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Lincontro
con lo strutturalismo
Con queste predisposizioni Eco
incontrò lo strutturalismo. Si era attorno al 1962. Eco a Parigi conobbe e frequentò
alcuni dei maggiori strutturalisti, specialmente Lévi-Strauss e Pierce, ma conobbe o
lesse Roland Barthes, Noam Chomsky, Michel Foucault, Roman Jakobson, Julia Kristeva, gli
analisti Lacan e Monod. L'effetto si fece sentire nelle sue opere successive.
A fronte di una progressiva
distruzione del soggetto pensante, crebbe l'interesse per la linguistica, per i
significati. Un interesse che, dai linguaggi letterari, si estese alle varie forme di
linguaggio, da quelli in uso presso le avanguardie al linguaggio povero dei mass media, a
quello delle folle incolte. Pochi studiosi più di Eco hanno collaborato ad abbattere la
retorica classica, quella che si reggeva su norme tassative, frutto di lento
apprendimento. E, abbattendo la retorica, Eco abbatteva anche i suoi contenuti. Si direbbe
che avvenga in lui una rabbiosa liberazione da tutti i luoghi comuni, dai buoni
sentimenti, dagli zuccherosi apprendimenti assimilati fin dall'infanzia. Rivaluta la
figura di Franti, il ragazzo reprobo di Cuore di De Amicis (Diario minimo,
pagg. 85 ss.). Vede anzi la presenza del suo spirito in ogni ribellione anticonformista:
nei ragazzi di Barbiana come in quelli del '68 (Il costume di casa, pag.90). Lo
strumento di questa demolizione dei valori tradizionali, di questa desacralizzazione, è
l'ironia, la parodia. E proprio in una serie di parodie letterarie e di costume consiste
tutto il Secondo diario minimo, intervallato da scherzi, giochi di parole,
filastrocche, tra cui i famosi "Frammenti della Cacopedia", "Filosofi in
libertà", "Giochi di parole", dove non si sa se ammirare di più lo spreco
d'ingegno o le poche inattese intuizioni. A questa sconsacrazione non sfugge nulla,
neppure i sentimenti più elevati della coscienza umana. Si legga la descrizione
dell'emanazione delle cose da Dio, come insegna la filosofia cristiana sotto l'influsso
del neoplatonismo: «L'universo è effetto di una benevola distrazione di questo Uno
lontanissimo, che sembra sbavare lentamente verso il basso, abbandonando tracce della sua
perfezione nei grumi impiastricciati della materia che defeca, come tracce di zucchero
nell'orina. In questo liquame che rappresenta la periferia più trascurabile dell'Uno noi
possiamo trovare, quasi sempre per un colpo di genio enigmistico, delle impronte dei germi
di comprensibilità, ma la comprensibilità sta altrove, e se va bene ci arriva il
mistico, dall'intuizione nervosa e scamificata, che penetra con l'occhio quasi drogato
nella garconnière dell'Uno, dove avviene l'unico e vero festino» (Dalla periferia
dell'impero, pag.127). E qui fa difetto anche il buon gusto.
Ma le distruzioni più gravi
le ha subite Eco stesso in campo metafisico. Si sa che è impossibile fondare una vera
filosofia sullo strutturalismo. La filosofia è la ricerca di verità universali. Lo
strutturalismo invece afferma l'impossibilità di concetti universali. Ammette solo
verità valide in un determinato campo linguistico. E vero che Eco ammette una semiotica
generale e ritiene che essa sia di natura filosofica (Semiotica e filosofia del
linguaggio), ma abbiamo l'impressione si tratti di un modo analogico d'intendere
filosofia. In questo senso anche Aristotele fa filosofia del linguaggio quando riconosce
che l'essere, oggetto primo della filosofia, "e Ciò che si dice in molti modi"
(Semiotica e filosofia del linguaggio, pag. XIII). Anzi, è questa una conferma
della necessità di stabilire, all'inizio di ogni ricerca filosofica, il modus ponens
(Sette anni di desiderio, pagg. 38 s.). E l'unico modo per poter affermare una
qualche verità, sia pure relativa. In definitiva Eco, stretto nella tenaglia tra
metafisica e linguistica, finisce per ridurre la metafisica alla linguistica e non
viceversa. Non rifiuta nulla della filosofia studiata in gioventù, ma la reinterpreta
alla luce della semiotica. All'essere sostituisce il segno come unica
realtà accessibile dal soggetto. Non per nulla in un celebre capitolo del Secondo
diario minimo, "Utrum Deus sit" (pag. 195), rilegge le cinque prove
dell'esistenza di Dio di san Tommaso partendo da elementi semiotici. Con quali risultati
lo può giudicare il lettore stesso. Se già le prove di san Tommaso non convincono tutti,
meno ancora li convince la rilettura di Eco, che ha tutta l'aria di una presa in giro.
La semiotica per
mentire
Ma anche quando Eco parla sul
serio, la negazione di verità assolute è una delle costanti del suo pensiero. Il segno
è assunto come sostituto significante di qualcosa d'altro, che non deve esistere
necessariamente. "In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che
studia tutto ciò che può essere usato per mentire" (Trattato di semiotica
generale, pag.17). "Funzione segnica significa possibilità di significare (e
dunque di comunicare) qualcosa a cui non corrisponde alcuno stato reale di fatti. Una
teoria dei codici deve studiare tutto ciò che può essere usato per mentire" (Ivi,
pag.89). "La questione di sapere se la struttura semantica è sottesa all'universo
semantico o se non sia la costruzione metalinguistica che rende conto dell'universo dato
può essere considerata come non pertinente" (Ivi, pag.121). "In
effetti un'indagine critica su tali valori mostrerebbe che essi sono mutualmente esclusivi
solo se vengono assunti come assoluto" (Ivi, pag. 367). "Non esiste
teoria semiotica delle ideologie capace di verificarne la validità o di permetterne il
miglioramento.
C'è solo una tecnica di analisi semiotica che permette di mettere in crisi un'ideologia,
mostrandone la relatività rispetto a un'altra opposta" (Ivi, pag. 368).
"La semiotica ha un solo
dovere: definire il soggetto della semiosi attraverso categorie esclusivamente semiotiche:
e può farlo perché il soggetto della semiosi si manifesta come il continuo e
continuamente incompiuto sistema di sistemi di significazione che si riflettono l'uno
nell'altro" (Ivi, pag. 377). "Cosa ci sia dietro, prima o dopo, al di
là o al di qua di questo soggetto è certo un problema enormemente importante. Ma la
soluzione di questo problema (almeno per ora, e nei termini della teoria qui delineata)
sta oltre la soglia della semiotica" (Ivi, pag. 379). Eppure Eco è
costretto a fare qualche eccezione: "Di discorsi inconfutabili ne sono rimasti ben
pochi (certi argomenti basati su postulati e assiomi, come nelle matematiche)" (Dalla
periferia dell'impero, pag. 164). Probabilmente se parlasse oggi con qualche
matematico cambierebbe parere. Ma questa è la controprova che anche la linguistica non è
altro che una scienza, non una metafisica, la quale ha per oggetto i primi princìpi
dell'essere, sempre e ovunque veri.
Segue:
L'ironia metafisica di Umberto - 3 |