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La negazione di
verità assolute è una costante del suo pensiero. Il segno è assunto come sostituto
significante di qualcosa d'altro, che non deve esistere necessariamente. Contrario a ogni
forma di retorica, usa il riso e il dileggio per abbattere le costruzioni più seriose. Mi scuso con Umberto Eco se ho accettato di scrivere di lui. Forse
sono il critico meno indicato per farlo. Non conosco quasi nulla della sua vita. Non ho
interesse per la semiotica. Anzi, considero la lettura del suo Trattato di semiotica
generale una delle penitenze più gravi della mia vita. Me ne assolve Eco stesso
nella nota introduttiva a Sugli specchi: «Il lettore digiuno di tecnicismi
semiotici [...] può evitare di leggere gli scritti dell'ultima sezione. Sopravviverà lo
stesso» (pag. 6). Le mie saranno solo osservazioni, ipotesi di un cammino ideologico -
letterario dedotte dalla lettura delle sue opere, anche e soprattutto quelle diverse dai
tre famosi romanzi.
L'ammirazione per il
Medioevo
Eco scopre la ragione di molti
tratti della sua personalità leggendo una Storia degli alessandrini: «Alla base del mio
scetticismo, della mia indifferenza per i Valori astratti, della mia diffidenza per il
Noumeno, non stavano scelte culturali o scelte ideologiche, ma solo il fatto che ero nato
ad Alessandria» (Il costume di casa, pag. 9). Alessandria è città che detesta
l'amplificazione retorica, le violenze. E sospettosa delle grandi imprese. Il suo
immaginario popolare ignora streghe, diavoli, fate, mostri, fantasmi, grotte. E parca di
leggende. Ritorna sul tema della sua città nell'ultimo capitolo del Secondo diario
minimo: "Il miracolo di San Brandolino". Giudicati barbari da Dante
Alighieri, gli alessandrini conobbero una sola grande epopea: quella sui campi di Marengo,
contro le truppe assedianti del Barbarossa. Ma anche allora la vittoria fu opera non di
famosi condottieri, ma dell'astuzia contadina di Gagliaudo. Un alessandrino non rivela con
facilità il proprio nome a un estraneo. Non va soggetto a infatuazioni per le imprese
sportive o i successi politici. Alessandria è città di grandi spazi, che creano nel
cittadino un senso di solitudine. L'unica caratteristica suggestiva è la nebbia, che in
alcune stagioni trasforma la città in una specie di Milano della scapigliatura. Tutto vi
è moderato, perfino i miracoli del suo protettore, san Brandolino, che una volta, pregato
dal re di guarirgli il figlio, non lo guarì, ma si limitò a predirgliene la morte.
È in questa città che Eco
trascorse la sua infanzia e adolescenza, con le prime inspiegabili crisi di rigetto delle
tradizionali forme religiose. Fu durante una partita di calcio, a 13 anni,
"osservando gli insensati movimenti laggiù nel campo, sentii come se il sole alto
meridiano avvolgesse di una luce raggelante uomini e cose, e come se davanti ai miei occhi
si dipanasse una recita cosmica senza senso [...] per la prima volta dubitai
dell'esistenza di Dio e ritenni che il mondo fosse una finzione senza scopo" (Sei
anni di desiderio, pag. 40). Ricorse al suo confessore, che gli elencò una serie di
personaggi celebri credenti in Dio: Dante, Newton, Manzoni, Gioberti e Fantapiè.
"Confuso da questo consenso delle genti, rimandai di circa un decennio la mia crisi
religiosa". Ciò non gli impedì di scegliere come oggetto della sua tesi di laurea
il più ortodosso dei filosofi cattolici. Eco si laureò a Torino nel 1954 con la tesi Il
problema estetico in Tommaso d'Aquino: una tesi quanto mai conformista, che egli
riprenderà e in qualche modo reinterpreterà nel 1970. Ma intanto aveva messo un piede
nella cultura medievale e non lo ritirerà più. Scoperse un mondo dalle ricchezze varie e
insospettate, dotato degli strumenti idonei per risolvere i problemi del tempo. Scoperse
una parentela stretta tra le metodologie scolastiche e quelle moderne. I medievali
appaiono solo più creativi e più acuti nelle analisi. A cominciare dal grande Agostino,
"il primo autore che, sulla base di una cultura stoica ben assorbita, fonda una
teoria del segno": "Signum est enim res praeter speciem, quam ingerit sensibus,
aliud aliquid ex se faciens in cogitationem venire" (De Doctrina II,I,I - Il
segno è ogni cosa che ci fa venire in mente qualcosa d'altro al di là dell'impressione
che la cosa stessa fa sui nostri sensi - riportato in Sugli specchi, pag. 222).
"Tutte le semiotiche testuali e tutte le ermeneutiche contemporanee viaggiano ancora
lungo le linee di forza prescritte da Agostino, anche quando sono semiotiche o
ermeneutiche secolarizzate" (Ivi, pag. 223; cfr. anche Il problema
estetico in Tommaso d'Aquino, edizione 1970, pag. 7). Scoperse che la sua, più che
una crisi di fede, era una crisi filosofica. Il punto debole del Tomismo era che non si
preoccupava di giustificare la validità dei suoi strumenti conoscitivi. Per il vero
tomista il reale era il conosciuto. Ma nella sensibilità moderna di Eco si era insinuato
il sospetto kantiano: il Noumenon era il non ancora noto.
Del resto questo stesso
sospetto aveva già ammaliato i primi discepoli di Tommaso. Erano usciti dalla tutela del
Maestro privilegiando il conosciuto nei confronti del reale. Gli autori della seconda
scolastica supponevano intatta la sostanza del sistema tomista e si dedicavano con
entusiasmo all'analisi delle forme di pensiero - dove la razionalità trovava in sé
stessa la propria garanzia - e muovevano i primi passi in campo sperimentale. La scuola
medievale sviluppò in modo particolare la retorica e, in campo più propriamente
filosofico, la Logica Minor. Eco conosce molto bene queste scienze e usa la Logica
Minor spesso come strumento utile, più spesso come sottolineatura umoristica dei
suoi racconti. E tipico del nominalismo di ogni tempo sviluppare al massimo la crosta del
pensiero filosofico, disperando di penetrare oltre.
Segue:
L'ironia metafisica di Umberto - 2 |