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L’autore
del Corsaro Nero (ristampato per l’ennesima volta in edizione
tascabile) è un classico che si rilegge volentieri. Perché appartiene
alla nostra cultura e deve essere continuamente rivisitato.
Emilio
Salgari è come un legno galleggiante dopo la tempesta: tutto affonda, ma
per miracolo ci sono un po’ di tavole alla deriva e gli scampati ci si
possono afferrare, raggiungendo la spiaggia dell’atollo più vicino.
Salgari è quello là in fondo, bello robusto, cilindrico come un tronco d’albero:
chi vi si appende non temerà più squali, non avrà paura del freddo e
delle acque, né si sognerà di rimandare la vendetta oltre il capitolo
III. Così, nella selva dell’editoria ogni tanto il suo nome risuona per
mandare quattromila copie alla riscossa: qualche bel tomo intitolato alla Regina
dei Caraibi o al Corsaro Nero da vendersi non più ai ragazzi,
ormai rimbambiti dalle consolle, ma ai romantici di tutte le età. Il
Corsaro lo ristampa adesso Einaudi nei tascabili, dopo che gli Oscar
Mondadori ne avevano fatto una riedizione da un paio d’annetti,
accogliendolo nei "Classici da leggere" e non solo da
collezionare.

Emilio Salgari (1862-1911).
Salgari è stato promosso "classico" da quella
percentuale dei suoi lettori – non pochi, per la verità – che oggi
come ieri siedono negli uffici delle Case editrici: Mario Spagnol è stato
probabilmente quello che ha inaugurato la serie, mentre Ferruccio
Parazzoli avrà accolto con piacere la decisione di Antonio Riccardi di
andare avanti col progetto dei corsari. E classico l’Emilio lo è
davvero, soprattutto perché ci parla con la lingua smozzicata dei marinai
e degli avventurieri senza patria, l’italiano misto di coloro che vanno
e vengono da paesi esotici e si affacciano sempre più prepotentemente
sulla scena delle antiche razze nuove; figli dell’immigrazione o della
diaspora nazionale non importa, purché apolidi e vaganti.
Anti-colonialista e generoso, Salgari aveva previsto che
noi italiani non avremmo mai conquistato un impero, con buona pace di
Francesco Crispi e più tardi (ma questo non poteva saperlo) di Mussolini.
Si contagiò tuttavia della febbre esotica che i marinai, anche quelli di
terraferma, hanno nel sangue, e dal cantuccio di casa sua vide la
malinconia dei mari solitari, il colore di piovose giungle, l’amore di
donne brune. Si mise a scrivere e lo cantò, con molta fretta in cuore. I
suoi racconti del Capitano sono più belli di quelli del Maresciallo,
perché nel graduato di mare non c’è nessuna intenzione repressiva e
nemmeno preventiva, ma solo un rudimentale desiderio di giustizia che è
la voglia di vivere dei poveri.

Prima edizione de Le due tigri, illustratore
Della Valle.
Emilio Salgari appartiene anche a un’altra categoria,
quella degli scrittori- poeti. Le due cose, si sa, non sono affatto
sinonimi: abbiamo artisti egregi ma troppo compiti e razionali; scrittori
meravigliosi ma elucubranti; pennaiolifenomeno dal cuore arido o freddo
come un nido di serpi. Nulla di tutto questo è Salgari, pennivendolo senz’altro
(nel senso di un romanzo per un penny), ma trascinato dal suo cuore a
farlo, e abbasso la retorica! Tale è la forza della sua immaginazione,
questo ingrediente fondamentale di ogni scrittura, talmente esemplare la
rapsodia, che è uno dei pochissimi autori ad aver contribuito alla
fondazione della culturetta dell’Italietta (unita). Gli altri ho il
sospetto che non siano Leopardi e Manzoni, ma Collodi e De Amicis. Ecco in
che senso Emilio è un padre fondatore: i suoi anatemi, le avventure in
cui s’avventura, la lingua in cui ne parla sono uno dei primi prodotti
italiani degni di questo nome, e, cosa più importante, convincono come le
canzoni all’aria aperta, l’altro patrimonio nostrano. Da lui
discendono Giovanna, la nonna del Corsaro Nero di Vittorio Metz, i Sandokan
con Steve Reeves, Il deserto dei Tartari (un Salgari in salsa
metafisica) e la pubblicità Telecom con l’esecuzione eternamente
rimandata nel fortino della Legione straniera. Da lui viene il fascino
dell’Africa orientale e quello di Cartagine, di Tex e delle selve
ardenti, dei piccoli ranger amici degli indiani. A lui si sono
ispirati i fotoromanzi, la televisione e i fumetti, i linguaggi preferiti
dagli italiani.
Emilio Salgari sarà perciò un classico, ma è saggia
la decisione di ristamparlo in tascabile, perché è un classico che si
legge volentieri (nonostante le altalene, e qualche volta le montagne
russe, di un linguaggio delirante). E come ogni classico degno di questo
nome, non è unico perché appartiene alla cultura e dev’essere
continuamente rivisitato. Così, sulle sue tracce si sono mossi decine di
scrittori perlopiù anonimi: a nessuno è toccato l’onore, dopo di lui,
di diventare sinonimo di "libro d’avventure", ma i romanzi di
Luigi Motta, di Yambo e persino di Gianluigi Bonelli, il famoso creatore
di Tex, proseguono con coerenza il discorso salgariano sui limiti dell’imperialismo
e le sconfinate possibilità dell’avventura. Un discorso continuato oggi
da altri autori, giovani e tigreschi non meno di lui: Stefano Di Marino,
che Salgari l’ha letteralmente riscritto; Alan D. Altieri e, nel campo
della saggistica, Tiziano Terzani, il viaggiatore in Russia e in Asia.
Questi rivoli, fra l’altro, hanno ascendenti lontani:
non è esagerato vedere nel Milione di Marco Polo e nell’Opera
siciliana dei pupi varianti del salgarismo, e nell’Ariosto il sommo fra
i poeti di ventura, checché ne dicesse il cardinale Ippolito. Insomma, un
filone fantastico e manesco nelle nostre lettere esiste davvero,
nonostante i crepuscolari e i minimalisti, i veristi e i neorealisti. È
un filone maschio che tuttavia tien conto della donna, parla del sangue e
della Luna con raffinata follia, seduce gli adulti allo stesso modo dei
ragazzi, vendicandoli dei calzoni corti e delle busse rimediate in
cortile. Gli autori d’avventura hanno senso della storia anche quando
sembrano trasgredirla di brutto, o ignorarla beatamente: cosa mai sarebbe Il
Corsaro Nero senza il suo sfondo e l’ambientazione, senza quelle
improbabili dinastie in lotta feroce e gli anatemi non di un singolo
soltanto, ma di un popolo vendicativo?
Saremo un popolo geloso, noi italiani, figli della lupa
e della lupara, in marsina o giubbotto antiproiettile. Sempre gli stessi,
sempre quelli, come in un immaginario film di Sergio Leone intitolato C’era
una volta la Malesia, girato in Paradiso con l’assistenza del
capitan Emilio.
Giuseppe Lippi
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