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Il convegno di Letture.

Cari amici, ecco a voi la ricetta
del best-seller
   


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Il quinto convegno di Letture, dedicato al Best-seller, ha avuto un enorme successo. Si è svolto, come al solito, a Milano, nell’Auditorium "Don Alberione" dei Periodici San Paolo (era il 25 ottobre) di fronte a un pubblico particolarmente attento, fatto di scrittori, dirigenti di case editrici, librai, giornalisti, studenti liceali. Presentati da Corrado Augias, gli invitati al dibattito su natura e segreti del best-seller erano Marco Buticchi, Luciano De Crescenzo, Luca Goldoni, Christian Jacq, Valerio Massimo Manfredi, Vittorio Messori, Beppe Severgnini e Maria Venturi; faceva gli onori di casa, il direttore di Letture don Antonio Rizzolo. Diamo qui un’ampia sintesi del convegno. Gli interventi, basati sulla trascrizione registrata, non sono stati rivisti dagli autori.

ANTONIO RIZZOLO, direttore di Letture
Benvenuti al 5° convegno di Letture, quest’anno dedicato al best-seller. Saluto e ringrazio tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato all’organizzazione, soprattutto Giuseppe Barigazzi, vicedirettore di Letture e Ferruccio Parazzoli. Un ringraziamento particolare a Corrado Augias, giornalista e scrittore, che condurrà il dibattito, e un saluto a tutti gli scrittori che hanno accettato di partecipare e di confrontarsi su questo argomento che non perde mai di attualità e cioè il libro che vende: il cosiddetto best-seller. Rispetto agli invitati previsti, per ragioni diverse non vediamo Manuel Vázquez Montalbán e Sveva Casati Modignani; abbiamo però tra noi un altro scrittore molto noto: Luciano De Crescenzo.

Colgo allora l’occasione per salutare tutti quanti e cioè Christian Jacq, Marco Buticchi, Luca Goldoni, Valerio Massimo Manfredi, Vittorio Messori, Beppe Severgnini, Maria Venturi e ovviamente Luciano De Crescenzo. Ci ha fatto pervenire anche un messaggio di saluto il ministro per i Beni e le Attività culturali Giovanna Melandri… Con il convegno vorremmo poter capire che cos’è un best-seller; se esiste una ricetta, una formula segreta per costruirlo. Capire anche che cosa dobbiamo aspettarci come lettori nel prossimo futuro. L’approccio quindi non è tanto critico ma direi fenomenologico. Non c’è nessuna presa di posizione previa, ma un’analisi della realtà del best-seller, a partire dalla viva voce degli autori. Corrado Augias ci guiderà in questa esperienza.

CORRADO AUGIAS
Il tema è nutrito, don Rizzolo l’ha presentato nelle sue diverse sfaccettature. Non so se noi alla fine di questa mattinata avremo appreso la formula del best-seller, che magari è come quella alchemica della trasformazione del piombo in oro: una formula inafferrabile. Credo però che sapremo un po’ di più sulle tendenze che possono fare best-seller. Io, in questo brevissimo intervento, cerco di isolare quelle che mi paiono alcune vie maestre. Una è che ci sono dei libri che diventano best-sellers indipendentemente dal fatto che vengano o no letti, perché fanno status, come si dice. Un altro filone è quello dei libri che diventano molto popolari; all’interno di questa categoria c’è quella importantissima, direi prevalente all’interno del filone, dei libri che coagulano l’interesse diffuso nella società vendendo numerosissime copie. Questo è un filone molto importante.

Qui azzarderei un nome, il mio amico Andrea Camilleri, che probabilmente – nessuno si offenda dietro quel tavolo – rappresenta il più vistoso fenomeno di best-seller che ci sia stato in Italia negli ultimi tempi; un uomo che è stato capace di occupare da solo i primi cinque posti della lista dei best-sellers. Poi ci sono – sempre andando per grosse linee – gli scrittori facili, i grandi comunicatori, quelli che sono capaci di sbriciolare pani anche molto ostici quali quelli della scienza, della fede, della religione, della filosofia, capaci di portarla a un livello di comprensione che forse escluderà la sottigliezza dei filologi, ma sicuramente comunica il corpo portante di quelle discipline. Sono i grandi comunicatori, i grandi trasmettitori di sapere… È una cosa confortante.

CORRADO AUGIAS
Nato a Roma nel 1935, giornalista,
 conduttore televisivo, eletto al
Parlamento europeo nel 1994 per il Pds,
ha pubblicato presso Mondadori, dal 1985,
diversi romanzi e saggi.
Ultimo,
I segreti di New York.

Corrado Augias.

Grosso modo, questi sono i filoni intorno ai quali radunerei l’imponente fenomeno dei best-sellers, imponente per numero quando i numeri si raggiungono, ma non per quantità – se mi si passa il bisticcio –, perché in Italia se è vero che sopra le diecimila copie di venduto in genere un editore guadagna rispetto al costo di ogni singolo libro, è anche vero che il numero di libri che superano le ventimila copie vendute è calato, nei tre anni dal ’97 al ’99, di quasi la metà. Questo è un segnale che va all’interno di una contrazione generale del mercato librario, che può essere calcolata sul 2% l’anno.

Per di più nel 1999, dagli ultimi dati disponibili, risulta che il 47,3%, diciamo la metà per capirsi, dei best-sellers erano romanzi stranieri, mentre un quarto, il 22,6%, erano italiani. Venti gli editori che si sono divisi queste cifre, venti in tutto sulle decine e forse dovrei dire centinaia di editori, compresi i piccolissimi e quelli locali esistenti in Italia. Fine dell’introduzione.

MARCO BUTICCHI
A me il compito di rompere il ghiaccio. Tu, Corrado, hai citato Andrea Camilleri. Io ricordo una sua intervista. Gli chiedevano: «Ma lei che rapporto ha con il successo?». E lui: «Io sono scrittore da una vita, una volta vendevo ottomila copie e il mio editore diceva che era un successo; oggi che ne vendo milioni che cosa bisogna dire?». Un’altra cosa e poi entrerò nel tema: il libro come status symbol. Sì, è vero, può succedere. Tu hai citato uno dei fenomeni editoriali di questi anni, io aggiungerei anche quello di Susanna Tamaro. Ma il libro come status symbol ha poco valore. Sì, rimane sul tuo tavolo, però quando qualcuno lo sfoglia e lo apre e ti chiede qualcosa, muore. Io non penso che ci sia un best-seller costruito a tavolino. Sì, è vero, ci sono componenti che entrano in campo come la pubblicità televisiva, sui giornali, ecc., però la cosa che più importa e che più interessa è il passaparola dei lettori. C’è anche poi una dose di buona fortuna, secondo me. Io ho avuto la fortuna di incontrare un editore. Pensate, io mi pubblicavo i libri da solo, ero convinto che quello che scrivevo fosse interessante e andavo in giro con mia moglie a distribuire i volumi nelle librerie.

Il tavolo del convegno di Letture dedicato al Best-seller, svoltosi a Milano il 25 ottobre. Al centro: lo scrittore francese Christian Jacq.
Il tavolo del convegno di Letture dedicato al Best-seller, svoltosi a Milano
il 25 ottobre. Al centro: lo scrittore francese Christian Jacq.

Un altro inciso: in Italia oggi ogni anno escono quarantamila titoli, vogliono dire che ogni libraio è sommerso, ammesso che sia una sola copia, da 280 copie al giorno. Il 60% di questi libri non vende neanche una copia, quindi vuol dire che neanche la mamma e il papà dell’autore si comprano il libro. Io andavo a portare i libri nelle librerie, pregando i librai di tenerli e questi mi maltrattavano. Il primo romanzo però fu un successo limitatamente alle mie capacità di editore. Il secondo ancora di più. Dopo il terzo è arrivato un editore, che io considero il più grande di ogni tempo in Italia, Mario Spagnol, mancato recentemente, esattamente un anno fa, il quale mi ha detto: «Da oggi in poi mi faccia vedere quello che scrive, io le potrei dare dei consigli». Immaginatevi voi: io ero una persona normale che amava scrivere e il più grosso editore d’Italia mi voleva dare dei consigli. Mi ha chiamato dopo una settimana: «Senta, il suo romanzo va bene». «Che cosa vuol dire "va bene"?». «Che lo pubblichiamo». Pensavo che lo avrebbe fatto in una delle tante case satelliti della Longanesi, ma, quando sono andato a firmare il contratto, ho visto le due spade incrociate e la stella, e ho detto: «Ma Spagnol, esco in Longanesi?». «Sì, non solo, tu esci nella collana più prestigiosa».

Era quella in cui sognavo d’entrare fin da bambino: nei "Maestri dell’avventura". Da allora il mio nome è l’unico italiano accanto a mostri sacri del romanzo, lo dico con manifesto orgoglio, quali Wilbur Smith, Clive Cussler, Desmond Bagley, Patrick O’Brian e tanti altri. Vestire questa maglia nazionale, vi assicuro, mi crea a volte delle difficoltà, ma mi dà grandi soddisfazioni. Questo lo devo a quel poco di bravura che ci posso mettere io a buttare giù quattrocento-cinquecento pagine di romanzo e a quel tanto che conta la fortuna in questi casi. Vi dico soltanto alcuni dati: Le pietre della luna, il primo romanzo che ho scritto, era una scommessa. Voi immaginatevi un italiano che scrive d’avventura, che va a combattere contro l’esterofilia del lettore italiano (per inciso, questo è l’unico Paese in cui si è riusciti a chiamare Emilio Salgari: Emil Salgarì).

Vi dicevo che il romanzo era una scommessa, i librai avevano delle titubanze, che però sono state vinte grazie al passaparola dei lettori. Oggi i miei romanzi si attestano attorno alle 150.000 copie vendute e questo lo dico con grande soddisfazione. Mi auguro che tanti autori italiani ancora si cimentino in questo campo che oggi per noi è ancora sconosciuto. Grazie.

LUCIANO DE CRESCENZO
Nato a Napoli nel 1928, ingegnere,
si afferma come scrittore nel 1977
con
Così parlò Bellavista.
Con questo e con i libri successivi
ha venduto 18 milioni di copie.
L’ultimo titolo, Mondadori, è
La distrazione

Luciano De Crescenzo.

LUCIANO DE CRESCENZO
Il fatto che sia uscito un articolo dove io non ero incluso fra gli autori di best-seller mi ha procurato veramente un disagio terribile perché, dovete sapere, io sono convinto che uno di questi giorni mi sveglio e m’accorgo che sono un pensionato della Ibm, che non è vero che ho scritto qualcosa e che tutto quello che mi è successo me lo sono sognato. Dopodiché vado dagli amici e dico: «Dovete sapere che mi sono sognato che ero diventato autore di best-seller, avevo venduto in 25 Paesi del mondo 18 milioni di copie». «Non dire fesserie…».

Prendo il giornale e leggo che effettivamente è stato un sogno. Capito? Una tragedia! Mi sono così convinto che gli autori di best-sellers sono sorteggiati, è come il superenalotto: uno può scrivere un libro bellissimo e non vendere niente. Chissà quanti scrittori oggi ci sono in Italia bravissimi, che nessuno ha mai scoperto. Ci sono stati esempi come Tomasi di Lampedusa, Marat, Kafka, Morselli che, poverini, sono morti senza vendere una copia. Capisci la tragedia? Lo stesso Camilleri, bravissimo, ha avuto successo a che età? Però i libri li ha scritti 30-40 anni fa, ha corso il rischio anche lui di essere un Tomasi di Lampedusa. Quindi la prima cosa che auguro agli aspiranti scrittori è quella di avere fortuna. I suggerimenti su come fare il best-seller ve li posso dare precisi precisi, però me li riserverei per un secondo intervento.

CORRADO AUGIAS
Abbiamo qui tra gli altri presenti Christian Jacq che è un fenomeno in sé: è francese, vive in Svizzera, viene da Ginevra, gira il mondo. Poco tempo fa, arrivando qui alla San Paolo, ci diceva che è sbarcato a Milano dopo un breve soggiorno a casa, avendo passato tutta la Scandinavia e lo vorrebbero anche a Taiwan: ecco, il successo è di questa dimensione. Vogliamo dire un aggettivo? Planetario!

CHRISTIAN JACQ
C’è un segreto per scrivere un best-seller? Ci sono due risposte possibili: sì o no. Se non esiste un segreto effettivamente, l’unico fattore è la fortuna di cui si è parlato prima. Se invece ce n’è uno, è che ogni scrittore ha voglia e desiderio di essere letto e letto anche molto, da tanti. Per quanto mi riguarda devo confessarvi che il libro per me non è mai un prodotto, si scrive sempre col cuore e quindi non ci sono praticamente procedimenti da indicare su come fabbricare un best-seller, non si può. Io parlo ovviamente della mia esperienza. Un consiglio importante che vorrei darvi è che per scrivere ed essere letto da un pubblico nazionale ed eventualmente internazionale, bisogna conoscere bene il soggetto di cui si parla. Nei miei vari viaggi ho incontrato molti scrittori che come me hanno avuto successo perché avevano approfondito per anni e molto bene la materia di cui parlavano nel loro romanzo.

Per me è l’Egitto, amo questo Paese da quando avevo tredici anni, età in cui ho cominciato a scrivere, lo studio quindi molto approfonditamente da quella età, ne sono impregnato e lo vivo con una totale sincerità. Penso che i miei lettori se ne siano resi conto.

Valerio Massimo Manfredi.

VALERIO MASSIMO MANFREDI
Nato a Castelfranco Veneto nel 1943, topografo del mondo antico, 
ha insegnato in varie università italiane 
e straniere. È autore del
best-seller internazionale Alexandros
e di altri libri, 
tutti di grande successo.

VALERIO MASSIMO MANFREDI
Il mio "Alessandro" è nato per caso a Persèpoli. In quell’occasione il mio editore Gianni Ferrari aveva invitato un gruppo di giornalisti a una conferenza stampa per il lancio di una collana della Lorenzo Valla, di classici sui testi occidentali, medievali, su Alessandro il Grande. Io, prima che uno scrittore, sono un archeologo classico, un accademico, ho insegnato in una mezza dozzina di università, anche alla Sorbona. Per queste ragioni, dovevo fare la guida archeologica ai giornalisti e li ho portati in giro per Persèpoli e alle varie tombe. Ovviamente ho rievocato la notte dell’incendio di Persèpoli, un fatto ancora molto dibattuto. Perché Alessandro ha bruciato la città? Se voi leggete qualunque biografia accademica di Alessandro troverete che la risposta è ancora enigmatica.

La sera stessa l’editore mi disse: «Senti, mentre parlavi sembrava di esserci, cosa sarebbe se tu scrivessi con quella foga, con quella partecipazione, con quel sentimento, l’intera epopea di Alessandro?». Risposi: «È impossibile, è una storia che ha almeno trenta personaggi principali, ha un itinerario di 24.000 chilometri, si svolge lungo più di 13-14 anni; poi bisognerebbe cominciare dall’inizio, ci sono almeno 33 anni di espansione cronologica, un groviglio di situazioni complessissime in cui si intreccia di tutto».

Un mese dopo ero al lavoro, con una sola riserva: se dopo dieci giorni il libro fosse decollato avrei continuato a scriverlo. Il libro è uscito, è stato tradotto finora in 34 Paesi, in questo momento abbiamo nuove adesioni e ha avuto un grandissimo successo, è stato letto con grande passione da Fidel Castro, dal presidente Pastrana della Colombia, da altri capi di Stato, da governatori in varie situazioni, perché Alessandro evidentemente affascina gli uomini di potere. Se io dovessi dire il perché del successo di "Alessandro" (un successo che continua: due giorni fa ero a Los Angeles a parlare coi produttori che stanno organizzando una gigantesca produzione cinematografica), mi sarebbe difficile: sostanzialmente però penso che sia dovuto alla carica di pathos di cui il libro è densissimo. Un best-seller è un libro fortunato ma, diciamolo francamente, ci sono dei best-sellers che sono libri pessimi a leggersi, sono scritti male, tirati via senza cura, senza forza espressiva, anche se hanno una storia che ti prende. Altri libri scritti benissimo non vendono una copia. Non c’è un rapporto fisso, secondo me, tra la qualità del libro e la sua fortuna, sono due variabili in qualche modo autonome.

Diciamo che il best-seller è un libro che conquista il cuore del lettore in un modo o nell’altro per il fascino del suo argomento, per la forza intrinseca della storia che racconta, per la storia che non ti dà tregua, per il ritmo narrativo… Io sono di un avviso, che un narratore deve narrare e questo può sembrare una tautologia, ma non lo è. Per molta gente nella narrativa la parola è il fine e non il mezzo, io penso che la parola sia il mezzo e non il fine, il fine è la storia da raccontare. Quando uscì "Alessandro", le classifiche erano dominate o dal mio "Alessandro" o da Camilleri e c’era un noto critico che sull’Espresso si stracciava le vesti dicendo: «La letteratura italiana è finita, le classifiche sono dominate da libri di genere».

Vorrei far presente che anche l’Odissea è un libro di genere perché è un libro d’avventura, anche l’Iliade è un libro di genere, perché è un romanzo storico, e così via… Ora, in un Paese come il nostro in cui c’è un’infiltrazione massiccia, indiscriminata e, secondo me, preoccupante, di anglicismi del tutto ingiustificati, che rischiano di uccidere una lingua nobilissima, grandissima, straordinaria, che ha partorito capolavori che possono solo fare l’orgoglio di un’intera civiltà, come si fa a lamentarsi che una buona volta le classifiche siano dominate da libri italiani, come in Francia sono dominate da libri francesi, in Spagna da libri spagnoli? È cosa che a me sembra assolutamente giusta.

CORRADO AUGIAS
Il tema che Manfredi ha introdotto, l’invadenza degli anglismi, mi sta molto a cuore e credo anche a molti; del resto, lo dico davanti a Jacq, che essendo francofono sa bene che cosa vuol dire questo e con quanta ostinazione, alle volte donchisciottesca, la Francia cerchi di difendere la sua lingua, anche nelle canzonette; c’è addirittura una quota di canzonette francesi che devono essere trasmesse nelle radio pubbliche. Noi arriviamo all’eccesso opposto: ci sono testate giornalistiche italiane, radiofoniche, televisive e stampate che sono scritte in inglese. E questo, don Rizzolo, potrebbe essere il tema per un futuro convegno. Volevo anche far notare che cominciano a delinearsi tre temi intorno al best-seller. La passione, la competenza, la fortuna. Sono le tre parole chiave che fino a questo momento sono uscite.

VITTORIO MESSORI
Giornalista, nato a Sassuolo nel 1941,
si è affermato con
Ipotesi su Gesù
(oltre un milione di copie solo in Italia).
Il suo colloquio con Giovanni Paolo II
Varcare la soglia della speranza,
Mondadori è stato tradotto in 52 lingue.

Vittorio Messori.

VITTORIO MESSORI
Ci sarebbero infiniti distinguo da fare, infinite precisazioni, ma abbiamo l’obbligo della sintesi e dobbiamo fare capo alla sola cosa che ciascuno di noi conosce bene, la propria esperienza... L’autore di potenziali best-seller dovrebbe avere qualcosa di davvero importante da dire e dovrebbe saperlo dire. Questo contenuto importante, mi rendo conto, è una formula da Bertoldo, ma per quello che mi riguarda questa formula io ho cercato di applicarla e ha funzionato e continua a funzionare. Esce in questi giorni il mio 14° libro. A parte i casi anomali quali i venti milioni di copie del Colloquio con Giovanni Paolo II, che non tengo in conto perché ovviamente quello è stato un evento editoriale, mi rifaccio a Ipotesi su Gesù, che a 24 anni dall’uscita non vuole morire, continua a macinare ristampe, continua a essere tradotto e ritradotto. Lasciatemelo dire almeno una volta, è successo questo: quel libro è nato a tavolino per essere un libro di massa e per essere non solo un best-seller ma anche un long-seller. La cosa ha funzionato. Voi direte: «È un caso». Può darsi, però degli altri libri che sono seguiti, nessuno è sceso al di sotto delle 50.000 copie vendute; molti hanno superato le 300.000-400.000 e direi che la formula continua a funzionare.

Non si tratta di cinismo, ma di una formula che ho cercato di applicare perché mi stava molto a cuore, per ragioni profonde, personali, far circolare un certo messaggio; messaggio che poi in sostanza è questo: che si può essere credenti senza essere dei creduli; che è ancora possibile prendere sul serio i Vangeli, che forse la speranza di coloro che si dicono cristiani è fondata. Io ho avuto una formazione del tutto laica, mi sono laureato addirittura con Norberto Bobbio, Galante Garrone e Luigi Firpo a Torino, il massimo diciamo dell’agnosticismo e dell’illuminismo italiani. Per me il Vangelo è stato una scoperta tardiva. Quando l’ho scoperto, mi è sembrato che valesse la pena far conoscere ad altri quella prospettiva e quella speranza che nel Vangelo io avevo trovato. Mi sono reso conto però che non soltanto io avevo qualche cosa di importante da dire, proprio perché riguardava il Vangelo, ma che bisognava saperlo dire. Ecco perché mi sono preso ben 12 anni per scrivere Ipotesi su Gesù; quelle 300 pagine apparentemente facili hanno dietro 12 anni di applicazione. Io non sapevo nulla, non avendo avuto un’educazione cattolica, non avevo neppure mai frequentato il catechismo, dovevo cominciare dal nulla.

Alla fine, dopo scritture e riscritture, ho realizzato questa sintesi. Quando uscì io ero redattore a Tuttolibri, alla Stampa, quindi, facendo parte in qualche modo del mondo editoriale, avrei potuto darlo a qualunque editore, perché li conoscevo tutti per questioni professionali. Lo diedi alla Sei per motivi affettivi, sentimentali, perché prima di entrare alla Stampa ne avevo diretto l’ufficio stampa.

Beppe Severgnini.

BEPPE SEVERGNINI
Editorialista del
Corriere della Sera, corrispondente dell’Economist, 
è nato a Crema nel 1956. 
Tra i suoi libri (Rizzoli):
Inglesi
Un italiano in America, 
Manuale dell’imperfetto viaggiatore.

BEPPE SEVERGNINI
Volevo dire una cosa a Manfredi: la grande passione mia è l’inglese, lavoro in inglese; devo però precisare che una certa parola non è inglese ma è milanese moderno, è una forma di dialetto transgenico: delivery vuol dire consegna a persone con soldi da buttar via. Sono molto orgoglioso di un fatto: sì, scrivo in inglese, parlo in inglese, ma parlo anche italiano, e se devo fare una citazione mi piace farla in cremasco, il mio dialetto di nascita.

Credo anch’io che si possa lavorare un pochino a tavolino e naturalmente, onestamente, i miei sei libri vanno sempre meglio, dal primo all’ultimo sono andati molto bene, sono entrati in classifica, forse avevo indovinato qualcosa. Ma dieci anni dopo, col senno di poi, forse due o tre consigli si possono dire.

Il primo riguarda la fortuna. Parlo della saggistica, che è il campo che conosco; credo che alcuni autori debbano fare un esame di coscienza, qualche volta gli editori dovrebbero invitarli a farlo, perché un libro deve essere utile per essere un best-seller. Ma utile è un termine vastissimo, un libro è utile se spiega, un libro è utile se sdrammatizza. Nel libro L’Inglese, lezioni semiserie ho sdrammatizzato e gente che viveva lo studio dell’inglese come un incubo ha capito che si può riderne sopra, soprattutto in Italia. Utile vuol dire che informa, utile vuol dire che rivela, utile vuol dire che consola. Uno dei complimenti più belli è: «Ho letto il suo libro, ero in un periodo che non stavo bene, in ospedale, un momento difficile: mi ha dato serenità». E questa è una forma di utilità.

Un secondo consiglio riguarda l’attualità: c’è una forza nella non attualità. Il mio primo libro si chiama Inglesi. Per adattarmi con grande gioia allo spirito che aleggia, secondo cui è vietata la falsa modestia, il libro sugli inglesi negli anni ’90 è stato certamente un best-seller assieme a quello sull’America, Un italiano in America. Sono molto felice che i ragazzi vadano in Inghilterra e in America con questi due libri. Ma poi mi sono reso conto che è stata una buona idea perché nel ’95 l’America non era di moda, nel ’90 l’Inghilterra non era di moda. Quando i giornali e la televisione si occupano costantemente di qualcosa, la gente vuole anche leggere qualcos’altro. La gente vuol leggere di Alessandro Magno, vuol leggere le Ipotesi su Gesù, vuol leggere dell’Egitto e, se vogliamo, vuol leggere degli eterni inglesi, dove si va a studiare ecc., nel momento in cui tutti parlano di Cina e Russia. Io sono molto contento di averlo intuito.

Volevo infine dire: c’è un aspetto di commestibilità nella realizzazione di un best-seller. C’è un dolce inglese che fanno a Natale, il Christmas pudding, che è una cosa pesantissima che bisogna far cuocere; io non lo sapevo e la prima volta l’ho mangiato senza farlo cuocere: terribile! Qualche volta noi consegniamo libri che sono come il Christmas pudding prima di essere bollito; non sono stati lavorati abbastanza, sono troppo lunghi, non sono scritti abbastanza bene. Commestibilità vuol dire: levare, pulire, accorciare. La semplicità, come sanno tutti quelli che fanno questo mestiere, è una grande fatica e un grande lavoro. Allora forse si arriva al best-seller e al long-seller, che è il vero marchio di nobiltà per un libro.

Luca Goldoni durante il suo intervento.
Luca Goldoni durante il suo intervento.

MARIA VENTURI
Trovo che sia stata detta da Augias nell’introduzione una parola chiave: alchimia. Io non credo affatto che il best-seller nasca come colpo di fortuna… Tutti i libri, tutti i best-seller sono nati dal rispondere, dal colmare un vuoto. La Tamaro per esempio ha scoperto, ha scritto per prima della voglia di nonni. De Crescenzo ha centrato il bisogno di divulgazione, questo ritorno della voglia di sapere. Messori ha scritto sulla voglia di Dio, la voglia di religione, il bisogno di sicurezze. Quindi – secondo me – il best-seller nasce da un talento; nasce dall’essere come dei sensitivi nel prevedere, nel prevenire, nell’essere in sintonia con quello che il pubblico in quel momento si aspetta.

Il mio primo best-seller è stato anche il primo libro che ho scritto. Era La storia spezzata, da cui fu tratto poi uno sceneggiato televisivo che ebbe un notevole successo. Io ero avvantaggiata dall’aver fatto la giornalista, dall’aver diretto un giornale femminile, essere stata in sintonia con le grandi tematiche femminili. Avevo intuito, ma non per calcolo, non per furbizia, che si sarebbe riproposto il problema della maternità. C’era stato il fenomeno della culla vuota, nato dal rifiuto di una responsabilità, dalla paura di buttare nell’esistenza un essere umano; doveva perciò esserci una riappropriazione del senso della maternità, della voglia di figlio. Solo che dopo i 40-45 anni quella che era una libera scelta diventa un’impossibilità. Da qui nasce questa voglia tardiva e disperata di maternità.

Nel mio libro avevo parlato di questo. Quindi l’unica fortuna che può capitare è di scrivere un libro veramente valido, utile, come diceva Beppe Severgnini. E utile ha molti significati. Per esempio Porci con le ali fu il famoso vademecum dei giovani, degli anni delle grandi contestazioni, delle grandi rivoluzioni giovanili e femministe...

CORRADO AUGIAS
Accanto al colpo di fortuna io qui metterei – De Crescenzo l’aveva accennato – il colpo di sfortuna, nel senso che c’è anche il grande scrittore che scrive un libro, lo legge ai suoi stretti parenti e poi magari soltanto dopo la morte o in età molto tarda si scopre che aveva scritto una storia che poteva essere letta da molte persone.

LUCA GOLDONI
Giornalista, scrittore, umorista
nato a Parma nel 1928.
Dal 1970 è al
Corriere, inviato poi opinionista. Tra i suoi libri, tutti di successo: È gradito l’abito scuro, Di’ che ti mando io, Cioè, e, ultimo, Italia al guinzaglio.

Luca Goldoni.

LUCA GOLDONI
Anch’io parlerò della mia esperienza, della mia fortuna personale. Sono ormai 30 anni che parlo, racconto storie di questo Paese dove, come sapete, cresce il Pil – che è il prodotto interno lordo – e contestualmente cresce il Cin, che è il casino interno netto. Allora racconto una storiella molto banale: c’erano una volta le maniglie per uscire dalle automobili. Uno era sulla macchina di un amico, per uscire guardava il pannello dove c’era un bel maniglione cromato, rotondo, quadrato, rettangolare, metteva dentro la mano, girava e usciva. Un bel giorno gli stilisti hanno guardato queste maniglie: «Ma che orrore, come sono vistose, come sono volgari», e hanno progettato non più delle maniglie ma dei gancetti molto piccoli. Anche i gancetti però dovevano essere qualcosa di volgare, di impresentabile, infatti non si devono vedere e sono quasi sempre mimetizzati da posacenere, nascosti dietro il pannello, sotto qualche cosa; per cui quando un amico ci accompagna con la sua automobile, arrivati sotto casa prolunghiamo con qualche pretesto la conversazione per andare alla ricerca di questo gancetto; non lo troviamo finché l’amico scopre questo piccolo dramma, si sdraia su di noi, raggiunge un aggeggio segreto e ci ridà la libertà.

Vedo che tanti di voi hanno sorriso: si sono trovati in situazioni analoghe e non ci hanno fatto caso; il mio mestiere è quello di far caso a tutto quello che mi accade, di banale o di drammatico, di divertente o di angoscioso, e la gente si ritrova nelle cose che dico. Ricorderò sempre un professore di Liceo il quale, siccome nella nostra classe volevamo tutti fare i giornalisti o gli scrittori, un giorno ci disse: «Ragazzi, se voi un giorno farete questo mestiere, ricordatevi che se avrete poche cose da dire ma avrete imparato il modo di dirle, voi avrete infinitamente più successo che con la testa piena di cose, ma senza il linguaggio adatto per scriverlo».

Da allora io quando scrivo non penso a un pubblico particolare, ma attuo il principio del convoglio navale: tutte le navi prendono la velocità della nave più lenta perché diversamente non sarebbe un convoglio e ogni nave andrebbe per conto suo. Allora io penso che se tra tutti i lettori che ho idealmente davanti a me ce n’è uno che è meno colto, meno pronto di riflessi, meno intelligente, addirittura sempliciotto e mi dico che anche lui ha diritto di capire, allora io scrivo sempre pensando a questo lettore al di sotto della media, scrivo per lui. Poi ho la consolazione, la sorpresa di scoprire che le parole che uso per rivolgermi a lui sono gradite anche dai palati più raffinati. Quindi, che cosa faccio? Tengo un diario per conto terzi, cerco di cogliere le mode nel momento in cui l’acqua diventa ghiaccio, perché se arrivo un momento dopo è luogo comune. Uno dei miei libri che ha avuto più successo, qui si va a cifre, ha tirato 300.000 copie nei primi anni ’70 ed era intitolato Cioè. Fui uno dei primi a cogliere questa interiezione perché parlando con una ragazzina le dissi: «Ti è piaciuto questo film?». «Sì, cioè no». Allora capii che "cioè" era una specie di lubrificante che andava bene e intitolai quel libro Cioè ed ebbe successo anche per il titolo.

Io vado spesso nelle scuole e chiedo: «Tu preferisci leggere un libro o guardare la televisione?». I ragazzi mi rispondono: «Guardiamo la televisione perché si sta tutti insieme, è divertente, leggere è triste, si sta da soli». Allora io dico: «Guarda, quando tu sei davanti alla televisione sei in un atteggiamento passivo, cioè ti viene dato un prodotto finito; se c’è una scena d’amore in un bosco tu vedi il colore degli occhi di lei e di lui, il colore dei capelli, senti la loro voce, vedi il colore delle piante, dell’erba, se c’è un animale senti il verso che fa, se c’è il tramonto vedi il colore del tramonto, se c’è un treno che passa senti il suo fischio, tra poco inventeranno qualche cosa per cui sentiremo anche che marca di deodorante si dà la ragazza: ecco, la Tv è un prodotto finito, non c’è da metterci niente».

«Quando invece leggi un libro tu trovi delle parole che cercano di suggerirti delle immagini: era un tramonto color dell’ocra, lei aveva i capelli color del grano, lui aveva gli occhi come due tizzoni ardenti. Con quelle parole cercano di provocare nel tuo cervello delle immagini, ma le immagini le fai tu attraverso le parole che leggi. Quindi quando tu leggi un libro lavori, sei attivo, partecipi». Ecco perché, dico in conclusione, un libro ha sempre due autori: chi l’ha scritto e chi lo sta leggendo.

CORRADO AUGIAS
Luca Goldoni, si potrebbe dire, ha trovato l’alchimia della comunicazione. Tra l’altro mi ha improvvisamente squarciato il velo del perché raramente si riesca a uscire dalla macchina degli amici. Questa è la capacità di sintesi, la capacità rivelatrice dello scrittore...

Segue: Alcuni interventi del pubblico in sala

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