Periodici San Paolo - Home Page
Cinema.

di Gianni Canova e Francesco Costa


   Letture n.572 dicembre 2000 - Home Page La poesia struggente di un amore frenato
    

IN THE MOOD FOR LOVE 
(Titolo originale: In the Mood for Love)
di
Wong Kar-wai

soggetto e sceneggiatura: Wong Kar-wai; produzione: Manifesto de: In the mood for love.Wong Kar-wai; fotografia: Christopher Doyle e Mark Li Ping Bing; scenografia: William Chang Suk-ping; musica: Michael Galasso e Danny Chung; montaggio: William Chang Suk-ping e Wong Ming-lam; distribuzione italiana: Lucky Red; origine: Hong Kong; durata: 98’; anno: 2000.

Interpreti: Maggie Cheung (Su Li-Zhen), Tony Leung (Chow Mowan), Rebecca Pan (mrs. Suen), Lai Chen (mr. Ho), Siu Ping-lam (Ah-Ping).

Colori pastello. Verde pistacchio, giallo zabaione, avorio sporco. Qua e là qualche macchia di rosso fragola (ma più a segnare una possibilità che a connotare una condizione emotiva) e qualche cono d’ombra che sembra voler risucchiare l’immagine nel nero più buio. La tavolozza cromatica di In the Mood for Love (una traduzione potrebbe essere "Voglia d’amore") sembra dovuta all’arte e al talento di un impressionista orientale con un innato gusto per il dettaglio e per la stilizzazione. Come un acquerello. O come una delle stoffe dipinte degli abitini elegantissimi che la protagonista indossa – cambiando sempre disegno e colore ma mai modello – dall’inizio alla fine del film. Forse, In the Mood for Love assomiglia a uno di quegli abitini: ripropone un modello (narrativo, drammaturgico, emozionale) che si ripete invariato da decenni nella storia del cinema (il modello mélo dell’amore impossibile), ma lo declina in toni e tinte e tratti ogni volta (in ogni sequenza, in ogni inquadratura) assolutamente inediti e diversi.

La storia si svolge a Hong Kong nel 1962 e racconta di due personaggi, un uomo e una donna, che vanno a vivere nello stesso stabile, in due appartamenti contigui. Lui fa il giornalista, lei lavora in una società di esportazioni. Sono entrambi sposati, ma siccome i loro rispettivi coniugi sono quasi sempre assenti per lavoro (tanto che nel film non li vediamo praticamente mai, se non in qualche rara inquadratura di spalle), i due cominciano a frequentarsi, si fanno compagnia, diventano amici e si scambiano segreti e confessioni, finché non scoprono da alcuni indizi inequivocabili (due cravatte uguali, due borse identiche...) che i loro rispettivi coniugi sono da tempo amanti. Potrebbero diventare amanti anche loro, forse si amano già dalla prima volta che si sono visti, ma hanno orrore di diventare banali come tutti gli altri. Di essere, a loro volta, come gli altri due. Così scelgono di non consumare il loro rapporto. E in tal modo, forse, lo rendono eterno.

Destini incrociati

Nella sua immediata evidenza ed efficacia, la storia non rende tuttavia conto dell’eleganza della tessitura, della sobrietà dei toni, del pudore degli sguardi. Attorno allo spazio centrale costituito da un corridoio che divide i due rispettivi appartamenti e che funziona come vero e proprio congegno topologico di distribuzione del desiderio, Wong Karwai orchestra una sorta di favola dei destini incrociati ritmata dal leitmotiv – visivo e musicale – della scena al ralenti (ripetuta più volte nel corso del film) in cui vediamo lei inquadrata all’altezza della vita, con in mano un thermos color verde acido, che scende in un ristorante sotterraneo a prendere la sua cena, incrociando lui sulle scale, mentre la colonna sonora si strugge in un arpeggiato malinconico che va a sovrapporsi a un vibrante attacco di violino.

Tutto si ripete, nel film di Wong Kar-wai. Tutto resta identico a sé stesso: il ventilatore gira, gli scuri sono sempre semichiusi, la padrona di casa gioca incessantemente a majong e la vecchia domestica prepara il tè. La vita scorre, la pioggia cade, le cose riaccadono. Solo i sentimenti cambiano. Cambiano e trasformano. O, forse, non cambiano (lui e lei si teatralizzano l’un l’altro come sostituti o surrogati del coniuge assente), ma trasformano ugualmente.

Una scena del film.

La macchina da presa di Wong Kar-wai sta addosso alla trasformazione. La registra, la pedina, la spia. Come danzando sui volti e sui corpi dei due protagonisti. Come divertendosi a inquadrarli sempre di scorcio o di sghimbescio, con occhiate pudiche o con la coda dell’occhio, spesso di spalle, quasi sempre senza testa o senza gambe, chiusi nello stipite di una porta, ritagliati nella cornice di uno specchio o seminascosti da un elemento della scenografia. Come se anche il linguaggio volesse far propria quell’arte dell’allusione e della sfumatura che – tra sfioramenti casuali, brividi sulla pelle ed esitazioni improvvise – caratterizza la relazione di Su e Chow. Che è fatta di nulla, ma lascia intravvedere il tutto. Perché non accade nulla, in In the Mood for Love. Neanche un bacio, neppure un abbraccio. Non accade nulla, ma è come se accadesse tutto. Come se tutto fosse già accaduto e non avesse bisogno, per concretizzarsi, di riaccadere. Per questo l’amore di Su e Chow può scegliere di non realizzarsi: perché sa che è tanto più intenso quanto più mancato, tanto più profondo quanto più non consumato.

Vedere e sentire

Immerso in un codice simbolico che conferisce agli oggetti e ai loro scambi un valore di primo piano (si pensi anche solo alle cravatte di lui e alle borse di lei, ma anche ai libri prestati, ai telefoni riappesi, alle sigarette annusate e fumate), In the Mood for Love trasmette una delicatezza commovente nel suo prospettare sullo schermo un nuovo modo di vedere. «Se si guarda bene, si vede», afferma lei all’inizio della storia, quando è ancora convinta che tutto sia giudicabile con i parametri della vista. Scoprirà – e noi lo faremo con lei – che a volte è possibile sentire anche quel che non si vede, e che le visioni più intense si collocano talvolta oltre i confini del visibile.

Un po’ quel che fa lo stesso Wong Kar-wai ricostruendo un tempo e un luogo che non ci sono più: la Hong Kong dei primi anni Sessanta, quella che impazziva per i dischi in lingua spagnola di Nat King Cole ed esibiva un’eleganza da far impallidire lo sfacciato edonismo dei nostri "stilisti" attuali. «Il passato è qualcosa che si può toccare ma non vedere», dice la didascalia che chiude alla fine la storia. Forse, In the Mood for Love è un atto d’amore (non consumato?) per ciò che Wong Kar-wai e il suo cinema sentono di poter toccare ma non vedere, di poter sentire ma non mostrare: un battito di ciglia, una carezza non data, un’intermittenza del cuore.

   Letture n.572 dicembre 2000 - Home Page