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I casi sono due. O la letteratura contemporanea partecipa per lo
0,01% al dibattito culturale e civile (e dunque si può ridurre a tutto, sia allo
sciocchezzaio sia al più semplificato meccanismo di galleggiamento); o la vita nazionale
si è chiusa in una tale tragedia e asprezza da non permettere più niente, se non
l'enfasi, lo strepitio, la capziosità di un dibattito apparente. L'Italia sta diventando
un Paese di ossessioni elementari; sta vivendo un nuovo conformismo, postideologico,
radicato fin dentro al succo della vita civile: una nuova paura, travestita di ironia, che
rende impossibile persino l'intenzione di alzare il livello della proposta culturale; un
conformismo che estenua, dilata, rende ellittici quanto isterici i discorsi, come se quasi
più niente potesse scantonare dal misurino deprimente della
"spettacolarizzazione". L'enfasi, la gabbia
polemica dentro cui si discute, l'opinionismo trasversale e omofono non sono certo
comportamenti specifici di un'élite intellettuale: sono diventati piuttosto la
forma stessa delle relazioni sociali. E orribile pensare che la società cerchi ormai di
sopravvivere attraverso l'illusorio assorbimento di una corrosione irreversibile, quella
che incista la vita pubblica. Ma è così. Credo, del resto, che la crisi culturale della
politica e della rappresentatività non sia l'effetto di una "crisi storica",
bensì la forma di un terrore, il segno di una vedovanza, il fatto che nessuno di noi
senta di partecipare a un processo positivo di vita in comune. Il problema del conformismo
contemporaneo coincide insomma con la questione stessa della libertà di ognuno di noi:
con gli spazi mentali ed esistenziali che si chiudono, quasi senza più speranza.
Soffocati dall'emergenza, dal cabotaggio della bancarotta
nazionale; spenti dalla radicalizzazione di un impoverimento che ormai coincide con una
fortissima invidia collettiva, ci sembra impossibile riflettere su ciò che viene
"prima", su ciò che rende gli stessi discorsi non un caso ma un'esigenza
culturale, il dovere del pensiero, il senso e l'impegno di un progetto - quale sviluppo
vorremmo per il nostro Paese; cos'è che fa dello Stato che abbiamo scelto, la democrazia,
una condizione storica essenziale; qual è in Italia il compito della cultura laica e
quello, viceversa, della cultura cattolica: cosa ci auguriamo ancora; come vogliamo vivere
questi anni.
I nodi vengono stretti e nascosti sotto insegne sbiadite di
"emergenza": titoli su cui parrebbe concentrarsi il drenaggio e la ricerca di un
progresso razionale, mentre in realtà non sono che caricature, verità tacitume, inermi,
parole fungibili, sepolte dal vuoto. Molte cose occupano la nostra attenzione: il nuovo
dell'Ulivo, il nuovo del Polo; l'orgogliosa difesa dello Stato di diritto per merito
furioso delle Procure; il dramma del grande accusatore, la necessità dei pentiti e poi i
teoremi, le strategie, i proclami umbertini di Confindustria, le oligarchie che difendono
gli ultimi ponti, gli ultimi spazi di manovra prima del terremoto. Terrore. Enfasi,
strepitìo, dicevo. Paradosso di una sociale balbuzie logorroica che urla dolorosamente
perché non sa parlare.
E la letteratura? Gli scrittori raccontano ancora qualcosa
di vivo e di reale? La letteratura, per quel che conta, potrebbe essere qualsiasi cosa.
Spesso si riduce al dato meno interessante: una forma qualsiasi di visibilità sociale. A
volte ci pare di vedere un muro altissimo di leggerezza, di dileggio. di ironia. Un muro
di cartapesta e di parole acidule con le quali si tiene stretta la paura, di travalicare
anche per un attimo lorlo lucente della convenzione, alla ricerca del senso, della
poesia, di un pensiero che educhi.
Il bisogno di polemiche
Una volta una giornalista culturale mi chiese un consiglio su una pagina da
inventare. Dissi: prova a domandare agli scrittori se sia ancora importante e perché la
letteratura. Fu quasi brutale la sua reazione. Che dici? Ma a chi interessa. Troppo aereo
e astratto. Ho bisogno di polemiche, di anticipazioni. La gente vuole cose chiare e
concrete: "Vuole vederli uno contro l'altro". Forse la gente vuole disprezzo
perché cerca di non disprezzarsi: disprezza la propria paura, la vacuità in cui tutti
siamo caduti, la povertà sociale in cui ci stiamo riducendo. E l'orrore sta in questo:
solo l'enfasi, nei paradossi della vacuità, la gente continua perdutamente a proteggersi
da sé stessa.
L'Italia è un Paese di ossessioni primitive.
Il fascismo, l'afa democristiana, il conformismo irrisolto della nuova e vecchia
socialdemocrazia nazionale restano funzioni storiche di un tribalismo inguaribile (e non
è tribale forse lo scontro perpetuo delle oligarchie al potere? Il senso del fratricidio
sociale, l'emergenza, la cultura del sospetto, la catena parentale di privilegi a cui
tutti in Italia sembriamo inchiodati?). Forse nessuno di noi ce la farà. Questo Stato è
irriformabile. L'estenuazione politica a cui siamo stati abituati ci ha ingessati in una
tragedia, da toglierci persino la speranza che tutto faccia capo a una crisi storica, alla
debolezza morale e culturale di una generazione. Ripeto: non possiamo parlare di
corruzione, ma di corrosione, di sbriciolamento delle forme della vita pubblica. C'è
ancora una risposta? E possibile, in qualche modo, restare saldi, tentare di dire qualcosa
che segni il tempo e la realtà drammatica dei nostri giorni? Non lo so. Noi facciamo
letteratura. Se possiamo provare ancora qualcosa, è continuare a dichiarare in ogni caso
l'individualità di un'opera, il suo valore di senso, la sua scommessa di conoscenza.
Ognuno di noi, nonostante tutto, dovrà
comunicare agli altri la dignità e la necessità di un'esistenza letteraria. Forse solo
così anche questa generazione di scrittori (di là dalle differenze di stile e di ricerca
espressiva) sentirà il modo per restare integri, per non essere completamente compromessi
o evasivi ma disponibili alle domande impellenti del mondo. In fondo, l'unico vero
problema della letteratura è la libertà: come riuscire a vivere sul proprio corpo
un'esistenza spirituale, un desiderio di profondità, il sogno che aggiunga vita alla
vita. Anche per questo, in un'Italia cannibale, credo che i "cannibali" siano e
restino un falso problema: un caso editoriale, appunto perché casuale; colto e consumato
nella traiettoria di un incrocio di marketing e voracità giornalistica. Le
questioni del pulp, del trash, dello splatter sono tutte
piccole mascherine di carnevale: vecchie come il mondo (nascoste qua e là nel canto
tassesco di Sveno o nel sangue pastoso di Una vita maupassantiana) e comunque invecchiate
e digerite, alla luce del giorno, da un secolo di grande letteratura americana.
Non è un film a fare la storia
Non facciamola troppo lunga insomma su queste
storie di neo o postmodernità. Lo sappiamo, si può scrivere tutto, proprio perché è
stato scritto già tutto. Trascuriamo questioni di stile e atteggiamento, come se fosse
davvero il calco di gesso e non davvero il senso, la vera necessità dell'espressione.
Mettiamo da parte cose insensate. Non è un film, né una moda, tanto meno i soliti e
naturali feticci della giovinezza (scarpe, musiche, fumetti, video, battute o risate) a
poter segnare, insomma, uno spartiacque storico nella realtà della letteratura.
Lo stesso Ammaniti non ha dimostrato con Fango che la sua migliore dote è un
moralismo scanzonato ma profondamente serio, quel suo ossessivo rifiuto adolescenziale
eppure concreto per la morte, per il male del mondo? E questo è un primato del pulp
o, come credo, un talento poetico che è sempre prima delle mascherine e sempre dopo le
chiacchiere dei dibattiti sui "nuovi-nuovi-postgiovani"? Non esistono i
cannibali. È inutile perdere tempo, alimentare lopinione con altre opinioni,
ridursi a essere pro o contro, come se davvero ci fosse una posta in palio, un argomento
reale da discutere. La letteratura esiste solo per la sua potente capacità di studio e di
parola sul senso dell'uomo. Un gruppo di narratori aggregati da fattori esteriori e
casuali potrà essere una scuoletta di bigiotteria o diventare - come ci auguriamo - un
pretesto editoriale qualsiasi, una semplice quarta di copertina, da cui verrà fuori,
chissà, un vero scrittore, um mondo di idee. Attendiamo.
Segue:
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il lettore-pupo |