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Il centenario della
morte, avvenuta a Milano il 27 gennaio 1901, accende i riflettori sull’operista
più rappresentato del mondo. Un compositore moderno ne analizza la
produzione, dicendo che cosa insegna Verdi ai giovani.
Per
sua natura e per ovvie ragioni ogni compositore tende a dare giudizi molto
soggettivi sulla musica altrui, anche del passato. Verdi può fare
eccezione, in quanto si può individuare in lui un sentire comune, forse
diviso da qualche sfumatura, da qualche preferenza per questo o quel
titolo del suo ricco catalogo. Soprattutto, se ne riconosce la grandezza.
Alcuni, condividendo il giudizio della critica corrente, attribuiscono
alle ultime opere della sua stagione creativa (Otello, Falstaff, Messa
di Requiem) il massimo dei voti. La raggiunta perfezione dell’orchestrazione,
la drammaturgia liberata
dagli schemi e dalle convenzioni, l’armonia ricca e intrigante eppure
autonoma dai modelli germanici, sono le ragioni principali di interesse e
di ammirazione. Altri, forse fra coloro che con maggior partecipazione
amano l’opera, oltre a condividere col pubblico lo sviscerato amore per
le celebri opere della prima maturità (Rigoletto, Trovatore, Traviata),
esplorano con piacere anche il primo Verdi, quello di Nabucco,
di Attila, di Luisa Miller e magari perfino dell’Alzira.
Ben sapendo che lì non possono cercare raffinate soluzioni armoniche,
né un’orchestrazione più che funzionale (salvo felici e proprio per
questo benvenute eccezioni), si appassionano invece ai ritmi trascinanti,
alle cabalette dalla vocalità impervia, a quello stesso uso delle
convenzioni che ad altri può dare fastidio.
Lo studio del "Don Giovanni"
di Mozart
Pare che il giovane Verdi abbia imparato molto dallo
studio del Don Giovanni. Oggi, un giovane compositore non potrebbe
partire dall’Aida o da Otello. Troppo tempo è passato,
troppe trasformazioni e mutazioni dei linguaggi musicali. Troppa
diversità nel sentire comune rispetto al teatro, alla scena, alla
funzione stessa dell’opera lirica, ammesso che ancora così si possa
chiamare. Ma chiunque voglia fare teatro con la musica deve conoscere
almeno due concetti chiave del teatro verdiano. Il primo è la famosa
"parola scenica", ovvero la capacità di sottolineare, mettere
in primo piano, rendere con la massima sintesi di musicalità e
comprensibilità una parola, una frase, che contenga in sé l’essenziale
di una determinata situazione o il sentimento di un determinato
personaggio. Il secondo è l’idea di "tinta", ovvero il colore
specifico di un momento, di una scena, che ne faccia cogliere al primo
ascolto l’atmosfera, la psicologia dominante, il mood, come si
direbbe oggi. Una "tinta" che dev’essere di volta in volta
unica, inconfondibile, come quella che accompagna i passi stentati del
Grande Inquisitore quando incontra Filippo nel Don Carlo. Ci
sarebbero molte altre cose da studiare, come ad esempio l’oculata scelta
delle formule di accompagnamento nel primo Verdi, l’infallibile
capacità di trovare verso la fine di un’aria una variante che fa
svettare il canto verso un’intensità particolare, che colpisce sempre l’ascoltatore
pur essendo prevista e attesa, se non già perfettamente conosciuta. Ma
qui si entra nel campo delle tante scelte individuali che possono andare
anche in direzione opposta, o attingere da altre forme di teatro musicale,
ben diverse da quelle verdiane, e altrettanto legittime.

Lorenzo Ferrero.
"Neoromantico", è autore, tra l’altro, di 19 lavori teatrali.
Non si può trascurare il capitolo delle voci. Lo si
voglia o no, almeno il baritono e il mezzosoprano come li conosciamo oggi
sono voci verdiane. Non solo dal punto di vista tecnico (potenza,
estensione, tessitura), ma anche perché indelebilmente associate nella
memoria collettiva a certi personaggi, spesso complessi, in parte negativi
(Amneris), o negativissimi (Jago). Se non se ne vogliono trascurare i
meravigliosi colori vocali, bisogna fare i conti con questa eredità.
Pesantissima, perché se il carico di storia può essere affascinante, e
creare di per sé un legame col mondo dell’opera con cui ci si vuole
confrontare, non si può cancellare l’identificazione spontanea fra
certi timbri e certe psicologie o, per usare una parola verdiana, certe
"posizioni", ovvero relazioni con altri personaggi. E nello
stesso tempo, se si ama la scrittura vocale, come rinunciare a certe
bellissime voci? La questione, temo, deve essere considerata irrisolta. La
strada forse più convincente è mescolare queste voci con altre che nulla
o poco abbiano a che fare con l’Ottocento, come quella del contraltista
o del sopranista, o con voci mozartiane, indebolendo il nesso di
"posizione" con il soprano o il tenore di stampo non meno
verdiano. Oppure si possono utilizzare proprio per il pezzo di storia del
teatro che portano con sé, utilizzando consciamente il loro forte
carattere di segnale, di paradigma. Non mancano gli esempi nel teatro
musicale cosiddetto "postmoderno".
L’istinto e la ragione al servizio del
pubblico
C’è infine un insegnamento che vale per tutte le
attività artistiche, e non solo per la musica: la capacità di
rinnovarsi. Non rinnovarsi a vanvera, cambiando bandiera tanto per far un
po’ parlare di sé. Dall’Oberto al Falstaff non è
difficile cogliere la stessa mano (lo stile è come il sudore, diceva
Miles Davis). Eppure non c’è opera di Verdi che non rappresenti un
passo avanti rispetto alla precedente. Non sempre il cambiamento è
strettamente musicale. Può essere anche la scoperta degli effetti
speciali (Macbeth) o una scrittura sorprendentemente sinfonica come
l’Ouverture della Luisa Miller. Possono essere le
inflessioni modali dell’ultimo rifacimento di Simon Boccanegra, o
il tentativo di mescolare il comico e il tragico nella Forza del
destino, o ancora l’ambientazione "contemporanea" di Traviata.
L’istinto e la ragione messi al servizio di una comunicazione col
pubblico che non ne insegue il gusto, ma lo anticipa senza perdere il
contatto. Di questo abbiamo bisogno. La grandezza di Verdi sta lì a
dimostrare che si può fare, e si può fare senza sacrificare la qualità
artistica, anzi esaltandola.
Lorenzo Ferrero |