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CANNIBALE È LA FICTION

di Monica Mondo

   

Letture n. 534 febbraio 1997 - Home Page Chi sono i giovani scrittori che imperversano sui media con l'etichetta di cattivi? Effimero prodotto del mercato editoriale o tendenza letteraria duratura? L'opinione degli editori che li hanno scoperti, il profilo dei più rappresentativi e il severo giudizio di un critico.

Trash, pulp, cannibali, cattivi: tocca guardare al mondo del cinema, a estinte tribù di selvaggi per trovare un termine che definisca, con un titolo generico e ad effetto gli scrittori "giovani" che trionfalmente s'accasano nella narrativa. Di giovani quaranta-cinquantenni è da troppo tempo che se ne parla, e sembra siano venuti a noia. Ma questi, gli Ammaniti, i Nove, le Santacroce, i Brizzi sono giovani davvero: con le idee chiare, la penna sicura, un astuto presenzialismo televisivo, il gusto della provocazione, la presunzione di essere diversi e dunque migliori.

Franchini: una realtà metropolitana

Insieme a un pessimismo nero, a un linguaggio distruttivo, deragliato, balbuziente, la sfacciataggine del pugno diretto allo stomaco e una buona dose di autoironia sono gli ingredienti di un successo che, se pure pompato dai media a corto di argomenti culturali, ha suscitato commenti sprezzanti o entusiastiche reazioni, fomentando il blabla spesso inconcludente dei critici.
Si tratta allora di un fuoco di paglia, oppure di un fenomeno buono davvero? A parte mangiarsi la realtà, questi giovani cannibali non staranno divorando voracemente sé stessi? Come andranno avanti? Cosa li unisce e cosa li divide? Sono semplicemente un prodotto del mercato editoriale?

Antonio Franchini è giovane, è scrittore, è editor di narrativa della più grande casa editrice italiana, la Mondadori. Tocca ricordare che nell'89 gli Oscar Original's, che lui curava, osarono proporre una collana di "Nero italiano" che raggiunse otto titoli di romanzi e un'antologia di racconti; dove fanno capolino, anticipano i tempi, proprio alcuni degli autori presenti oggi nella fortunata raccolta einaudiana Gioventù cannibale
"Ci sembrava, all'epoca", dice Franchini, "che rispetto al giallo, con un assetto molto più codificato, il noir fosse più trasgressivo, potesse restituire il gusto dell'intreccio e il piacere di leggere a un pubblico più vasto, sapesse davvero esprimere la realtà metropolitana contemporanea".
Era una tendenza pre-annusata, già nell'aria, ora esplosa in una letteratura che rompe radicalmente con il passato. "Perché nasce da una generazione (oltre il confine degli anni Sessanta) che non ha specifica educazione letteraria, ma guarda piuttosto ai media, al cinema, alla musica e quindi entra in scena con una serie di pregi da tempo perduti: con una freschezza di sguardo, con immediatezza".

Repetto: nessun maestro obbligato

Non hanno padri, perché la narrativa italiana non ha una grande tradizione letteraria metropolitana, e i pochi maestri, i Gadda, i Testori, sono dimenticati. "Parlerei, per questi nuovi narratori, di politeismo, ovvero la scelta autonoma di propri maestri in modo apparentemente privo di una gerarchia di valori, come si sceglierebbe la merce esposta in un supermercato", spiega Fabio Repetto, responsabile per l'Einaudi della collana "Stile libero", che ha ospitato la citatissima antologia di giovani scrittori. "Possono contare di più i fumetti di Andrea Pazienza dei romanzi di Pavese, è vero. Bisognerebbe riscrivere la storia della letteratura liberandosi dalla rigidità degli schemi. Tra i modelli ci sono Dylan Dog, la musica, la televisione, ma i riferimenti non sono assolutamente obbligati. Anche perché questi scrittori non sono affatto omologabili e uguali: ciascuno ha un modo unico e originale di essere".
Per esempio?
"Per esempio Ammaniti ha innestato i suoi "effetti speciali" (sangue, horror, eccetera) sul modulo umoristico della commedia all'italiana, tipo Dino Risi, insomma; Aldo Nove, pur essendo nella vita un poeta, che traduce dal greco e dal latino, racconta con una comicità sinistra l'onnipresenza del sistema mediatico e la sua capacità di restituirci un elettroencefalogramma piatto della realtà...". Nessuna scuola alle spalle, allora? E la definizione comune di "cannibali": si tratta soltanto di una forzatura a scopo propagandistico?
«Abbiamo voluto con Severino Cesari questa parola per significare la voracità onnivora a cibarsi delle cose più basse del reale contemporaneo, per poi trasferirle in qualcosa che appartiene alla letteratura o alla fiction di fine millennio. C'è naturalmente una sensibilità comune nel rappresentare un mondo degradato, scollato, certamente non consolatorio, una gioia di incontrarsi, parlarsi, una "corrispondenza d'amorosi sensi", più che similitudini nella scrittura».
Repetto è più che convinto: non si tratta di un exploit effimero e casuale, ma una tendenza autentica, che segnala una terra comune, cominciata a Internet e videocronache. E ha in uscita un repêchage di Ammaniti, il suo primo romanzo, Branchie, un nuovo libro di Nove e altri arrivi.

D'Ina: non mi piacciono i cliché

Più prudente e preoccupata di una crescita, di un salto di qualità di questi nuovi scrittori, è invece Gabriella D'Ina, editor della Feltrinelli. E a lei che si deve la scoperta di quel Destroy di Isabella Santacroce, «che mi ha colpito per la velocità delle immagini, per il rapporto originale con un certo tipo di musica. Ma abbandonerei volentieri la definizione di "giovani cannibali": è stato un ottimo espediente per muovere il mercato (dato che i nostri giornalisti di cultura sono tanto pigri), ma il fenomeno non è così nuovo; in tutte le annate letterarie è presente il doppio livello di una scrittura tradizionale e di un'avanguardia. All'interno di queste categorie generali ci sono poi elementi di giudizio che attengono soprattutto, per me, alla lingua, alla capacità di elaborare qualcosa di diverso. Non mi piacciono invece i cliché, che fanno fallire inesorabilmente ogni nuova proposta, né sopporto l'ostentazione della violenza, l'esagerazione dello splatter, che non bastano per fare un buon romanzo. Céline era all'avanguardia rispetto al suo tempo, e ben più violento di Ammaniti o del Brizzi di Bastogne».
Oggi ci sono i media a gonfiare i fenomeni di costume, belli o brutti che siano. C'è la coscienza, in questi scrittori, di non essere i primi? Lei crede che abbiano letto Gadda, ad esempio?
«Penso di sì, anche se sono molto laici, indifferenti a possibili maestri. Ma a ben guardare si scopre che questi "neo-barbari", e "sgrammaticati" ragazzi hanno alle spalle solida cultura e studi serissimi».

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