ANTONIO RIZZOLO,
direttore di Letture
Benvenuti al 5° convegno di Letture, quest’anno dedicato al best-seller.
Saluto e ringrazio tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato
all’organizzazione, soprattutto Giuseppe Barigazzi, vicedirettore di Letture
e Ferruccio Parazzoli. Un ringraziamento particolare a Corrado Augias,
giornalista e scrittore, che condurrà il dibattito, e un saluto a tutti
gli scrittori che hanno accettato di partecipare e di confrontarsi su
questo argomento che non perde mai di attualità e cioè il libro che
vende: il cosiddetto best-seller. Rispetto agli invitati previsti,
per ragioni diverse non vediamo Manuel Vázquez Montalbán e Sveva Casati
Modignani; abbiamo però tra noi un altro scrittore molto noto: Luciano De
Crescenzo.
Colgo allora l’occasione per salutare tutti quanti e
cioè Christian Jacq, Marco Buticchi, Luca Goldoni, Valerio Massimo
Manfredi, Vittorio Messori, Beppe Severgnini, Maria Venturi e ovviamente
Luciano De Crescenzo. Ci ha fatto pervenire anche un messaggio di saluto
il ministro per i Beni e le Attività culturali Giovanna Melandri… Con
il convegno vorremmo poter capire che cos’è un best-seller; se
esiste una ricetta, una formula segreta per costruirlo. Capire anche che
cosa dobbiamo aspettarci come lettori nel prossimo futuro. L’approccio
quindi non è tanto critico ma direi fenomenologico. Non c’è nessuna
presa di posizione previa, ma un’analisi della realtà del best-seller,
a partire dalla viva voce degli autori. Corrado Augias ci guiderà in
questa esperienza.
CORRADO AUGIAS
Il tema è nutrito, don Rizzolo l’ha
presentato nelle sue diverse sfaccettature. Non so se noi alla fine di
questa mattinata avremo appreso la formula del best-seller, che
magari è come quella alchemica della trasformazione del piombo in oro:
una formula inafferrabile. Credo però che sapremo un po’ di più sulle
tendenze che possono fare best-seller. Io, in questo brevissimo
intervento, cerco di isolare quelle che mi paiono alcune vie maestre. Una
è che ci sono dei libri che diventano best-sellers indipendentemente
dal fatto che vengano o no letti, perché fanno status, come si
dice. Un altro filone è quello dei libri che diventano molto popolari;
all’interno di questa categoria c’è quella importantissima, direi
prevalente all’interno del filone, dei libri che coagulano l’interesse
diffuso nella società vendendo numerosissime copie. Questo è un filone
molto importante.
Qui azzarderei un nome, il mio amico Andrea Camilleri,
che probabilmente – nessuno si offenda dietro quel tavolo –
rappresenta il più vistoso fenomeno di best-seller che ci sia
stato in Italia negli ultimi tempi; un uomo che è stato capace di
occupare da solo i primi cinque posti della lista dei best-sellers. Poi
ci sono – sempre andando per grosse linee – gli scrittori facili, i
grandi comunicatori, quelli che sono capaci di sbriciolare pani anche
molto ostici quali quelli della scienza, della fede, della religione,
della filosofia, capaci di portarla a un livello di comprensione che forse
escluderà la sottigliezza dei filologi, ma sicuramente comunica il corpo
portante di quelle discipline. Sono i grandi comunicatori, i grandi
trasmettitori di sapere… È una cosa confortante.
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CORRADO
AUGIAS
Nato a Roma nel 1935, giornalista,
conduttore televisivo, eletto al
Parlamento europeo nel 1994 per il Pds,
ha pubblicato presso Mondadori, dal 1985,
diversi romanzi e saggi.
Ultimo, I segreti di New York. |

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Grosso modo, questi sono i filoni intorno
ai quali radunerei l’imponente fenomeno dei best-sellers, imponente
per numero quando i numeri si raggiungono, ma non per quantità – se mi
si passa il bisticcio –, perché in Italia se è vero che sopra le
diecimila copie di venduto in genere un editore guadagna rispetto al costo
di ogni singolo libro, è anche vero che il numero di libri che superano
le ventimila copie vendute è calato, nei tre anni dal ’97 al ’99, di
quasi la metà. Questo è un segnale che va all’interno di una
contrazione generale del mercato librario, che può essere calcolata sul
2% l’anno.
Per di più nel 1999, dagli ultimi dati disponibili,
risulta che il 47,3%, diciamo la metà per capirsi, dei best-sellers erano
romanzi stranieri, mentre un quarto, il 22,6%, erano italiani. Venti gli
editori che si sono divisi queste cifre, venti in tutto sulle decine e
forse dovrei dire centinaia di editori, compresi i piccolissimi e quelli
locali esistenti in Italia. Fine dell’introduzione.
MARCO BUTICCHI
A me il compito di rompere il ghiaccio. Tu,
Corrado, hai citato Andrea Camilleri. Io ricordo una sua intervista. Gli
chiedevano: «Ma lei che rapporto ha con il successo?». E lui: «Io sono
scrittore da una vita, una volta vendevo ottomila copie e il mio editore
diceva che era un successo; oggi che ne vendo milioni che cosa bisogna
dire?». Un’altra cosa e poi entrerò nel tema: il libro come status
symbol. Sì, è vero, può succedere. Tu hai citato uno dei fenomeni
editoriali di questi anni, io aggiungerei anche quello di Susanna Tamaro.
Ma il libro come status symbol ha poco valore. Sì, rimane sul tuo
tavolo, però quando qualcuno lo sfoglia e lo apre e ti chiede qualcosa,
muore. Io non penso che ci sia un best-seller costruito a tavolino.
Sì, è vero, ci sono componenti che entrano in campo come la pubblicità
televisiva, sui giornali, ecc., però la cosa che più importa e che più
interessa è il passaparola dei lettori. C’è anche poi una dose di
buona fortuna, secondo me. Io ho avuto la fortuna di incontrare un
editore. Pensate, io mi pubblicavo i libri da solo, ero convinto che
quello che scrivevo fosse interessante e andavo in giro con mia moglie a
distribuire i volumi nelle librerie.

Il tavolo del convegno di Letture
dedicato al Best-seller, svoltosi a Milano
il 25 ottobre. Al centro: lo scrittore francese Christian Jacq.
Un altro inciso: in Italia oggi ogni anno escono
quarantamila titoli, vogliono dire che ogni libraio è sommerso, ammesso
che sia una sola copia, da 280 copie al giorno. Il 60% di questi libri non
vende neanche una copia, quindi vuol dire che neanche la mamma e il papà
dell’autore si comprano il libro. Io andavo a portare i libri nelle
librerie, pregando i librai di tenerli e questi mi maltrattavano. Il primo
romanzo però fu un successo limitatamente alle mie capacità di editore.
Il secondo ancora di più. Dopo il terzo è arrivato un editore, che io
considero il più grande di ogni tempo in Italia, Mario Spagnol, mancato
recentemente, esattamente un anno fa, il quale mi ha detto: «Da oggi in
poi mi faccia vedere quello che scrive, io le potrei dare dei consigli».
Immaginatevi voi: io ero una persona normale che amava scrivere e il più
grosso editore d’Italia mi voleva dare dei consigli. Mi ha chiamato dopo
una settimana: «Senta, il suo romanzo va bene». «Che cosa vuol dire
"va bene"?». «Che lo pubblichiamo». Pensavo che lo avrebbe
fatto in una delle tante case satelliti della Longanesi, ma, quando sono
andato a firmare il contratto, ho visto le due spade incrociate e la
stella, e ho detto: «Ma Spagnol, esco in Longanesi?». «Sì, non solo,
tu esci nella collana più prestigiosa».
Era quella in cui sognavo d’entrare fin da bambino:
nei "Maestri dell’avventura". Da allora il mio nome è l’unico
italiano accanto a mostri sacri del romanzo, lo dico con manifesto
orgoglio, quali Wilbur Smith, Clive Cussler, Desmond Bagley, Patrick O’Brian
e tanti altri. Vestire questa maglia nazionale, vi assicuro, mi crea a
volte delle difficoltà, ma mi dà grandi soddisfazioni. Questo lo devo a
quel poco di bravura che ci posso mettere io a buttare giù
quattrocento-cinquecento pagine di romanzo e a quel tanto che conta la
fortuna in questi casi. Vi dico soltanto alcuni dati: Le pietre della
luna, il primo romanzo che ho scritto, era una scommessa. Voi
immaginatevi un italiano che scrive d’avventura, che va a combattere
contro l’esterofilia del lettore italiano (per inciso, questo è l’unico
Paese in cui si è riusciti a chiamare Emilio Salgari: Emil Salgarì).
Vi dicevo che il romanzo era una scommessa, i librai
avevano delle titubanze, che però sono state vinte grazie al passaparola
dei lettori. Oggi i miei romanzi si attestano attorno alle 150.000 copie
vendute e questo lo dico con grande soddisfazione. Mi auguro che tanti
autori italiani ancora si cimentino in questo campo che oggi per noi è
ancora sconosciuto. Grazie.
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LUCIANO
DE CRESCENZO
Nato a Napoli nel 1928, ingegnere,
si afferma come scrittore nel 1977
con Così parlò Bellavista.
Con questo e con i libri successivi
ha venduto 18 milioni di copie.
L’ultimo titolo, Mondadori, è La distrazione |

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LUCIANO DE CRESCENZO
Il fatto che sia uscito un articolo dove io non ero incluso fra gli autori
di best-seller mi ha procurato veramente un disagio terribile
perché, dovete sapere, io sono convinto che uno di questi giorni mi
sveglio e m’accorgo che sono un pensionato della Ibm, che non è vero
che ho scritto qualcosa e che tutto quello che mi è successo me lo sono
sognato. Dopodiché vado dagli amici e dico: «Dovete sapere che mi sono
sognato che ero diventato autore di best-seller, avevo venduto in
25 Paesi del mondo 18 milioni di copie». «Non dire fesserie…».
Prendo il giornale e leggo che effettivamente è stato
un sogno. Capito? Una tragedia! Mi sono così convinto che gli autori di best-sellers
sono sorteggiati, è come il superenalotto: uno può scrivere un libro
bellissimo e non vendere niente. Chissà quanti scrittori oggi ci sono in
Italia bravissimi, che nessuno ha mai scoperto. Ci sono stati esempi come
Tomasi di Lampedusa, Marat, Kafka, Morselli che, poverini, sono morti
senza vendere una copia. Capisci la tragedia? Lo stesso Camilleri,
bravissimo, ha avuto successo a che età? Però i libri li ha scritti
30-40 anni fa, ha corso il rischio anche lui di essere un Tomasi di
Lampedusa. Quindi la prima cosa che auguro agli aspiranti scrittori è
quella di avere fortuna. I suggerimenti su come fare il best-seller ve
li posso dare precisi precisi, però me li riserverei per un secondo
intervento.
CORRADO AUGIAS
Abbiamo qui tra gli altri presenti Christian
Jacq che è un fenomeno in sé: è francese, vive in Svizzera, viene da
Ginevra, gira il mondo. Poco tempo fa, arrivando qui alla San Paolo, ci
diceva che è sbarcato a Milano dopo un breve soggiorno a casa, avendo
passato tutta la Scandinavia e lo vorrebbero anche a Taiwan: ecco, il
successo è di questa dimensione. Vogliamo dire un aggettivo? Planetario!
CHRISTIAN JACQ
C’è un segreto per scrivere un best-seller?
Ci sono due risposte possibili: sì o no. Se non esiste un segreto
effettivamente, l’unico fattore è la fortuna di cui si è parlato
prima. Se invece ce n’è uno, è che ogni scrittore ha voglia e
desiderio di essere letto e letto anche molto, da tanti. Per quanto mi
riguarda devo confessarvi che il libro per me non è mai un prodotto, si
scrive sempre col cuore e quindi non ci sono praticamente procedimenti da
indicare su come fabbricare un best-seller, non si può. Io parlo
ovviamente della mia esperienza. Un consiglio importante che vorrei darvi
è che per scrivere ed essere letto da un pubblico nazionale ed
eventualmente internazionale, bisogna conoscere bene il soggetto di cui si
parla. Nei miei vari viaggi ho incontrato molti scrittori che come me
hanno avuto successo perché avevano approfondito per anni e molto bene la
materia di cui parlavano nel loro romanzo.
Per me è l’Egitto, amo questo Paese da quando avevo
tredici anni, età in cui ho cominciato a scrivere, lo studio quindi molto
approfonditamente da quella età, ne sono impregnato e lo vivo con una
totale sincerità. Penso che i miei lettori se ne siano resi conto.
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VALERIO MASSIMO
MANFREDI
Nato a Castelfranco Veneto nel 1943, topografo del mondo
antico,
ha insegnato in varie università italiane
e straniere. È autore del best-seller internazionale Alexandros
e di altri
libri,
tutti di grande successo. |
VALERIO MASSIMO MANFREDI
Il mio "Alessandro" è nato per caso a Persèpoli. In quell’occasione
il mio editore Gianni Ferrari aveva invitato un gruppo di giornalisti a
una conferenza stampa per il lancio di una collana della Lorenzo Valla, di
classici sui testi occidentali, medievali, su Alessandro il Grande. Io,
prima che uno scrittore, sono un archeologo classico, un accademico, ho
insegnato in una mezza dozzina di università, anche alla Sorbona. Per
queste ragioni, dovevo fare la guida archeologica ai giornalisti e li ho
portati in giro per Persèpoli e alle varie tombe. Ovviamente ho rievocato
la notte dell’incendio di Persèpoli, un fatto ancora molto dibattuto.
Perché Alessandro ha bruciato la città? Se voi leggete qualunque
biografia accademica di Alessandro troverete che la risposta è ancora
enigmatica.
La sera stessa l’editore mi disse: «Senti, mentre
parlavi sembrava di esserci, cosa sarebbe se tu scrivessi con quella foga,
con quella partecipazione, con quel sentimento, l’intera epopea di
Alessandro?». Risposi: «È impossibile, è una storia che ha almeno
trenta personaggi principali, ha un itinerario di 24.000 chilometri, si
svolge lungo più di 13-14 anni; poi bisognerebbe cominciare dall’inizio,
ci sono almeno 33 anni di espansione cronologica, un groviglio di
situazioni complessissime in cui si intreccia di tutto».
Un mese dopo ero al lavoro, con una sola riserva: se
dopo dieci giorni il libro fosse decollato avrei continuato a scriverlo.
Il libro è uscito, è stato tradotto finora in 34 Paesi, in questo
momento abbiamo nuove adesioni e ha avuto un grandissimo successo, è
stato letto con grande passione da Fidel Castro, dal presidente Pastrana
della Colombia, da altri capi di Stato, da governatori in varie
situazioni, perché Alessandro evidentemente affascina gli uomini di
potere. Se io dovessi dire il perché del successo di
"Alessandro" (un successo che continua: due giorni fa ero a Los
Angeles a parlare coi produttori che stanno organizzando una gigantesca
produzione cinematografica), mi sarebbe difficile: sostanzialmente però
penso che sia dovuto alla carica di pathos di cui il libro è densissimo.
Un best-seller è un libro fortunato ma, diciamolo francamente, ci
sono dei best-sellers che sono libri pessimi a leggersi, sono
scritti male, tirati via senza cura, senza forza espressiva, anche se
hanno una storia che ti prende. Altri libri scritti benissimo non vendono
una copia. Non c’è un rapporto fisso, secondo me, tra la qualità del
libro e la sua fortuna, sono due variabili in qualche modo autonome.
Diciamo che il best-seller è un libro che
conquista il cuore del lettore in un modo o nell’altro per il fascino
del suo argomento, per la forza intrinseca della storia che racconta, per
la storia che non ti dà tregua, per il ritmo narrativo… Io sono di un
avviso, che un narratore deve narrare e questo può sembrare una
tautologia, ma non lo è. Per molta gente nella narrativa la parola è il
fine e non il mezzo, io penso che la parola sia il mezzo e non il fine, il
fine è la storia da raccontare. Quando uscì "Alessandro", le
classifiche erano dominate o dal mio "Alessandro" o da
Camilleri e c’era un noto critico che sull’Espresso si
stracciava le vesti dicendo: «La letteratura italiana è finita, le
classifiche sono dominate da libri di genere».
Vorrei far presente che anche l’Odissea è un
libro di genere perché è un libro d’avventura, anche l’Iliade è
un libro di genere, perché è un romanzo storico, e così via… Ora, in
un Paese come il nostro in cui c’è un’infiltrazione massiccia,
indiscriminata e, secondo me, preoccupante, di anglicismi del tutto
ingiustificati, che rischiano di uccidere una lingua nobilissima,
grandissima, straordinaria, che ha partorito capolavori che possono solo
fare l’orgoglio di un’intera civiltà, come si fa a lamentarsi che una
buona volta le classifiche siano dominate da libri italiani, come in
Francia sono dominate da libri francesi, in Spagna da libri spagnoli? È
cosa che a me sembra assolutamente giusta.
CORRADO AUGIAS
Il tema che Manfredi ha introdotto, l’invadenza
degli anglismi, mi sta molto a cuore e credo anche a molti; del resto, lo
dico davanti a Jacq, che essendo francofono sa bene che cosa vuol dire
questo e con quanta ostinazione, alle volte donchisciottesca, la Francia
cerchi di difendere la sua lingua, anche nelle canzonette; c’è
addirittura una quota di canzonette francesi che devono essere trasmesse
nelle radio pubbliche. Noi arriviamo all’eccesso opposto: ci sono
testate giornalistiche italiane, radiofoniche, televisive e stampate che
sono scritte in inglese. E questo, don Rizzolo, potrebbe essere il tema
per un futuro convegno. Volevo anche far notare che cominciano a
delinearsi tre temi intorno al best-seller. La passione, la
competenza, la fortuna. Sono le tre parole chiave che fino a questo
momento sono uscite.
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VITTORIO
MESSORI
Giornalista, nato a Sassuolo nel 1941,
si è affermato con Ipotesi su Gesù
(oltre un milione di copie solo in Italia).
Il suo colloquio con Giovanni Paolo II Varcare la soglia della
speranza, Mondadori
è stato tradotto in 52 lingue. |

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VITTORIO MESSORI
Ci sarebbero infiniti distinguo da fare,
infinite precisazioni, ma abbiamo l’obbligo della sintesi e dobbiamo
fare capo alla sola cosa che ciascuno di noi conosce bene, la propria
esperienza... L’autore di potenziali best-seller dovrebbe avere
qualcosa di davvero importante da dire e dovrebbe saperlo dire. Questo
contenuto importante, mi rendo conto, è una formula da Bertoldo, ma per
quello che mi riguarda questa formula io ho cercato di applicarla e ha
funzionato e continua a funzionare. Esce in questi giorni il mio 14°
libro. A parte i casi anomali quali i venti milioni di copie del Colloquio
con Giovanni Paolo II, che non tengo in conto perché ovviamente
quello è stato un evento editoriale, mi rifaccio a Ipotesi su Gesù,
che a 24 anni dall’uscita non vuole morire, continua a macinare
ristampe, continua a essere tradotto e ritradotto. Lasciatemelo dire
almeno una volta, è successo questo: quel libro è nato a tavolino per
essere un libro di massa e per essere non solo un best-seller ma
anche un long-seller. La cosa ha funzionato. Voi direte: «È un
caso». Può darsi, però degli altri libri che sono seguiti, nessuno è
sceso al di sotto delle 50.000 copie vendute; molti hanno superato le
300.000-400.000 e direi che la formula continua a funzionare.
Non si tratta di cinismo, ma di una formula che ho
cercato di applicare perché mi stava molto a cuore, per ragioni profonde,
personali, far circolare un certo messaggio; messaggio che poi in sostanza
è questo: che si può essere credenti senza essere dei creduli; che è
ancora possibile prendere sul serio i Vangeli, che forse la speranza di
coloro che si dicono cristiani è fondata. Io ho avuto una formazione del
tutto laica, mi sono laureato addirittura con Norberto Bobbio, Galante
Garrone e Luigi Firpo a Torino, il massimo diciamo dell’agnosticismo e
dell’illuminismo italiani. Per me il Vangelo è stato una scoperta
tardiva. Quando l’ho scoperto, mi è sembrato che valesse la pena far
conoscere ad altri quella prospettiva e quella speranza che nel Vangelo io
avevo trovato. Mi sono reso conto però che non soltanto io avevo qualche
cosa di importante da dire, proprio perché riguardava il Vangelo, ma che
bisognava saperlo dire. Ecco perché mi sono preso ben 12 anni per
scrivere Ipotesi su Gesù; quelle 300 pagine apparentemente facili
hanno dietro 12 anni di applicazione. Io non sapevo nulla, non avendo
avuto un’educazione cattolica, non avevo neppure mai frequentato il
catechismo, dovevo cominciare dal nulla.
Alla fine, dopo scritture e riscritture, ho realizzato
questa sintesi. Quando uscì io ero redattore a Tuttolibri, alla Stampa,
quindi, facendo parte in qualche modo del mondo editoriale, avrei potuto
darlo a qualunque editore, perché li conoscevo tutti per questioni
professionali. Lo diedi alla Sei per motivi affettivi, sentimentali,
perché prima di entrare alla Stampa ne avevo diretto l’ufficio
stampa.
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BEPPE SEVERGNINI
Editorialista del Corriere della Sera, corrispondente dell’Economist,
è nato a Crema nel 1956.
Tra i suoi libri (Rizzoli): Inglesi,
Un italiano in America,
Manuale dell’imperfetto viaggiatore. |
BEPPE SEVERGNINI
Volevo dire una cosa a Manfredi: la grande
passione mia è l’inglese, lavoro in inglese; devo però precisare che
una certa parola non è inglese ma è milanese moderno, è una forma di
dialetto transgenico: delivery vuol dire consegna a persone con
soldi da buttar via. Sono molto orgoglioso di un fatto: sì, scrivo in
inglese, parlo in inglese, ma parlo anche italiano, e se devo fare una
citazione mi piace farla in cremasco, il mio dialetto di nascita.
Credo anch’io che si possa lavorare un pochino a
tavolino e naturalmente, onestamente, i miei sei libri vanno sempre
meglio, dal primo all’ultimo sono andati molto bene, sono entrati in
classifica, forse avevo indovinato qualcosa. Ma dieci anni dopo, col senno
di poi, forse due o tre consigli si possono dire.
Il primo riguarda la fortuna. Parlo della saggistica,
che è il campo che conosco; credo che alcuni autori debbano fare un esame
di coscienza, qualche volta gli editori dovrebbero invitarli a farlo,
perché un libro deve essere utile per essere un best-seller. Ma
utile è un termine vastissimo, un libro è utile se spiega, un libro è
utile se sdrammatizza. Nel libro L’Inglese, lezioni semiserie ho
sdrammatizzato e gente che viveva lo studio dell’inglese come un incubo
ha capito che si può riderne sopra, soprattutto in Italia. Utile vuol
dire che informa, utile vuol dire che rivela, utile vuol dire che consola.
Uno dei complimenti più belli è: «Ho letto il suo libro, ero in un
periodo che non stavo bene, in ospedale, un momento difficile: mi ha dato
serenità». E questa è una forma di utilità.
Un secondo consiglio riguarda l’attualità: c’è una
forza nella non attualità. Il mio primo libro si chiama Inglesi.
Per adattarmi con grande gioia allo spirito che aleggia, secondo cui è
vietata la falsa modestia, il libro sugli inglesi negli anni ’90 è
stato certamente un best-seller assieme a quello sull’America, Un
italiano in America. Sono molto felice che i ragazzi vadano in
Inghilterra e in America con questi due libri. Ma poi mi sono reso conto
che è stata una buona idea perché nel ’95 l’America non era di moda,
nel ’90 l’Inghilterra non era di moda. Quando i giornali e la
televisione si occupano costantemente di qualcosa, la gente vuole anche
leggere qualcos’altro. La gente vuol leggere di Alessandro Magno, vuol
leggere le Ipotesi su Gesù, vuol leggere dell’Egitto e, se
vogliamo, vuol leggere degli eterni inglesi, dove si va a studiare ecc.,
nel momento in cui tutti parlano di Cina e Russia. Io sono molto contento
di averlo intuito.
Volevo infine dire: c’è un aspetto di commestibilità
nella realizzazione di un best-seller. C’è un dolce inglese che
fanno a Natale, il Christmas pudding, che è una cosa pesantissima
che bisogna far cuocere; io non lo sapevo e la prima volta l’ho mangiato
senza farlo cuocere: terribile! Qualche volta noi consegniamo libri che
sono come il Christmas pudding prima di essere bollito; non sono
stati lavorati abbastanza, sono troppo lunghi, non sono scritti abbastanza
bene. Commestibilità vuol dire: levare, pulire, accorciare. La
semplicità, come sanno tutti quelli che fanno questo mestiere, è una
grande fatica e un grande lavoro. Allora forse si arriva al best-seller
e al long-seller, che è il vero marchio di nobiltà per un
libro.

Luca Goldoni durante il suo
intervento.
MARIA VENTURI
Trovo che sia stata detta da Augias nell’introduzione
una parola chiave: alchimia. Io non credo affatto che il best-seller nasca
come colpo di fortuna… Tutti i libri, tutti i best-seller sono
nati dal rispondere, dal colmare un vuoto. La Tamaro per esempio ha
scoperto, ha scritto per prima della voglia di nonni. De Crescenzo ha
centrato il bisogno di divulgazione, questo ritorno della voglia di
sapere. Messori ha scritto sulla voglia di Dio, la voglia di religione, il
bisogno di sicurezze. Quindi – secondo me – il best-seller nasce
da un talento; nasce dall’essere come dei sensitivi nel prevedere, nel
prevenire, nell’essere in sintonia con quello che il pubblico in quel
momento si aspetta.
Il mio primo best-seller è stato anche il primo
libro che ho scritto. Era La storia spezzata, da cui fu tratto poi
uno sceneggiato televisivo che ebbe un notevole successo. Io ero
avvantaggiata dall’aver fatto la giornalista, dall’aver diretto un
giornale femminile, essere stata in sintonia con le grandi tematiche
femminili. Avevo intuito, ma non per calcolo, non per furbizia, che si
sarebbe riproposto il problema della maternità. C’era stato il fenomeno
della culla vuota, nato dal rifiuto di una responsabilità, dalla paura di
buttare nell’esistenza un essere umano; doveva perciò esserci una
riappropriazione del senso della maternità, della voglia di figlio. Solo
che dopo i 40-45 anni quella che era una libera scelta diventa un’impossibilità.
Da qui nasce questa voglia tardiva e disperata di maternità.
Nel mio libro avevo parlato di questo. Quindi l’unica
fortuna che può capitare è di scrivere un libro veramente valido, utile,
come diceva Beppe Severgnini. E utile ha molti significati. Per esempio Porci
con le ali fu il famoso vademecum dei giovani, degli anni delle grandi
contestazioni, delle grandi rivoluzioni giovanili e femministe...
CORRADO AUGIAS
Accanto al colpo di fortuna io qui metterei –
De Crescenzo l’aveva accennato – il colpo di sfortuna, nel senso che c’è
anche il grande scrittore che scrive un libro, lo legge ai suoi stretti
parenti e poi magari soltanto dopo la morte o in età molto tarda si
scopre che aveva scritto una storia che poteva essere letta da molte
persone.
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LUCA
GOLDONI
Giornalista, scrittore, umorista
nato a Parma nel 1928.
Dal 1970 è al Corriere, inviato poi opinionista. Tra i
suoi libri, tutti di successo: È gradito l’abito scuro, Di’
che ti mando io, Cioè, e, ultimo, Italia al guinzaglio. |

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LUCA GOLDONI
Anch’io parlerò della mia esperienza, della
mia fortuna personale. Sono ormai 30 anni che parlo, racconto storie di
questo Paese dove, come sapete, cresce il Pil – che è il prodotto
interno lordo – e contestualmente cresce il Cin, che è il casino
interno netto. Allora racconto una storiella molto banale: c’erano una
volta le maniglie per uscire dalle automobili. Uno era sulla macchina di
un amico, per uscire guardava il pannello dove c’era un bel maniglione
cromato, rotondo, quadrato, rettangolare, metteva dentro la mano, girava e
usciva. Un bel giorno gli stilisti hanno guardato queste maniglie: «Ma
che orrore, come sono vistose, come sono volgari», e hanno progettato non
più delle maniglie ma dei gancetti molto piccoli. Anche i gancetti però
dovevano essere qualcosa di volgare, di impresentabile, infatti non si
devono vedere e sono quasi sempre mimetizzati da posacenere, nascosti
dietro il pannello, sotto qualche cosa; per cui quando un amico ci
accompagna con la sua automobile, arrivati sotto casa prolunghiamo con
qualche pretesto la conversazione per andare alla ricerca di questo
gancetto; non lo troviamo finché l’amico scopre questo piccolo dramma,
si sdraia su di noi, raggiunge un aggeggio segreto e ci ridà la libertà.
Vedo che tanti di voi hanno sorriso: si sono trovati in
situazioni analoghe e non ci hanno fatto caso; il mio mestiere è quello
di far caso a tutto quello che mi accade, di banale o di drammatico, di
divertente o di angoscioso, e la gente si ritrova nelle cose che dico.
Ricorderò sempre un professore di Liceo il quale, siccome nella nostra
classe volevamo tutti fare i giornalisti o gli scrittori, un giorno ci
disse: «Ragazzi, se voi un giorno farete questo mestiere, ricordatevi che
se avrete poche cose da dire ma avrete imparato il modo di dirle, voi
avrete infinitamente più successo che con la testa piena di cose, ma
senza il linguaggio adatto per scriverlo».
Da allora io quando scrivo non penso a un pubblico
particolare, ma attuo il principio del convoglio navale: tutte le navi
prendono la velocità della nave più lenta perché diversamente non
sarebbe un convoglio e ogni nave andrebbe per conto suo. Allora io penso
che se tra tutti i lettori che ho idealmente davanti a me ce n’è uno
che è meno colto, meno pronto di riflessi, meno intelligente, addirittura
sempliciotto e mi dico che anche lui ha diritto di capire, allora io
scrivo sempre pensando a questo lettore al di sotto della media, scrivo
per lui. Poi ho la consolazione, la sorpresa di scoprire che le parole che
uso per rivolgermi a lui sono gradite anche dai palati più raffinati.
Quindi, che cosa faccio? Tengo un diario per conto terzi, cerco di
cogliere le mode nel momento in cui l’acqua diventa ghiaccio, perché se
arrivo un momento dopo è luogo comune. Uno dei miei libri che ha avuto
più successo, qui si va a cifre, ha tirato 300.000 copie nei primi anni
’70 ed era intitolato Cioè. Fui uno dei primi a cogliere questa
interiezione perché parlando con una ragazzina le dissi: «Ti è piaciuto
questo film?». «Sì, cioè no». Allora capii che "cioè" era
una specie di lubrificante che andava bene e intitolai quel libro Cioè
ed ebbe successo anche per il titolo.
Io vado spesso nelle scuole e chiedo: «Tu preferisci
leggere un libro o guardare la televisione?». I ragazzi mi rispondono: «Guardiamo
la televisione perché si sta tutti insieme, è divertente, leggere è
triste, si sta da soli». Allora io dico: «Guarda, quando tu sei davanti
alla televisione sei in un atteggiamento passivo, cioè ti viene dato un
prodotto finito; se c’è una scena d’amore in un bosco tu vedi il
colore degli occhi di lei e di lui, il colore dei capelli, senti la loro
voce, vedi il colore delle piante, dell’erba, se c’è un animale senti
il verso che fa, se c’è il tramonto vedi il colore del tramonto, se c’è
un treno che passa senti il suo fischio, tra poco inventeranno qualche
cosa per cui sentiremo anche che marca di deodorante si dà la ragazza:
ecco, la Tv è un prodotto finito, non c’è da metterci niente».
«Quando invece leggi un libro tu trovi delle parole che
cercano di suggerirti delle immagini: era un tramonto color dell’ocra,
lei aveva i capelli color del grano, lui aveva gli occhi come due tizzoni
ardenti. Con quelle parole cercano di provocare nel tuo cervello delle
immagini, ma le immagini le fai tu attraverso le parole che leggi. Quindi
quando tu leggi un libro lavori, sei attivo, partecipi». Ecco perché,
dico in conclusione, un libro ha sempre due autori: chi l’ha scritto e
chi lo sta leggendo.
CORRADO AUGIAS
Luca Goldoni, si potrebbe dire, ha trovato l’alchimia
della comunicazione. Tra l’altro mi ha improvvisamente squarciato il
velo del perché raramente si riesca a uscire dalla macchina degli amici.
Questa è la capacità di sintesi, la capacità rivelatrice dello
scrittore...
Segue:
Alcuni interventi del pubblico in sala