Repubblica partecipasse a una Messa in suffragio dei "caduti di tutte le parti", da ricordare purché fossero stati mossi da un ideale di buona fede.

Ma su un piano meno ufficiale e più emozionale, se tale si può ancora considerare la narrativa, si era già mosso uno scrittore che evidentemente aveva colto nel suo intimo una sensazione che ancora doveva essere recepita dai più alti membri delle "istituzioni". Per l’esattezza un giornalista-scrittore che, per esordire nel romanzo, ha deciso di affrontare proprio quel periodo storico, il 1943-45, sul quale gran parte della generazione di intellettuali a lui precedente si era esercitata con maggiore o minore efficacia narrativa, dando vita alla "letteratura della Resistenza": da Fenoglio a Cassola, a Calvino, sino appunto a Giampaolo Pansa che però, invece di una "guerra di liberazione", ha descritto una "guerra civile". Non per nulla il suo primo romanzo, Ma l’amore no (Sperling & Kupfer, 1994), ha una significativa dedica: "Ringrazio lo storico Claudio Pavone che mi ha insegnato a usare senza timore l’espressione "guerra civile"".

Dunque, in precedenza c’era qualche timore a scrivere quel termine: vale a dire, l’usava soltanto chi non veniva ritenuto abilitato a utilizzarlo secondo l’intellighenzia egemone, ed è stato possibile farlo senza problemi esclusivamente dopo l’intervento di uno storico di sinistra, nei confronti del quale non si potevano sollevare obiezioni politiche. È questo in fondo il dramma della cultura italiana che Giampaolo Pansa, con una certa dose di coraggio, ha cercato di superare sul piano narrativo con la sua trilogia di romanzi. Infatti, subito dopo, sono seguiti Siamo stati così felici (Sperling & Kupfer, 1995) e I nostri giorni proibiti (Sperling & Kupfer, 1996) che raccontano vicende italiane fra il 1943 e il 1956.

La Resistenza vista da un bambino

La Resistenza vista con gli occhi di un bambino; un amore sullo sfondo dei "fatti di Trieste" e delle elezioni del ’48; la ricerca della "verità" in un viaggio indietro nel tempo e tornando sui luoghi degli eventi, emozionale e ideale insieme. Se queste sommarissime trame fossero state affrontate secondo cliché collaudati e sfruttati, i tre romanzi del noto giornalista si sarebbero sommati, senza infamia né lode, all’elenco degli innumerevoli altri di parte antifascista. La sorpresa (di tutti) è stata che il condirettore dell’Espresso, il famoso intellettuale progressista, non se l’è presa aprioristicamente per l’ennesima volta contro quei "quattro figli di stronza" – come li definì Elio Vittorini in un racconto del gennaio 1944, e ricorda dopo molto oblio Carlo Mazzantini ne I balilla andarono a Salò (Marsilio, 1995) –, ma ha cercato di capirne (non accettarne) le "ragioni" che, nella guerra civile italiana, li contrapponevano alle "ragioni" dei partigiani.

Impresa difficile, sia sul piano emotivo che ideologico, che però Giampaolo Pansa, fino al 1993 semplice giornalista politico e d’inchiesta, ha affrontato e superato brillantemente. Nei tre romanzi si assiste come a una progressione, spiegabile forse grazie alla psicologia dei diversi personaggi, che culmina ne I nostri giorni proibiti, una storia che con tutta evidenza Pansa ha voluto rendere emblematica: la vicenda di Marco, figlio del comandante partigiano "Ottobre", ucciso misteriosamente nel 1956, e di Carla, figlia di una "spia repubblichina" uccisa nel 1944, riassume la vicenda di tutti quegli italiani che si schierarono "con onestà d’intenti" (per usare le parole del capo dello Stato) uno contro l’altro durante la guerra civile. Il loro viaggio nella memoria e sui luoghi dei fatti e dei misfatti è al contempo una discesa negli Inferi della collettività nazionale per esorcizzare dei mostri che qualcuno forse vorrebbe risvegliare e mantenere vivi e vegeti. Il superamento che i due protagonisti compiono dei rispettivi traumi, sublimandoli in un amore-passione e reciprocamente accettandosi, è chiaramente simbolico, come dimostrano le parole conclusive del romanzo: "In quella notte di dicembre, mentre sulle città cadeva la prima neve d’inverno, pure la guerra di Carla Alloisio e di Marco Bassi finì. Non ci sarebbero stati più giorni proibiti. E col tempo anche i loro fantasmi sarebbero diventati ombre benigne, forse".

Nella realtà, però, i "fantasmi" maligni hanno continuato a infestare la Repubblica sino al 1996. Chissà se, grazie anche a questo inatteso aspetto della personalità di Giampaolo Pansa, non si decidano a trasformarsi in quelle "ombre benigne". Ma senza "forse".

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