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La poesia struggente di un
amore frenato
IN
THE MOOD FOR LOVE
(Titolo
originale: In the Mood for Love)
di Wong Kar-wai
soggetto e sceneggiatura: Wong
Kar-wai; produzione: Wong
Kar-wai; fotografia: Christopher Doyle e Mark Li Ping Bing; scenografia:
William Chang Suk-ping; musica: Michael Galasso e Danny Chung; montaggio:
William Chang Suk-ping e Wong Ming-lam; distribuzione italiana:
Lucky Red; origine: Hong Kong; durata: 98’; anno:
2000.
Interpreti: Maggie Cheung (Su
Li-Zhen), Tony Leung (Chow Mowan), Rebecca Pan (mrs. Suen), Lai Chen (mr.
Ho), Siu Ping-lam (Ah-Ping). |
Colori
pastello. Verde pistacchio, giallo zabaione, avorio sporco. Qua e là
qualche macchia di rosso fragola (ma più a segnare una possibilità che a
connotare una condizione emotiva) e qualche cono d’ombra che sembra
voler risucchiare l’immagine nel nero più buio. La tavolozza cromatica
di In the Mood for Love (una traduzione potrebbe essere
"Voglia d’amore") sembra dovuta all’arte e al talento di un
impressionista orientale con un innato gusto per il dettaglio e per la
stilizzazione. Come un acquerello. O come una delle stoffe dipinte degli
abitini elegantissimi che la protagonista indossa – cambiando sempre
disegno e colore ma mai modello – dall’inizio alla fine del film.
Forse, In the Mood for Love assomiglia a uno di quegli abitini:
ripropone un modello (narrativo, drammaturgico, emozionale) che si ripete
invariato da decenni nella storia del cinema (il modello mélo dell’amore
impossibile), ma lo declina in toni e tinte e tratti ogni volta (in ogni
sequenza, in ogni inquadratura) assolutamente inediti e diversi.
La storia si svolge a Hong Kong nel 1962 e racconta di
due personaggi, un uomo e una donna, che vanno a vivere nello stesso
stabile, in due appartamenti contigui. Lui fa il giornalista, lei lavora
in una società di esportazioni. Sono entrambi sposati, ma siccome i loro
rispettivi coniugi sono quasi sempre assenti per lavoro (tanto che nel
film non li vediamo praticamente mai, se non in qualche rara inquadratura
di spalle), i due cominciano a frequentarsi, si fanno compagnia, diventano
amici e si scambiano segreti e confessioni, finché non scoprono da alcuni
indizi inequivocabili (due cravatte uguali, due borse identiche...) che i
loro rispettivi coniugi sono da tempo amanti. Potrebbero diventare amanti
anche loro, forse si amano già dalla prima volta che si sono visti, ma
hanno orrore di diventare banali come tutti gli altri. Di essere, a loro
volta, come gli altri due. Così scelgono di non consumare il loro
rapporto. E in tal modo, forse, lo rendono eterno.
Destini incrociati
Nella sua immediata evidenza ed efficacia, la storia non
rende tuttavia conto dell’eleganza della tessitura, della sobrietà dei
toni, del pudore degli sguardi. Attorno allo spazio centrale costituito da
un corridoio che divide i due rispettivi appartamenti e che funziona come
vero e proprio congegno topologico di distribuzione del desiderio, Wong
Karwai orchestra una sorta di favola dei destini incrociati ritmata dal leitmotiv
– visivo e musicale – della scena al ralenti (ripetuta più
volte nel corso del film) in cui vediamo lei inquadrata all’altezza
della vita, con in mano un thermos color verde acido, che scende in un
ristorante sotterraneo a prendere la sua cena, incrociando lui sulle
scale, mentre la colonna sonora si strugge in un arpeggiato malinconico
che va a sovrapporsi a un vibrante attacco di violino.
Tutto si ripete, nel film di Wong Kar-wai. Tutto resta
identico a sé stesso: il ventilatore gira, gli scuri sono sempre
semichiusi, la padrona di casa gioca incessantemente a majong e la
vecchia domestica prepara il tè. La vita scorre, la pioggia cade, le cose
riaccadono. Solo i sentimenti cambiano. Cambiano e trasformano. O, forse,
non cambiano (lui e lei si teatralizzano l’un l’altro come sostituti o
surrogati del coniuge assente), ma trasformano ugualmente.

La macchina da presa di Wong Kar-wai sta addosso alla
trasformazione. La registra, la pedina, la spia. Come danzando sui volti e
sui corpi dei due protagonisti. Come divertendosi a inquadrarli sempre di
scorcio o di sghimbescio, con occhiate pudiche o con la coda dell’occhio,
spesso di spalle, quasi sempre senza testa o senza gambe, chiusi nello
stipite di una porta, ritagliati nella cornice di uno specchio o
seminascosti da un elemento della scenografia. Come se anche il linguaggio
volesse far propria quell’arte dell’allusione e della sfumatura che
– tra sfioramenti casuali, brividi sulla pelle ed esitazioni improvvise
– caratterizza la relazione di Su e Chow. Che è fatta di nulla, ma
lascia intravvedere il tutto. Perché non accade nulla, in In the Mood
for Love. Neanche un bacio, neppure un abbraccio. Non accade nulla, ma
è come se accadesse tutto. Come se tutto fosse già accaduto e non avesse
bisogno, per concretizzarsi, di riaccadere. Per questo l’amore di Su e
Chow può scegliere di non realizzarsi: perché sa che è tanto più
intenso quanto più mancato, tanto più profondo quanto più non
consumato.
Vedere e sentire
Immerso in un codice simbolico che conferisce agli
oggetti e ai loro scambi un valore di primo piano (si pensi anche solo
alle cravatte di lui e alle borse di lei, ma anche ai libri prestati, ai
telefoni riappesi, alle sigarette annusate e fumate), In the Mood for
Love trasmette una delicatezza commovente nel suo prospettare sullo
schermo un nuovo modo di vedere. «Se si guarda bene, si vede», afferma
lei all’inizio della storia, quando è ancora convinta che tutto sia
giudicabile con i parametri della vista. Scoprirà – e noi lo faremo con
lei – che a volte è possibile sentire anche quel che non si vede, e che
le visioni più intense si collocano talvolta oltre i confini del
visibile.
Un po’ quel che fa lo stesso Wong Kar-wai ricostruendo
un tempo e un luogo che non ci sono più: la Hong Kong dei primi anni
Sessanta, quella che impazziva per i dischi in lingua spagnola di Nat King
Cole ed esibiva un’eleganza da far impallidire lo sfacciato edonismo dei
nostri "stilisti" attuali. «Il passato è qualcosa che si può
toccare ma non vedere», dice la didascalia che chiude alla fine la
storia. Forse, In the Mood for Love è un atto d’amore (non
consumato?) per ciò che Wong Kar-wai e il suo cinema sentono di poter
toccare ma non vedere, di poter sentire ma non mostrare: un battito di
ciglia, una carezza non data, un’intermittenza del cuore.
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