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CANNIBALE È LA FICTION - 2

L'ITALIA E UN PAESE Dl OSSESSIONI PRIMITIVE

di Arnaldo Colasanti

   

Letture n. 534 febbraio 1997 - Home Page I casi sono due. O la letteratura contemporanea partecipa per lo 0,01% al dibattito culturale e civile (e dunque si può ridurre a tutto, sia allo sciocchezzaio sia al più semplificato meccanismo di galleggiamento); o la vita nazionale si è chiusa in una tale tragedia e asprezza da non permettere più niente, se non l'enfasi, lo strepitio, la capziosità di un dibattito apparente. L'Italia sta diventando un Paese di ossessioni elementari; sta vivendo un nuovo conformismo, postideologico, radicato fin dentro al succo della vita civile: una nuova paura, travestita di ironia, che rende impossibile persino l'intenzione di alzare il livello della proposta culturale; un conformismo che estenua, dilata, rende ellittici quanto isterici i discorsi, come se quasi più niente potesse scantonare dal misurino deprimente della "spettacolarizzazione".

L'enfasi, la gabbia polemica dentro cui si discute, l'opinionismo trasversale e omofono non sono certo comportamenti specifici di un'élite intellettuale: sono diventati piuttosto la forma stessa delle relazioni sociali. E orribile pensare che la società cerchi ormai di sopravvivere attraverso l'illusorio assorbimento di una corrosione irreversibile, quella che incista la vita pubblica. Ma è così. Credo, del resto, che la crisi culturale della politica e della rappresentatività non sia l'effetto di una "crisi storica", bensì la forma di un terrore, il segno di una vedovanza, il fatto che nessuno di noi senta di partecipare a un processo positivo di vita in comune. Il problema del conformismo contemporaneo coincide insomma con la questione stessa della libertà di ognuno di noi: con gli spazi mentali ed esistenziali che si chiudono, quasi senza più speranza.

Soffocati dall'emergenza, dal cabotaggio della bancarotta nazionale; spenti dalla radicalizzazione di un impoverimento che ormai coincide con una fortissima invidia collettiva, ci sembra impossibile riflettere su ciò che viene "prima", su ciò che rende gli stessi discorsi non un caso ma un'esigenza culturale, il dovere del pensiero, il senso e l'impegno di un progetto - quale sviluppo vorremmo per il nostro Paese; cos'è che fa dello Stato che abbiamo scelto, la democrazia, una condizione storica essenziale; qual è in Italia il compito della cultura laica e quello, viceversa, della cultura cattolica: cosa ci auguriamo ancora; come vogliamo vivere questi anni.

I nodi vengono stretti e nascosti sotto insegne sbiadite di "emergenza": titoli su cui parrebbe concentrarsi il drenaggio e la ricerca di un progresso razionale, mentre in realtà non sono che caricature, verità tacitume, inermi, parole fungibili, sepolte dal vuoto. Molte cose occupano la nostra attenzione: il nuovo dell'Ulivo, il nuovo del Polo; l'orgogliosa difesa dello Stato di diritto per merito furioso delle Procure; il dramma del grande accusatore, la necessità dei pentiti e poi i teoremi, le strategie, i proclami umbertini di Confindustria, le oligarchie che difendono gli ultimi ponti, gli ultimi spazi di manovra prima del terremoto. Terrore. Enfasi, strepitìo, dicevo. Paradosso di una sociale balbuzie logorroica che urla dolorosamente perché non sa parlare.

E la letteratura? Gli scrittori raccontano ancora qualcosa di vivo e di reale? La letteratura, per quel che conta, potrebbe essere qualsiasi cosa. Spesso si riduce al dato meno interessante: una forma qualsiasi di visibilità sociale. A volte ci pare di vedere un muro altissimo di leggerezza, di dileggio. di ironia. Un muro di cartapesta e di parole acidule con le quali si tiene stretta la paura, di travalicare anche per un attimo l’orlo lucente della convenzione, alla ricerca del senso, della poesia, di un pensiero che educhi.

Il bisogno di polemiche

Una volta una giornalista culturale mi chiese un consiglio su una pagina da inventare. Dissi: prova a domandare agli scrittori se sia ancora importante e perché la letteratura. Fu quasi brutale la sua reazione. Che dici? Ma a chi interessa. Troppo aereo e astratto. Ho bisogno di polemiche, di anticipazioni. La gente vuole cose chiare e concrete: "Vuole vederli uno contro l'altro". Forse la gente vuole disprezzo perché cerca di non disprezzarsi: disprezza la propria paura, la vacuità in cui tutti siamo caduti, la povertà sociale in cui ci stiamo riducendo. E l'orrore sta in questo: solo l'enfasi, nei paradossi della vacuità, la gente continua perdutamente a proteggersi da sé stessa.

L'Italia è un Paese di ossessioni primitive. Il fascismo, l'afa democristiana, il conformismo irrisolto della nuova e vecchia socialdemocrazia nazionale restano funzioni storiche di un tribalismo inguaribile (e non è tribale forse lo scontro perpetuo delle oligarchie al potere? Il senso del fratricidio sociale, l'emergenza, la cultura del sospetto, la catena parentale di privilegi a cui tutti in Italia sembriamo inchiodati?). Forse nessuno di noi ce la farà. Questo Stato è irriformabile. L'estenuazione politica a cui siamo stati abituati ci ha ingessati in una tragedia, da toglierci persino la speranza che tutto faccia capo a una crisi storica, alla debolezza morale e culturale di una generazione. Ripeto: non possiamo parlare di corruzione, ma di corrosione, di sbriciolamento delle forme della vita pubblica. C'è ancora una risposta? E possibile, in qualche modo, restare saldi, tentare di dire qualcosa che segni il tempo e la realtà drammatica dei nostri giorni? Non lo so. Noi facciamo letteratura. Se possiamo provare ancora qualcosa, è continuare a dichiarare in ogni caso l'individualità di un'opera, il suo valore di senso, la sua scommessa di conoscenza.

Ognuno di noi, nonostante tutto, dovrà comunicare agli altri la dignità e la necessità di un'esistenza letteraria. Forse solo così anche questa generazione di scrittori (di là dalle differenze di stile e di ricerca espressiva) sentirà il modo per restare integri, per non essere completamente compromessi o evasivi ma disponibili alle domande impellenti del mondo. In fondo, l'unico vero problema della letteratura è la libertà: come riuscire a vivere sul proprio corpo un'esistenza spirituale, un desiderio di profondità, il sogno che aggiunga vita alla vita. Anche per questo, in un'Italia cannibale, credo che i "cannibali" siano e restino un falso problema: un caso editoriale, appunto perché casuale; colto e consumato nella traiettoria di un incrocio di marketing e voracità giornalistica. Le questioni del pulp, del trash, dello splatter sono tutte piccole mascherine di carnevale: vecchie come il mondo (nascoste qua e là nel canto tassesco di Sveno o nel sangue pastoso di Una vita maupassantiana) e comunque invecchiate e digerite, alla luce del giorno, da un secolo di grande letteratura americana.

Non è un film a fare la storia

Non facciamola troppo lunga insomma su queste storie di neo o postmodernità. Lo sappiamo, si può scrivere tutto, proprio perché è stato scritto già tutto. Trascuriamo questioni di stile e atteggiamento, come se fosse davvero il calco di gesso e non davvero il senso, la vera necessità dell'espressione. Mettiamo da parte cose insensate. Non è un film, né una moda, tanto meno i soliti e naturali feticci della giovinezza (scarpe, musiche, fumetti, video, battute o risate) a poter segnare, insomma, uno spartiacque storico nella realtà della letteratura.
Lo stesso Ammaniti non ha dimostrato con Fango che la sua migliore dote è un moralismo scanzonato ma profondamente serio, quel suo ossessivo rifiuto adolescenziale eppure concreto per la morte, per il male del mondo? E questo è un primato del pulp o, come credo, un talento poetico che è sempre prima delle mascherine e sempre dopo le chiacchiere dei dibattiti sui "nuovi-nuovi-postgiovani"? Non esistono i cannibali. È inutile perdere tempo, alimentare l’opinione con altre opinioni, ridursi a essere pro o contro, come se davvero ci fosse una posta in palio, un argomento reale da discutere. La letteratura esiste solo per la sua potente capacità di studio e di parola sul senso dell'uomo. Un gruppo di narratori aggregati da fattori esteriori e casuali potrà essere una scuoletta di bigiotteria o diventare - come ci auguriamo - un pretesto editoriale qualsiasi, una semplice quarta di copertina, da cui verrà fuori, chissà, un vero scrittore, um mondo di idee. Attendiamo.

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