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L'arma
contro la retorica
L'arma più efficace contro
ogni forma di retorica e contro l'illusione metafisica è l'ironia o le sue versioni più
soffici: la comicità e l'umorismo. Il riso, il dileggio finiscono per abbattere le
costruzioni più seriose. E il riso è proprio dell'uomo, ma ha qualcosa di satanico. Eco
cita Baudelaire: "Il riso è satanico: è dunque profondamente umano" (Diario
minimo, pag. 85). Con il riso il novatore occulto mette in dubbio i valori che fino a
quel momento la società ha condiviso, col riso demitizza e sconsacra tutto ciò che
cadeva sotto la definizione di Bene. Il riso s'identifica dunque col diabolico e racchiude
il principio del Male. Eco ritorna spesso su questi concetti e li analizza minutamente.
Non ride colui che accetta dogmaticamente l'ordine stabilito: "Chi sarà allora il
Ridente? Colui che ha avuto coscienza della caduta, e quindi della provvisorietà
dell'ordine dato" (Diario minimo, pag.94). Meno drastico appare nel 1971:
"Se il comico sia una forza eversiva o una mediazione pacificatrice, è angoscia
vecchia" (Il costume di casa, pag. 234). Mentre una vera relazione sul
comico è riportata in Sette anni di desiderio (pagg. 253 ss.). Ma una intera
analisi del comico, dell'ironia e dell'umorismo è sviluppata in "Pirandello
ridens" (Sugli specchi, pagg.261 ss.), dove Pirandello è visto come colui
che sull'umorismo fonda una poetica sostanzialmente distruttiva.
Pirandello non è l'unico a
usare il comico come strumento di rinnovamento linguistico e culturale. Sul comico non
hanno scritto i grandi comici - Aristofane, Molière, Luciano, Groucho Marx e Rabelais.
Hanno scritto invece autori seriosi come Aristotele, Kant, il sarcastico Hegel,
Baudelaire, il malinconico Kierkegaard. E tra i recenti: lo psicologo Lipps, il filosofo
Bergson, il sociologo Lalo e infine Freud. Ma Aristotele trattò del comico come
esplicazione finale del suo studio sul tragico. Questa parte sul comico tuttavia andò
perduta. Eco vede in tutto questo un segno della scarsa importanza attribuita dal filosofo
greco a un testo d'inferiore lucidità. "Per Aristotele il comico è qualcosa di
sbagliato che si verifica quando in una sequenza di avvenimenti si introduce un evento che
altera l'ordine abituale dei fatti" (Ivi, pagg. 264). Ma e l'umorismo? e
l'ironia? Il comico suppone in colui che osserva un senso di superiorità e di distacco.
Non così l'umorismo, che può coinvolgere l'osservatore stesso che venga a trovarsi in
altro momento o situazione dell'esistenza.
A partire dal 1980, Eco
tradusse le sue teorie e la sua enorme erudizione in forme immaginose: i tre famosi
romanzi, che lo fecero conoscere anche al pubblico estraneo agli ambienti accademici. Il
primo - Il nome della rosa (1980) - è forse il migliore dei tre. Ambientato nel
mondo dei monasteri medievali e tra le diatribe teologico - ecclesiastiche dei seguaci del
papa avignonese Giovanni XXII e dell'imperatore Lodovico il Bavaro, è condotto secondo la
tecnica dei gialli. Indagatore è Guglielmo di Baskerville, accompagnato da un giovane
discepolo benedettino, che narrerà la vicenda.
Nel labirinto del
sapere
L'azione si svolge prevalentemente nella
grande biblioteca del monastero: un labirinto (Sugli specchi, pagg. 357 ss.) di
scienze universali, descritto come "La biblioteca di Babele" di Jorge Luis
Borges (Sette anni di desiderio, pagg.236 s.), con tutti i pregi e difetti di
ogni biblioteca, elencati con ironia da Eco ("Come organizzare una biblioteca
pubblica" in Il secondo diario minimo pagg. 73 s.). L'edificio è un Anopticon,
cioè una serie di esagoni centralmente orientati, che permettono a chi sia al centro di
vedere senza esser visto (Ivi, pag. 176). Invano Guglielmo e il discepolo tentano
di penetrare in quella fortezza, dove si nasconde la ragione dei diversi delitti. Sarà
alla fine la parodia del racconto evangelico fatta dal discepolo a fornire a Guglielmo la
chiave d'interpretazione.
Si sa che il Medioevo si difendeva dalle
non - culture eliminando fisicamente gli eretici. Nel monastero in questione la non
cultura è rappresentata da una copia dello smarrito codice di Aristotele sul comico. Non
c'è nulla di più pericoloso, per la dottrina ufficiale, della comicità, dell'ironia,
della parodia. Il codice è in custodia usurpata del monaco più anziano, Jorge, un cieco,
che lo ha intriso di un veleno in grado di uccidere chiunque lo tocchi. Smascherato,
infine, lo dà alle fiamme e con il codice brucia anche l'intero monastero.
Nel 1988 Eco pubblicò Il pendolo di
Foucault. Tre amici - Casaubon, Belbo e Diotallevi - immaginano che i Templari non
siano mai scomparsi del tutto e detengano un segreto da tramandare in riunioni periodiche,
che permetterà loro il dominio del mondo. Questo pseudo - segreto finisce per suscitare
tutte le varie forme di occultismo nel mondo, sia religiose che profane. Sono tutte rette
da questa vana speranza messianica. Speranza che resterà delusa: non esiste un disegno
storico nel destino dell'uomo. Belbo finirà per pagare con la vita il suo stesso gioco.
Agliè, capo del TRES, loggia segretissima, lo convoca a Parigi e, di fronte al suo
rifiuto di rivelare un segreto che non esiste, lo fa impiccare al pendolo di Foucault, il
famoso pendolo appeso a un punto fisso, per provare la rotazione terrestre. Al punto fisso
viene così a sostituirsi il punto dove Belbo è appeso, al posto del corso universale e
assoluto del tempo si colloca il povero tempo dell'uomo, con le sue gioie limitate. Questa
è la sola verità dell'uomo. Non esistono rivelazioni, messaggi, segreti salvifici se non
per coloro che vogliono crederci.
Segue:
L'ironia metafisica di Umberto - 4 |