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Gennaro Manna un cristiano da ricordare

a cura di Ferdinando Castelli


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L’autore di Il potere e la maschera, de La casa di Napoli (Premio Grinzane nel 1981) e di Adamo a Gaeta, fu sempre attento a denunziare le abdicazioni della coscienza in favore della dignità. L’inedita Tristezza a Getsemani.

Come dimenticarlo, Gennaro Manna (1922-90), amico sincero, uomo d’onore, cristiano impegnato, scrittore attento a denunziare le abdicazioni della coscienza in nome della dignità e della fedeltà? Nel 1973 pubblicò L’abdicazione: storia di due amici che abdicano alla lotta per la fedeltà agli impegni presi e si rifugiano l’uno in un atteggiamento sterile e rinunciatario, l’altro nel compromesso e nel politicume. Ne scrissi sulla Civiltà Cattolica in termini positivi: «Romanzo ricco d’impegno morale, coraggioso nella denunzia, intelligente nelle sue formulazioni di fondo. E anche policromo e brioso». Notavo anche alcuni cedimenti di struttura. Manna mi inviò la seguente lettera, in data 3 novembre 1973.

Gennaro Manna e Mario Pomilio.
Gennaro Manna e Mario Pomilio.

«Caro padre Castelli, le sono sinceramente grato per ciò che lei ha scritto sul mio libro. In fondo, per un uomo come me che non cerca il successo è di enorme consolazione essere compreso e un po’ apprezzato da chi segue la letteratura con serietà, onestà e autentica competenza. L’indagine da lei compiuta sul gioco delle coscienze dei personaggi che si rinviano l’un l’altro la propria incompletezza, in una trama di astio sordo, mi fa capire meglio di quanto sapessi prima in cosa consiste la loro effettiva abdicazione. La sua analisi mi permette di ricostruire gli stati d’animo che hanno accompagnato la scrittura del libro e mi fa piacere che lei abbia riconosciuto di non essere io incappato in una condanna "gridata" dei miei vinti. Certo, avrei potuto cercare ben altra solidità alla trama e alle strutture, ma forse la friabilità stessa dei protagonisti mi ha reso difficoltoso e forse irraggiungibile per le mie forze la possibilità di fare un disegno più ampio storico-psicologico come sarebbe stato necessario e avrei voluto. Sto scrivendo da dieci anni un altro libro sullo stesso tema ma in tono di favola e terrò presenti i suoi consigli. Grazie, grazie di nuovo di vero cuore, caro padre Ferdinando, per il giudizio estremamente positivo espresso sulla mia opera. Le confesso che ho atteso il suo scritto con una certa ansia e trepidazione. Buon lavoro, vive cordialità. Suo Gennaro Manna».

Il libro che stava scrivendo uscì nel 1977: Il potere e la maschera. In esso riprendeva i temi già affrontati, soprattutto sottolineava il compito dello scrittore: smascherare la mistificazione del potere e del sistema in nome della libertà che deve animare la cultura. Una cultura asservita è una cultura tradita. Era un convincimento che orientava le scelte e gli impegni di Manna. Seguirono altri romanzi, tra cui La casa di Napoli (1981) che ebbe il Superpremio Grinzane-Cavour, e Adamo a Gaeta (1990). Nello stesso anno scomparve tragicamente, nelle acque del Tevere. La stanchezza, fisica e psicologica, causata dalle disillusioni per le abdicazioni di uomini e di istituzioni, ebbe il sopravvento. La sua morte ce lo ha reso più caro e più vivo.

Elisa Manna, figlia dello scrittore, in un opuscolo dedicato al padre, ha reso nota una sua poesia (non sapevo che Manna fosse anche poeta) dal titolo Tristezza a Getsemani.

Ferdinando Castelli   

Gennaro Manna.
Gennaro Manna.

Tristezza a Getsemani (inedita)

Stasera Venerdì santo
son solo con mia moglie
che frigge i carciofi
per la Pasqua che passeremo in famiglia, al gran completo,
a Gaeta
nella casetta a vetrate
che mostra il soffice golfo
e alla fonda
la nave ammiraglia
della NATO.

Ieri abbiamo versato
la prima rata del condono edilizio:
con questa sanatoria
mi son messo in pace
con le lucciole
che a maggio punteggeranno
i crepuscoli di seta.

Non c’è più niente di straziante
della Tua tristezza a Getsemani.
Gli storpi, gli abbozzi del Cottolengo,
i santi, gli assassini
l’uomo dal fiore in bocca
le api col favo di miele
la vipera con la bollicina mortale
sul dente:
questa vita,
questo Tuo sangue
che s’è sparso nei nostri canali
in modo disuguale,
questa fu la Tua scommessa su noi
e la tua croce.
Fiat, fu l’ordine del Padre tuo
e noi venimmo a metterci in fila
secondo la nostra indole
e il corredo ereditario,
perché Tu volevi
smascherare il Nulla
rovistarlo
strappargli ogni ipotesi di vita
costasse anche il rischio del peccato.
E siamo ora ai tuoi piedi,
sotto la croce che non si tarla.

Se non puoi assegnarci un trofeo
per ciò che abbiamo saputo fare
della nostra vita,
trattaci, se puoi,
come il buon ladrone.
Parlasti d’amore
e a stento seguiamo il tuo invito
come le lucciole di maggio
insidiate dai veleni
degli anticrittogamici.

Quando dopodomani,
a Pasqua,
scopriremo il tegame
con l’agnello cotto con la scienza
degli avi abruzzesi
sentirò le campane per le valli
e i mari
e rabbrividiranno i nostri volti
per un sospiro d’ala
che ci sfiorerà appena
tra i pini e i limoni
noi che t’abbiamo deluso
ma che non sappiamo fare a meno di Te.

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