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IL SECOLO BREVE E I SUOI SQUILIBRI

di Nicola Tranfaglia

   

Letture n. 535 marzo 1997 - Home Page Come c’era da aspettarsi, l’avvicinarsi del nuovo secolo ha prodotto alcuni effetti importanti. Sono usciti molti bilanci e altri se ne stanno preparando stimolando la discussione degli studiosi che hanno cercato di dare una definizione del Novecento e una valutazione dei suoi risultati nella storia mondiale. Un grande storico di indirizzo marxiano (più che marxista) come l’inglese Eric Hobsbawm ha coniato l’espressione di "un secolo breve" che ha avuto molta fortuna e che restringe l’influenza del Novecento agli anni che vanno dalla Prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino, considerando quasi gli anni precedenti come un prolungamento dell’Ottocento e i successivi come una proiezione del secolo futuro, il ventunesimo. E già si pubblicano libri che a loro volta definiscono il secolo che ci attende: che sarà, è stato scritto, il secolo americano, una volta sconfitto l’impero sovietico e l’utopia comunista. Ma forse l’evento che avrà maggiori conseguenze sulla società italiana nel suo complesso non saranno tanto i successi editoriali dei libri di Hobsbawm, di Furet, che si è dedicato all’analisi del comunismo, o di altri autori che hanno cercato di definire questo secolo quanto la scelta di Luigi Berlinguer, ministro attuale della Pubblica Istruzione e dell’Università, di introdurre per decreto l’insegnamento del Novecento tutto intero nell’ultimo anno di corso della scuola superiore o meglio di invitare presidi e insegnanti a dedicare l’intero ultimo anno al secolo che si sta chiudendo.

Il provvedimento di Berlinguer è arrivato quasi di improvviso, pur dopo un lungo dibattito tra gli studiosi sulla ignoranza della storia recente tra i giovani, di vicende così importanti che influiscono ancora sulla politica attuale, soprattutto di quelle che riguardano l’ultimo cinquantennio seguito alla conclusione della Seconda guerra mondiale. Le reazioni nella scuola sono state varie e difformi tra loro. Gli studiosi che lavorano nelle università, in particolare gli storici contemporaneisti, hanno visto quasi tutti con favore l’innovazione sia perché hanno avuto modo di verificare durante il loro insegnamento la sprovvedutezza con cui i loro studenti si accostano all’età contemporanea, sia per lo spazio assai scarso ad essa dedicato negli anni di scuola.

Quanto agli insegnanti della scuola secondaria, si sono formati grosso modo due partiti distanti tra loro: quello di chi si preoccupa delle conseguenze che la scelta del ministro produce sull’intero programma di storia schiacciando troppo la storia antica, e quello che, al contrario, ritiene che una saggia e graduale applicazione del decreto può risolvere il problema. A condizione, naturalmente, che il ministro attui un programma graduale e ben congegnato per l’aggiornamento e la riqualificazione degli insegnanti in modo da introdurre le modifiche sulla base di un piano razionale e meditato che non crei disorientamento e non porti a privilegiare troppo lo studio dell’era contemporanea rispetto alle precedenti. Sarà fondamentale in questo ambito il ruolo dell’università che, per troppi anni, ha lavorato senza alcuna connessione con i problemi della scuola (che pur costituisce la fase necessaria di preparazione e di avviamento agli studi superiori). Si tratta di una riforma, vorremmo aggiungere, che dipende molto dall’attuazione che ne sarà fatta: potrà essere un’innovazione assai importante se l’attuazione sarà ben organizzata. Rischierà, invece, di non cambiare niente se questo non avverrà. Ma, se si astrae dal contesto appena ricordato, c’è da chiedersi come si presenta questo secolo nella sua ultima fase, quali sono le sue peculiarità, i suoi tratti caratteristici. Provo a farne un elenco sommario scandito per brevi capitoli. Diciamo anzitutto che in questo secolo l’uomo ha compiuto un balzo enorme sul piano scientifico e tecnologico: basta pensare all’igiene e alla sanità, ai trasporti e alle comunicazioni, all’organizzazione del lavoro e della politica, all’istruzione e alle relazioni umane e a tanti altri aspetti della vita sociale ed economica.

Progresso e sottosviluppo

Ma aggiungiamo, subito dopo, che il progresso in queste dimensioni gigantesche riguarda un quinto della popolazione mondiale giacché altri quattro quinti, cioè la grande maggioranza dei nostri simili, vivono in condizioni di arretratezza, di miseria e di sottosviluppo o almeno vive sospesa tra grandi contrasti di condizione al suo interno con élites assai ristrette che fruiscono dei progressi ottenuti dal mondo sviluppato e masse immense escluse dal benessere.

L’uomo ha visto affacciarsi nella prima parte del Novecento forme di dittatura più o meno totalitarie che hanno provocato massacri spaventosi e hanno tentato di attuare un vero e proprio genocidio (basta pensare agli ebrei, ai curdi, agli armeni). Sconfiggerle è costato decine di milioni di vittime e una guerra, come la Seconda guerra mondiale, che ha spinto il mondo sull’orlo dell’abisso nucleare. Né si può dire che dopo il 1945 la minaccia della guerra sia stata vinta: al contrario, a causa dell’incubo nucleare, si sono combattute centinaia di guerre locali non meno cruente di quella mondiale. E ancora negli ultimi anni hanno avuto luogo processi di disgregazione degli Stati nazionali e rivendicazioni violente della cosidetta purezza etnica, l’una contro l’altra armata, come in Jugoslavia o nello Zaire. Si può dire, contando tutto ciò, che il progresso abbia trasformato la società umana nel Novecento? Non si può negare, credo, che per masse assai grandi di uomini le condizioni di vita materiale si siano profondamente trasformate negli ultimi decenni, che si viva in media di più, che le condizioni igienico-sanitarie, l’alimentazione, il tempo libero, per il quinto della popolazione mondiale raggiunta dallo sviluppo siano assai migliorate.

Ma resta il fatto che la guerra non è stata definitivamente debellata, che il mondo del sottosviluppo preme minacciosamente su quello sviluppato e che non si può pensare che l’attuale dislivello tra i due mondi continui ad essere di queste proporzioni. Di qui nasce l’incertezza, la paura che, più della speranza, caratterizza in Occidente la fine di questo secolo e l’esordio del nuovo.

   Segue:

Cinema: il vero testimone
dei nostri cento anni

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