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POESIA E SHOAH

È possibile poetare dopo Auschwitz?

di Massimo Giuliani


   Letture n.553 gennaio 1999 - Home Page L’Olocausto ha spezzato la continuità delle categorie per pensare Dio, la storia e il male, ma anche il linguaggio per cantare o piangere il mondo. Dai versi trovati nella tasca di Radnòti ai drammatici testi di Levi, Kovner, Pagis e Sutzkever.

Villaggio di Adba, al confine tra Iugoslavia e Ungheria: 8 novembre 1944. Un gruppo di ebrei, stremato dopo tre anni di lavori forzati e una lunga "marcia della morte", è costretto a scavare una tomba nel terreno di un bosco. Dopo poche ore vengono finiti con un colpo di proiettile, e gettati in quella stessa fossa, una fossa comune. Nel gruppo c’è anche Miklòs Radnòti, poeta e letterato. Circa venti mesi dopo l’esecuzione, il suo corpo è riesumato. Nella tasca interna dell’impermeabile viene trovata un’agenda di indirizzi, che custodisce dieci poesie – le ultime – scritte da Radnòti alla vigilia della propria morte. Tra questi testi, salvati per miracolo (da un improbabile rimorso della Storia?), si legge:

"Radice è ciò che sono, un poeta-radice
qui a casa tra i vermi
in cerca, qui, di una lingua poetica."

Come negare a quest’evento storico, tra gli altri, il valore di simbolo? Come impedirci di richiamare alla mente l’ammonimento lanciato all’inizio degli anni Cinquanta da Theodor Adorno, e da allora così spesso ripetuto: «Dopo Auschwitz, è barbaro scrivere poesie. È barbaro trarre piacere estetico dalla rappresentazione artistica della nuda, corporea sofferenza di quanti sono stati uccisi... Così tale sofferenza è quasi trasfigurata e deprivata di parte del suo orrore, e con ciò alle vittime è resa l’ennesima ingiustizia». Che ne è dunque della poesia dopo Auschwitz? O, meglio, che ne è della "poesia di Auschwitz", cioè dell’estremo tentativo di comunicare attraverso una "lingua poetica" tutto l’orrore e l’indignazione etico-religiosa che ci viene dalla Shoah? Il caso-Radnòti è emblematico: sì, la poesia è stata uccisa insieme con il poeta, addirittura sepolta con il suo corpo nella fossa comune della più grande tragedia della pur lunga e dolorosa storia ebraica. E tuttavia essa è stata anche salvata dai sopravvissuti, da coloro che onorarono la morte e la dignità del poeta ucciso – la dignità del "popolo ebraico massacrato", come direbbe Jizchaq Kazenelson, altro poeta scomparso ad Auschwitz il 30 aprile 1944 – perché la "radice" dello sforzo poetico alimentasse e custodisse per sempre la memoria dell’offesa, anzi, la stessa memoria offesa. O dovremmo dire che è la poesia stessa a salvare quella memoria, a redimere ogni memoria futura?

È stato giustamente notato, e diversamente interpretato, il fatto che più ci si allontana nel tempo dai tragici eventi della Shoah e della resistenza al nazismo e al fascismo, più essi si ingigantiscono e si impongono all’opinione pubblica con studi, dibattiti, articoli. Con film e rappresentazioni artistiche. Le recenti pellicole di Benigni e di Spielberg sono solo la punta dell’iceberg. In Italia è stata di recente pubblicata, a cura di Giuseppe Bevilacqua, l’intera opera in versi di Paul Celan (1920-1970), il più penetrante poeta della Shoah – sopravvissuto e vittima della sua stessa sopravvivenza – e forse uno dei maggiori poeti del secolo. Adorno aveva dunque torto? Adorno sembra esser stato smentito dalla storia della poesia del secondo Novecento. Smentito per esempio da Nelly Sachs (1891-1970), poetessa e premio Nobel per la letteratura nel 1966 (insieme ad Agnon), i cui versi esprimono una desolazione senza conforto, che riecheggia la grande lamentazione del profeta Geremia:

"Siamo giardinieri che non hanno più fiori
e stiamo sopra una stella splendente
e piangiamo."

Celan e Primo Levi

Adorno è smentito anche da Elie Wiesel, premio Nobel vivente e autore di una struggente cantata – Anima’amin –, nella quale il poeta grida la sua protesta a Dio per la morte di un milione e mezzo di bambini ebrei. Smentito ancora dal già citato Celan, che non solo affida al verso poetico l’angoscia di essere sopravvissuto e la responsabilità di parlare per i morti, ma lo fa volutamente nella "lingua degli oppressori", in tedesco. Da noi, è Primo Levi (1919-1987) a smentire o, meglio, a correggere Adorno. In una conversazione con Giulio Nascimbeni, alla vigilia dell’apparizione della sua silloge lirica Ad ora incerta (1984), Primo Levi diceva: «La mia esperienza è stata opposta. Allora mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. Dicendo poesia non penso a niente di lirico. In quegli anni, semmai, avrei riformulato così le parole di Adorno: dopo Auschwitz, non si può fare poesia se non su Auschwitz».

Donne e bambini ebrei nel campo di Mauthausen.
Donne e bambini ebrei nel campo di Mauthausen.

E tuttavia le parole di Adorno contengono una loro contro-verità, la verità del "non tutto è dicibile", la verità del silenzio come condizione perché la parola non divenga mera chiacchiera o riempitivo di un vuoto, la verità del divieto di trasformare la poesia su Auschwitz in occasione di voyeurismo, o di ideologia, o di catarsi per ciò che non può essere espiato. Se è vero che Auschwitz ha spezzato la continuità di molte delle tradizionali categorie teologiche per pensare Dio, la storia e il male nel mondo, è altrettanto vero che Auschwitz ha spezzato il tradizionale linguaggio usato dai poeti per cantare o piangere il mondo. Lo ha spezzato nel senso che lo ha come sventrato, stravolgendone i valori semantici e mostrandone i limiti simbolici.

Per il critico George Steiner, la Shoah ha costituito per gli ebrei un vero "dilemma ermeneutico", che pone in sospetto non solo ogni pretesa di parlare a Dio, ma soprattutto di parlare su Dio. Secondo Irving Howe, nelle parole di Adorno c’è come «un ritorno a un sentimento religioso "primitivo": il sentimento che esistono nella nostra esperienza cose o almeno aspetti dell’universo, che sono troppo terribili per essere guardati in faccia, direttamente. Nelle religioni e nelle mitologie antiche vi sono cose che non possono essere nominate... Perseo verrebbe trasformato in pietra, se guardasse in volto Medusa, dalla testa piena di serpenti; la sua unica possibilità è quella di guardarla attraverso uno specchio, o uno scudo».

La generazione dello Stato

Queste premesse sono necessarie ogni volta ci si metta a fare, o anche solo a leggere, della poesia che abbia Auschwitz non solo come suo tema, ma anche come suo criterio estetico, sua soglia di moralità, sua condizione di esegesi. La poesia su Auschwitz riflette – come non potrebbe? – ciò che Auschwitz ha significato nel nostro secolo e in particolare nell’autocoscienza ebraica contemporanea. Limiterò dunque i miei riferimenti all’ambito della poesia israeliana in ebraico e in yiddish, non soffermandomi né sulla poesia scritta da ebrei della diaspora (sebbene abbia citato Wiesel e Sachs, Celan e Primo Levi, giustamente i più famosi), né sulla poesia scritta da vittime non ebree del nazismo (e qui si devono fare almeno i nomi di poeti polacchi come Tadeusz Borowski, Czeslaw Milosz, Jerzy Ficowski, Tadeusz Ròzewicz). Presenterò poche voci, nelle quali però risuona una varietà di motivi e di citazioni, di registri e di domande, le quali, lungi dallo smentire l’avvertenza di Adorno, mostrano di averla compresa non come divieto negativo ma come avvertenza etica, come svolta critica. Queste voci appartengono alla cosiddetta "generazione dello Stato", sono cioè voci di poeti che scrivono quando ormai la Shoah è avvenuta, lo Stato di Israele – cioè il sogno del sionismo come risorgimento nazionale – è una realtà storica, e la vita quotidiana ha sostituito le grandi idealità/ideologie del periodo prebellico. Ma soprattutto nella quotidianità è vivo e urge il bisogno di ricordare, di elaborare il lutto per amici e parenti scomparsi nel Terzo Reich, di fermare la memoria, quella memoria che istintivamente si vorrebbe rimuovere. Negli anni ’50 e ’60, infatti, ben pochi in Israele volevano sentire parlare della Shoah, del passato europeo, dei morti. Altri i problemi del giovane Stato. Altre le priorità politico-economiche. La memoria della Shoah è stata quasi anestetizzata. Letteratura e poesia hanno dovuto adeguarsi, celarsi, aspettare.

Solo tra gli anni ’70 e ’80 sono rifioriti, o semplicemente riaffiorati e scoperti, i poeti della Shoah, gli scrittori capaci di ripensare le radici lontane dello Stato ebraico e, forse, di molte contraddizioni della società israeliana. Abbandonata la retorica del pionierismo kibbuzistico e dell’ottimismo laburistico, alcuni sopravvissuti hanno affidato alla poesia le parole non dette, le mezze verità, l’espressione dell’indicibile, tutto quanto la memoria di un lutto da elaborare è capace di custodire ma non sa articolare. Tra i poeti-sopravvissuti spicca la voce di Abba Kovner (1918-1987).

Verso Treblinka: ebrei costretti a posare per foto.
Verso Treblinka: ebrei costretti a posare per foto.

Nato in Russia, Kovner fu uno dei leader della rivolta del ghetto di Vilna e capo di un gruppo di ebrei partigiani nelle foreste della Lituania. Arrivò in Israele nel 1946, dopo essere stato arrestato dagli inglesi al Cairo, per aver lavorato all’immigrazione clandestina di ebrei in Palestina all’epoca del "libro bianco" (con il quale la Gran Bretagna limitava appunto l’arrivo degli ebrei sopravvissuti alla Shoah nel Paese mediterraneo). Nel 1967 Abba Kovner pubblica una silloge di 46 liriche intitolata La mia sorellina, nella quale riecheggia il dramma della vita del ghetto e l’irrimarginabile ferita della Shoah:

"Sono arrivati fino alle mura.
Nella settima notte con la luce dell’alba
dall’alto delle mura sentirono quelli che affondavano nella neve,
ma senza vedere le facce di chi marciava
nel vento bianco. [...]
Gli occhi di mia sorella cercano sulle mura del convento
una speranza rossa. Nelle mani delle monache trema un cero.

Nove Sante Sorelle guardano mia sorella
come si guarda una cenere che parla. [...]
Non ho mai visto una città stesa supina
come un cavallo nella pozza del suo sangue
sbatte folle le zampe, e non si alza.

Suonano campane.
Città.
Città. Come si piange una città
i cui abitanti sono morti e i suoi morti vivono nel cuore?
Campane. [...]
Sono finite le candele nel Ghetto, è finito l’ossigeno
e nella tana della sposa
mia madre ha acceso la sua anima
per tutti i giorni.

Nostra madre ha preso il lutto per una figlia
non venuta al mondo. [...] – tu che hai visto tutto,
tu che ci hai visti
madre!

Perché non porti il lutto per noi
ma lo porti per chi
non è entrata nel mondo?"

(traduzione di Gaio Sciloni)

La struggente domanda sul perché di un lutto per ciò che non esiste più e per ciò che poteva esistere ma non è mai esistito si rivela in verità come la domanda sulla propria identità radicata al contempo in un passato da negare (la diaspora e il suo bagaglio di sofferenza) e in un futuro fragile tutto da costruire (in erez Israel), ma che, per aver senso, deve pur "seppellire i propri morti". Nel verso libero della poesia di Kovner il dramma familiare è il dramma di un popolo, di una città la cui speranza, portata dal suono delle campane, sta oltre le mura. Questi versi rimandano ad alcune poesie scritte da un ebreo italiano, Daniel Vogelman, per la sua sorellina Sissel scomparsa ad Auschwitz. Come una freccia, questi brevissimi versi giungono al cuore dell’interrogazione ebraica sulla Shoah:

"Cara sorellina, tu sei stata uccisa
in un campo di concentramento
tanti anni fa. [...]

Muor giovane colui ch’al cielo è caro.
(Menandro & Leopardi)

Dovevi essere davvero cara a Dio
se ti ha voluto così presto a sé.
Ma allora dimmi, tu che forse sai tutto:
noi non gli siamo cari? "

Un silenzio cementato

Poeta israeliano tra i più raffinati, Dan Pagis (1930-1986) nasce nella regione rumena della Bukovina – patria anche di Paul Celan e dello scrittore Aaron Appelfeld – e da giovanissimo fa l’esperienza di un campo nazista in Transdnestria (regione moldava a statuto autonomo). Dopo la guerra, raggiunge il padre in terra d’Israele. All’università di Gerusalemme si specializza in letteratura ebraica medievale e diventa un’autorità in materia. La Shoah è tema ricorrente, seppur non esclusivo, del suo poetare. «I poeti come Pagis», scrive Lawrence Langer, «esaltano il potere del linguaggio per cementare il silenzio. Essi elogiano le parole stesse che ci ricordano la calamità che deplorano. E forse qui sta il più basilare paradosso di ogni arte dell’Olocausto». A fronte della ricchezza e della quantità della sua produzione, è difficile scegliere qualche verso di Pagis. Tre liriche occorre senz’altro ascoltare.

La prima è epigrammatica, nuda e cruda, quasi un emblema:

"Scritta a matita in un carrobestiame sigillato
[sono] qui in questo trasporto
io eva
con mio figlio abele
se vedete il mio ragazzo più grande
caino figlio di adamo
ditegli che io"

L’incompiutezza di questi versi è di un’eloquenza straordinaria. In sei linee sono evocati quattro nomi – della donna e dell’uomo creati da Dio, e quelli dei loro figli –, l’inizio della Genesi, l’inizio simbolico della storia. Ciò che è avvenuto ad Auschwitz rimette in discussione tutto fin dall’inizio, l’inizio degli inizi, ricollegandosi alla primordiale disperazione materna davanti al primo fratricidio registrato nella Bibbia. caino figlio di adamo – i nomi sono volutamente da me lasciati in minuscolo (in ebraico non c’è maiuscolo) anche per far risaltare nel nome ebraico adam il significato di uomo. Adamo è l’uomo, sono gli uomini. La poesia contiene solo due verbi: «se vedete... ditegli...». Un appello, un ordine. Forse, una chiamata di correo. Tutti siamo figli di adamo, tutti siamo abele e caino. La Shoah è l’anti-Eden, dove sta un’archetipica madre – moderna pietà – con in grembo il figlio morto ucciso dal fratello. Che l’uomo sia al centro del dramma etico-politico della Shoah, e che la testimonianza sia lo sfondo sul quale noi, quelli del dopo-Shoah, dobbiamo ascoltare e leggere quell’evento, lo conferma un altro componimento poetico di Pagis. "Testimonianza" è appunto il titolo:

"No no: loro, senz’altro
erano esseri umani: uniformi, stivali.
Come spiegarlo? Creati furono a immagine di Dio.

Io ero un’ombra.
Io avevo avuto un altro Creatore.

E Lui, nella Sua grazia, non ha lasciato in me qualcosa di mortale.
E sono fuggito verso Lui, sono salito lieve, azzurro,
pacificato, direi quasi: scusandomi;
un fumo verso un fumo onnipotente
che non ha corpo né immagine. ."

(traduzione di Gaio Sciloni)

Si tratta qui di un quasi-dialogo con Dio sull’essenza dell’uomo. I nazisti, che furono assassini spietati e ideologi dell’assassinio gratuito e legalizzato, erano o no a immagine di Dio, come insegna la dottrina biblica per ogni uomo? Erano uomini? Come le vittime? E se erano creati a immagine divina, è possibile che esista un solo Creatore? Lo stesso interrogativo era stato sollevato dal nostro maggior poeta vivente, Mario Luzi, in una poesia sull’assassinio di Aldo Moro, nel 1978. Con Dan Pagis, il quasi-dialogo si fa incredula preghiera in questa "Altra testimonianza":

" Tu sei il primo e sei colui che resta ultimo.
Se ti stupisce un processo tra legge e legge
fra sangue e sangue,
ascolta il mio cuore che è duro nella legge, guarda il mio soffrire.
I tuoi collaborazionisti Michael e Gabriel
si tengono lì e confessano
che tu dicesti: faremo l’uomo,
e loro dissero: amen."

(traduzione di Gaio Sciloni)

In questo testo, Dan Pagis evoca un antico midrash della tradizione ebraica, secondo il quale Dio creò l’uomo dopo essersi consultato con i suoi collaboratori: gli angeli, alcuni dei quali cercarono di dissuaderlo dall’impresa. Da qui l’ironico chiamare "collaborazionisti" quelli che assentirono. Gli angeli diventano così i diretti testimoni del dramma primordiale della libertà umana, di cui Auschwitz costituisce culmine di tragica possibilità.

Dal ghetto di Vilna

Abraham Sutzkever (1913) scrive invece in yiddish. Anche Sutzkever si distinse nel ghetto di Vilna come attivista e animatore di circoli letterari e teatrali. Sopravvissuto fortunosamente a diversi nascondigli e a una condanna a morte, vide sua madre presa dai tedeschi e suo figlio neonato avvelenato come fosse un topo. La poesia, confessa Sutzkever, lo aiutò a sopravvivere. Con la moglie e alcuni amici entrò in una brigata di partigiani ebrei che si unì ai sovietici. Furono portati a Mosca e, quando Vilna venne liberata, fatti rimpatriare. Arrivarono in Palestina nel 1947. Solo nel 1979 il poeta fu scoperto dai circoli letterari ufficiali e pubblicato. Poesia di grande forza immaginativa, quella di Sutzkever, nella quale vibra la tensione ossimorica di una vita segnata dalla tragedia, ma mai rassegnata al buio e al vuoto. È un esempio del potere redentivo del poetare in situazioni estreme – come fu per J. Kazenelson (1885-1944), per Haim Lensky (1904-1943), per M. Radnòti – nonostante tali situazioni siano la prova provata dell’irredimibile. In "Guerra", scritta nel 1939 all’esplodere del conflitto mondiale, il poeta affida appunto alla poesia il compito di sopravvivere al fine di presiedere, e far presagire, un "nuovo destino":

"Le stesse ceneri ci copriranno tutti:
il tulipano – candela tremolante nel vento,
la rondine nel suo volo, malato per troppe nubi,
il bambino, che nell’eternità ha lanciato la sua palla –

solo uno sopravvivrà, un poeta –
uno Shakespeare impazzito, pronto a cantare un canto
composto di ingegno e forza:
– Ariel, spirito mio, fa’ entrare il nuovo destino
e rigurgita le città morte!"

Shakespeare e il suo angelo buono de La tempesta sono chiamati a ritingere di colori ciò che le ceneri hanno annerito e distrutto. Ma il sommo poeta deputato a tale missione è ormai un pazzo, e Ariel ha le città da evocare a nuova vita nel suo ventre. La Shoah è una tempesta, ma di segno capovolto: non un sogno ma un incubo regge il mondo rovesciato che la guerra sta per inaugurare. Nella poesia "Come?", scritta nel ghetto di Vilna, Sutzkever immagina il futuro di libertà come un tempo della "trivellante" memoria, cui al poeta non è data possibilità di sottrarsi, e per sopravvivere al quale occorre farsi una ragione, bisogna trovare una chiave per interpretare quello stesso passato nel quale il futuro è irrevocabilmente radicato:

"Come e con cosa riempirai
il tuo calice nel giorno della liberazione?
Nella tua gioia, sei pronto a sentire
il buio grido del tuo passato
dove i teschi da giorni si congelano
in un abisso senza fondo?

Cercherai una chiave adatta
alle serrature inceppate.
Come fosse pane, azzannerai le strade
e penserai: meglio il passato.
E il tempo ti trivellerà con calma
come un grillo prigioniero in un pugno.

E la tua memoria sarà come
una vecchia città sepolta.

Il tuo sguardo eterno striscerà
come una talpa, come una talpa –"

Ghetto di Vilna, 14 febbraio 1943

In "Perle bruciate" anche le parole, strumento poetico per antonomasia, sono messe in discussione, interrogate, incalzate, inquisite nella loro capacità di dire l’indicibile e di trasmettere, seppur metaforicamente, la frattura dell’evento che ha sradicato l’uomo dalla città, e la città dal Paese – come ha sradicato il senso primario delle parole dal loro tradizionale recinto semantico:

"Non è solo perché le mie parole tremano
come mani fratturate che afferrano un appiglio,
o perché si affilano
come denti in cerca di una preda notturna,
che tu, parola scritta, sostituto del mio mondo,
infiammi i carboni della mia ira.

Piuttosto è perché i tuoi suoni
scintillano come perle bruciate
trovate in una pira estinta.

E nessuno – neppur io – sbrindellato dal tempo
può riconoscere la donna fradicia di fiamma
poiché tutto ciò che di lei ora rimane
sono queste perle grigie
che covano nella cenere – "

Ghetto di Vilna, 28 luglio 1943

Non gli bastò convertirsi

Ho iniziato questo breve saggio ricordando la tragica fine del poeta Miklòs Radnòti (1909-1944). Non ebbe il tempo di riparare nella terra dei padri, di scrivere in ebraico come sua lingua d’adozione. Facendo eccezione al criterio sopra adottato, voglio fermare l’attenzione anche sulla vita e la poesia di quest’ungherese dall’infelice destino. Orfano dalla nascita (la madre morì dando alla luce il gemello, che a sua volta non sopravvisse), Radnòti soffrì discriminazione a causa del clima politico creato dalle leggi antisemite. Riuscì tuttavia a completare gli studi nel 1934, presso la piccola università di Seged, in letteratura francese e ungherese. Per reagire all’antisemitismo in cui viveva scelse di convertirsi al cattolicesimo. Ciononostante, il governo rifiutò di considerarlo cristiano, e quando l’Ungheria si allineò alla politica tedesca contro gli ebrei fu trattato come tale. Venne deportato ai lavori forzati nel ’40, nel ’42 e nel ’44. In Iugoslavia, lavorò alla costruzione di nuove strade per gli invasori tedeschi.

I forni crematori del campo di Buchenwald.
I forni crematori del campo di Buchenwald.

Come già raccontato, finì la sua vita fucilato davanti alla tomba da lui stesso scavata, al confine tra i due Paesi. Nella poesia "Come la morte" riecheggia il cupore di un destino che sembra far corpo con la stessa natura, in un duello di frustrazioni e di speranze, accompagnato dall’antica domanda del salmo: «fino a quando?»:

"Silenzio e oscurità cadono con il peso di un sudario;
leggermente schiocca la brina; duole il fiume mentre schiuma,
tintinna e si smorza; dove il sentiero corre attraverso i boschi
uno specchio perfora i suoi bordi.
Quanto lungo, inverno, quanto lungo? Ossa di amanti, antiche,
belle, sepolte nella fredda terra, nel brivido e nella crepa.
Nel ventre della sua grotta si lamenta lo scompigliato orso;
e la cerbiatta alza il proprio grido,
grida inconsolabilmente; sopra un plumbeo cielo
ombre di nuvole sono spazzate via da un cupo gelo;
un lucore traluce la luna, e un mostro color neve vola,
scuotendoli, fa stormire gli alberi.
Il gioco della brina è lento, serio come la morte:
un fragile fiore di ghiaccio tintinna là fuori, sugli infissi;
penseresti che è solo una ragnatela di pizzo lasciata cadere,
un’umida ragnatela di freddo.

Così la poesia stessa si ferma davanti a voi,
batte leggermente i suoi piedi, s’impenna e poi ricade
come la morte, come la morte; l’immobilità frusciante dell’inverno
prosegue in silenzio."

27 febbraio 1940

Dal pudore all’ironia

In un articolo che prende in esame la dimensione apocalittica nella poetica degli scrittori ebrei, Sidra DeKoven Ezrahi scrive: «Tutta la letteratura ebraica moderna evolve all’ombra dell’annientamento del popolo ebraico in Europa e delle guerre che Israele combatte in terra santa. Contro l’imponente figura di Uri Zvi Greenberg, e contro il potere dei miti prevalenti di rigenerazione, destino e redenzione, l’ironia continuamente cerca di sostituire il pathos, le profanità quotidiane sfidano lo spazio sacro, e i disordini esistenziali si accaparrano l’ordine messianico».

Questo è vero anche del nuovo approccio alla Shoah, che emerge come tema non già di una poetica romanticamente alla ricerca del mito, ma come luogo di verifica di un’identità orfana dei grandi miti di fondazione, che si sono formulati nei primi tre decenni della vita del nuovo Stato ebraico. Qui sta la grande differenza tra la poesia contemporanea sulla Shoah e il silenzio sulla Shoah di quei decenni. Oltre il pudore, la parola non sapeva come portare questa insopportabile testimonianza.

Ma ora che il pudore dell’immediatezza va scemando, ora che la passione della storia lascia il posto alla critica della storiografia (postsionista?), si fa strada uno sguardo ironico nel senso più alto del termine, quell’auto-sguardo, o sguardo-su-di-sé, che ha sempre accompagnato il popolo ebraico anche nei momenti più tragici della propria storia. Non è umorismo (sulla sofferenza estrema l’umorismo rischia di diventare offesa) e tantomeno sarcasmo – invero, nessun ebreo può tirarsi fuori, in buona fede, da questa storia. È quello sguardo che tempera il pathos della memoria con il rigore della storia, ma filtra questo rigore storiografico con la consapevolezza che esso ha senso solo nella creatività del futuro, nella possibilità del non-ancora. Cioè con l’istanza messianica.

Memoria e futuro Messia

Wiesel, che ad Auschwitz c’è stato, è estremamente chiaro su questo punto: un Messia che arrivasse ora, dopo la Shoah, pur avendo potuto arrivare prima, non è il Messia ma un mostro morale. E tuttavia, la tradizione ebraica è aperta e insegna l’apertura dei possibili in ogni istante della storia.

Walter Benjamin – a suo modo vittima della Shoah – ha scritto nelle sue Tesi di filosofia della storia:«È noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La Torah e la preghiera li istruiscono invece nella memoria. Ciò li liberava dal fascino del futuro, a cui soggiaciono quelli che cercano informazioni presso gli indovini. Ma non per questo il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché ogni secondo, in esso, era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia».

La poesia ebraica non ha smentito Adorno e ha confermato Benjamin: della Shoah si può e si deve dire, perché la memoria del passato sia radice di un futuro del quale però non siamo schiavi.
     

PER SAPERNE DI PIÙ

– Steiner George, Language and Silence, New York, Atheneum, 1974.

– DeKoven Ezrahi Sidra, By Words Alone. The Holocaust in Literature, Chicago, University of Chicago Press, 1979.

– Young James, Writing and Re-Writing the Holocaust: Narrative and the Consequences of Interpretation, Bloomington, Indiana University Press, 1988.

– Berel Lang (a cura), Writing and the Holocaust, New York, Holmes & Meier, 1988.

– Sciloni Gaio (a cura), "Letteratura ebraica israeliana", in La rassegna mensile di Israel, n.1-2, Roma, 1991. – Langer Lawrence (a cura), Art from the Ashes, New York, Oxford University Press, 1995.

– Schiff Hilda (a cura), Holocaust Poetry, New York, St. Martin’s Griffin, 1996.

– Giuliani Massimo, Auschwitz nel pensiero ebraico, Brescia, Morcelliana, 1998.

– Bevilacqua Giuseppe, Introduzione a: Paul Celan. Poesie, Milano, Mondadori, 1998.

– Emilio Baccarini e Lucy Thorson (a cura), Il bene e il male dopo Auschwitz, Milano, Paoline, 1998.

– Gershom Scholem, Mistica, utopia e modernità. Saggi sull’ebraismo, Genova, Marietti, 1998.

– Renata Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera. 1943-1945, Milano, Mondadori, 1998.

– Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei (1933-1938), Milano, Garzanti, 1998.

freccia.gif (431 byte) Segue: Wagner fornì la colonna sonora dello sterminio

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