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CINEMA: IL VERO TESTIMONE DEI NOSTRI
CENTO ANNI

di Claudio G. Fava

   

Letture n. 535 marzo 1997 - Home Page Lo stiamo quasi per salutare il secolo in cui siamo nati (pressoché tutti ormai; son ben pochi i superstiti del XIX che siano ancora così vitali da risultare protagonisti o comunque testimoni attivi) e ci accorgiamo che il cinema lo ha commentato, anticipato, seguito, fiancheggiato, irriso, esaltato, immalinconito, senza forse lasciarcene una immagine definitiva. Eppure il secolo XX è stato il secolo del cinema per eccellenza: ha visto formarsi i primi grandi protagonisti del muto, i primi grandi comici che hanno affascinato le folle, i grandi tragici e le grandi commedianti che le hanno fatte piangere, i primi grandi registi che hanno inventato e un nome e un mestiere (si pensi al geniale Griffith che ha contribuito in modo decisivo a fissarne, d’istinto, la grammatica e la sintassi). E poi ha elaborato via via tutti i cambiamenti tecnici possibili: dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dall’immagine tradizionale alle infinite variazioni degli scope e delle vistavision, per ritornare poi, grazie alle sollecitazioni televisive, alle dimensioni tradizionali.

Dal grande al piccolo schermo

Ed ha visto anche il cinema passare da un lato il testimone al piccolo schermo e dall’altro conservarlo per sé, iniettando fotogrammi a più non posso nelle vene avide e spalancate di tutte le fleboclisi televisive del mondo. Insomma, in questi quasi cento anni si è visto di tutto, ma non si è girato e detto tutto quel che avrebbe potuto essere detto e girato per cercare di marcare i tempi e i momenti dominanti di un grumo di decenni che hanno sottoposto l’umanità a esperienze incredibili, a cambiamenti terrorizzanti o esaltanti, a esperienze inimmaginabili. Se proviamo a fare qualche titolo, vediamo subito come il cinema sia stato tentato da ogni sorta di impulsi didattici, polemici, trasfiguranti, sfiorando ogni ipotesi possibile di cinema politico, elogiativo, agiografico, deplorante e biografico-bellico. Viene in mente subito, anche per la suggestione del titolo, lo sterminato Novecento di Bernardo Bertolucci, con la sua intenzione di storiografia zoliano-pratoliniana e la sua voglia di rivedere mezzo secolo di storia d’Italia all’interno di una esaltazione di un tema che ha affascinato più d’una generazione di storiografi, di politologi, di romanzieri e di polemisti: il passaggio dall’Italia umbertina a quella vittorina e a quella fascista, lo scontro fra le classi sociali, la mutazione traumatica che investì un Paese contadino e antico per avviarlo a diventare un Paese pseudo-industriale e pseudo-moderno.

Ma ogni momento della storia di questo secolo è stata segnata da una massiccia presenza del cinema, che si presentava come l’Interprete per eccellenza, con la "I" maiuscola e il petto in fuori, per ridursi poi, spesso, a essere un commentatore collaterale e non di rado bolso. Si pensi al cinema sovietico, in buona parte agiografico ed esaltatorio, pur ospitando alcuni grandi novatori ed esperimentatori teorico-pratici dell’immagine filmata (Ejzenštejn, Pudovkin eccetera). Si pensi al cinema fascista e nazista, che contò in fondo pochi titoli espliciti, ma che si tradusse più ampiamente in una serie di commedie virilizzanti e di film bellici, in cui veniva evocato di sguincio tutto un modo di intendere la vita. In senso più largo si pensi a tanta produzione hollywoodiana, che, ovviamente, senza mai raggiungere i livelli di piaggeria dell’esaltazione staliniana propria dell’Urss, sfiorò qualche momento di esaltazione dell’American Way of Life dove si avvertiva, in parte, un tocco di insincerità (riscattato, in grandissima misura, da un impeto narrativo che ha fatto del cinema americano, sempre di più a ogni trascorrere di decennio, il grande interprete di tutte le paure e gli amori del secolo).

Qualche altro titolo? Si pensi all’intera opera di Andrzej Wajda (sin dagli esordi con i Dannati di Varsavia e Cenere e diamanti in cui il complesso dramma polacco, onore e vergogna di questo secolo, veniva rievocato con grande coraggio nonostante le maglie di una censura feroce), per arrivare a due film di valore diseguale ma di importanza morale eccezionale, L’uomo di marmo e L’uomo di ferro (1978 e 1981) che mi sembrano fondamentali per comprendere il secolo in cui siamo vissuti: l’esaltazione del potere, l’agiografia della menzogna, la retorica populista e burocratica del mondo comunista che proprio nel Novecento ha trovato il suo terreno di coltura (e che continua ad avere immmensi laboratori a disposizione, dalla Corea del Nord a Cuba, alla Cina, e la scelta è immensa).

L’immenso magazzino di documentari

Più largamente, ancora, potremmo citare tanto cinema di commosso o ironico commento storiografico. Ne è ricca ogni cinematografia, da quelle notissime a quelle quasi ignorate. E diventerebbe pressoché impossibile provvedere qui a citare titoli e momenti. Ma non è solo il cinema di fiction a segnare profili, temperie, entusiasmi, cinismi, delitti e castighi del nostro secolo. Si pensi a quell’immenso magazzino di emozioni che rappresenteranno per gli storici venturi (non dico per i posteri in generale, che si infischieranno del passato, così come è sempre accaduto nella storia dell’uomo) gli infiniti documentari storici che si sono via via accumulati, soprattutto nella seconda metà del secolo. Per non far cenno di quelli di origine televisiva, girati con la stessa tecnica del documentario cinematografico, che ormai costituiscono un corpus impressionante per definire il nostro passato meno recente.

Credo proprio, anzi, che sia il cinema documentario – da quello di esplicita indagine socio-politica, tipo Lo chagrin et la pitié via via sino ai cine-giornali e ai "contributi" delle innumerevoli "veline televisive" – a costituire il lascito più importante, la cifra palese e segreta di decrittazione e di informazione del nostro secolo, che solo il cinema può darci (immaginate un Pathé Journal con Napoleone che saluta la Vecchia Guardia dopo Waterloo?). Il cinema può veramente farci sognare.

   Segue:

Per gli italiani un passato
con cui riconciliarsi

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