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Chi sono i giovani
scrittori che imperversano sui media con l'etichetta di cattivi? Effimero prodotto del
mercato editoriale o tendenza letteraria duratura? L'opinione degli editori che li hanno
scoperti, il profilo dei più rappresentativi e il severo giudizio di un critico. Trash, pulp,
cannibali, cattivi: tocca guardare al mondo del cinema, a estinte tribù di selvaggi per
trovare un termine che definisca, con un titolo generico e ad effetto gli scrittori
"giovani" che trionfalmente s'accasano nella narrativa. Di giovani
quaranta-cinquantenni è da troppo tempo che se ne parla, e sembra siano venuti a noia. Ma
questi, gli Ammaniti, i Nove, le Santacroce, i Brizzi sono giovani davvero: con le idee
chiare, la penna sicura, un astuto presenzialismo televisivo, il gusto della provocazione,
la presunzione di essere diversi e dunque migliori.
Franchini: una
realtà metropolitana
Insieme a un pessimismo nero, a un linguaggio distruttivo,
deragliato, balbuziente, la sfacciataggine del pugno diretto allo stomaco e una buona dose
di autoironia sono gli ingredienti di un successo che, se pure pompato dai media
a corto di argomenti culturali, ha suscitato commenti sprezzanti o entusiastiche reazioni,
fomentando il blabla spesso inconcludente dei critici.
Si tratta allora di un fuoco di paglia, oppure di un fenomeno buono davvero? A parte
mangiarsi la realtà, questi giovani cannibali non staranno divorando voracemente sé
stessi? Come andranno avanti? Cosa li unisce e cosa li divide? Sono semplicemente un
prodotto del mercato editoriale?
Antonio Franchini
è giovane, è scrittore, è editor di narrativa della più grande casa editrice
italiana, la Mondadori. Tocca ricordare che nell'89 gli Oscar Original's, che lui curava,
osarono proporre una collana di "Nero italiano" che raggiunse otto titoli di
romanzi e un'antologia di racconti; dove fanno capolino, anticipano i tempi, proprio
alcuni degli autori presenti oggi nella fortunata raccolta einaudiana Gioventù
cannibale
"Ci sembrava, all'epoca", dice Franchini, "che rispetto al giallo, con un
assetto molto più codificato, il noir fosse più trasgressivo, potesse
restituire il gusto dell'intreccio e il piacere di leggere a un pubblico più vasto,
sapesse davvero esprimere la realtà metropolitana contemporanea".
Era una tendenza pre-annusata, già nell'aria, ora esplosa in una letteratura che rompe
radicalmente con il passato. "Perché nasce da una generazione (oltre il confine
degli anni Sessanta) che non ha specifica educazione letteraria, ma guarda piuttosto ai media,
al cinema, alla musica e quindi entra in scena con una serie di pregi da tempo perduti:
con una freschezza di sguardo, con immediatezza".
Repetto: nessun
maestro obbligato
Non hanno padri, perché la narrativa italiana non ha una grande
tradizione letteraria metropolitana, e i pochi maestri, i Gadda, i Testori, sono
dimenticati. "Parlerei, per questi nuovi narratori, di politeismo, ovvero la scelta
autonoma di propri maestri in modo apparentemente privo di una gerarchia di valori, come
si sceglierebbe la merce esposta in un supermercato", spiega Fabio Repetto,
responsabile per l'Einaudi della collana "Stile libero", che ha ospitato la
citatissima antologia di giovani scrittori. "Possono contare di più i fumetti di
Andrea Pazienza dei romanzi di Pavese, è vero. Bisognerebbe riscrivere la storia della
letteratura liberandosi dalla rigidità degli schemi. Tra i modelli ci sono Dylan Dog, la
musica, la televisione, ma i riferimenti non sono assolutamente obbligati. Anche perché
questi scrittori non sono affatto omologabili e uguali: ciascuno ha un modo unico e
originale di essere".
Per esempio?
"Per esempio Ammaniti ha innestato i suoi "effetti speciali" (sangue, horror,
eccetera) sul modulo umoristico della commedia all'italiana, tipo Dino Risi, insomma; Aldo
Nove, pur essendo nella vita un poeta, che traduce dal greco e dal latino, racconta con
una comicità sinistra l'onnipresenza del sistema mediatico e la sua capacità di
restituirci un elettroencefalogramma piatto della realtà...". Nessuna scuola alle
spalle, allora? E la definizione comune di "cannibali": si tratta soltanto di
una forzatura a scopo propagandistico?
«Abbiamo voluto con Severino Cesari questa parola per significare la voracità onnivora a
cibarsi delle cose più basse del reale contemporaneo, per poi trasferirle in qualcosa che
appartiene alla letteratura o alla fiction di fine millennio. C'è naturalmente
una sensibilità comune nel rappresentare un mondo degradato, scollato, certamente non
consolatorio, una gioia di incontrarsi, parlarsi, una "corrispondenza d'amorosi
sensi", più che similitudini nella scrittura».
Repetto è più che convinto: non si tratta di un exploit effimero e casuale, ma
una tendenza autentica, che segnala una terra comune, cominciata a Internet e
videocronache. E ha in uscita un repêchage di Ammaniti, il suo primo romanzo, Branchie,
un nuovo libro di Nove e altri arrivi.
D'Ina: non mi
piacciono i cliché
Più prudente e preoccupata di una crescita, di un salto di qualità
di questi nuovi scrittori, è invece Gabriella D'Ina, editor
della Feltrinelli. E a lei che si deve la scoperta di quel Destroy di Isabella
Santacroce, «che mi ha colpito per la velocità delle immagini, per il rapporto originale
con un certo tipo di musica. Ma abbandonerei volentieri la definizione di "giovani
cannibali": è stato un ottimo espediente per muovere il mercato (dato che i nostri
giornalisti di cultura sono tanto pigri), ma il fenomeno non è così nuovo; in tutte le
annate letterarie è presente il doppio livello di una scrittura tradizionale e di
un'avanguardia. All'interno di queste categorie generali ci sono poi elementi di giudizio
che attengono soprattutto, per me, alla lingua, alla capacità di elaborare qualcosa di
diverso. Non mi piacciono invece i cliché, che fanno fallire inesorabilmente
ogni nuova proposta, né sopporto l'ostentazione della violenza, l'esagerazione dello splatter,
che non bastano per fare un buon romanzo. Céline era all'avanguardia rispetto al suo
tempo, e ben più violento di Ammaniti o del Brizzi di Bastogne».
Oggi ci sono i media a gonfiare i fenomeni di costume, belli o brutti che siano.
C'è la coscienza, in questi scrittori, di non essere i primi? Lei crede che abbiano letto
Gadda, ad esempio?
«Penso di sì, anche se sono molto laici, indifferenti a possibili maestri. Ma a ben
guardare si scopre che questi "neo-barbari", e "sgrammaticati" ragazzi
hanno alle spalle solida cultura e studi serissimi».
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L'Italia è un paese
di occasioni primitive |