Marco Fantuzzi,
nel libro Per una storia della lingua della stampa automobilistica
italiana."Quattroruote" 1956-1999 (Roma, Bulzoni
editore, 1999), prende lo spunto da una considerazione innegabile: l’automobile
influisce molto sulla nostra vita. Si può dire che anche la nostra lingua
abbia risentito in maniera proporzionale della presenza dell’auto? Una
parte del lessico automobilistico è usata soprattutto dagli addetti ai
lavori: così scocca, semiasse, giunto, gicleur, roll bar. La
maggior parte dei termini, però, è patrimonio di tutti. Di recente,
commentando la revisione linguistica a cui è stata sottoposta la bolletta
dell’Enel (sulla quale è stato pubblicato un volume a cura di De Mauro
e Vedovelli), mi è capitato di rilevare che i revisori della bolletta
hanno preferito la forma «l’altra parte» per indicare il verso della
bolletta medesima; non hanno scritto «il retro del foglio», perché
retro non fa parte del lessico di base dell’italiano, ma, secondo il Gradit
(il dizionario diretto da De Mauro medesimo), è termine posseduto
solo da chi ha alle spalle studi medio-superiori. Non credo, però, che
molti ignorino il significato della retromarcia. Dunque il linguaggio
tecnico dell’automobile ha avuto anche la funzione di insegnare parole
nuove ai cittadini poco colti, i quali, infatti, specialmente se giovani,
sono generalmente in grado di parlare di automobili (così come di calcio)
con una buona padronanza del lessico specifico, pur se non l’hanno
imparato a scuola (non alla scuola pubblica, almeno: forse alla scuola di
guida, che è cosa radicalmente diversa). Sapranno dunque dire parabrezza,
e non solo "vetro davanti", lunotto termico, cinture di
sicurezza, mettere in folle, e magari molti arriveranno fino al
computer di bordo. In certi casi, non c’è dubbio, coesisteranno il
tecnicismo specialistico (spesso reso tale dal riconoscimento burocratico,
ad esempio nel Codice della strada) e il semi-tecnicismo più arcaico e
bonario. Magari sarà in vantaggio il secondo, come nella coppia freno
di stazionamento e freno a mano.

Fiat 508 Balilla sport (1933-37).
Come in molti altri casi, anche in questo la lingua
mostra la sua potenza, facendo convivere parole moderne con parole
antiche, delle quali nell’uso comune non cogliamo più l’arcaicità. L’automobile
è uno strumento tecnologicamente moderno, eppure in molte occasioni si
rivela ancora figlia della civiltà del trasporto con i cavalli. Non penso
solo ai cavalli del motore, di recente mandati in pensione, oggi
non più strumento per calcolare il costo fiscale dell’auto; c’è
anche il pirata della strada, ci sono le sellerie, cioè le
fodere interne, i materiali dei sedili, che ricordano appunto la sella e
le carrozze a cavalli, così come i fanali, per non parlare delle frecce,
sulle quali si sofferma anche Marco Fantuzzi, per far notare come ben
pochi oggi ricordino l’epoca in cui dal fianco della vettura si alzava
improvvisamente un bastoncino colorato, la freccia, appunto, la
quale, come un braccino alzato, avvertiva dell’intenzione dell’autista
o chauffeur (andava ancora di moda il francesismo) di svoltare a
destra o a sinistra. In realtà quel bastoncino non era affatto simile a
una freccia, ma il nome affondava le radici nel passato, anche se non in
riferimento all’arma, bensì all’indicazione di cammino su strade e
sentieri. Oggi alcune di queste parole arcaiche stanno mostrando segni di
cedimento di fronte a concorrenti tecnologici, per cui la freccia è
più comunemente l’indicatore di direzione (ma «metti la
freccia, cretino» resta tutt’ora più spiccio, e quindi freccia si
adatta al registro particolare dello "scontro verbale tra
automobilisti"). Quanto ai fanali o fari, sono ora
diventati gruppi ottici anteriori o posteriori, anche
perché sono composti da tante lampadine quante ne ha l’albero di
Natale.
Scorrendo il libro di Fantuzzi, che è un esame
sistematico della collezione completa della rivista Quattroruote,
il più autorevole giornale automobilistico italiano, si incontra il
problema della modernizzazione tecnologica del linguaggio dell’auto,
così come si incontra il problema dell’incidenza via via maggiore di
forestierismi non adattati, ormai quasi esclusivamente inglesi (un tempo
molte erano anche le parole francesi). Il numero di questi forestierismi
dovrebbe far riflettere coloro che continuano a irridere chi non giudica i
forestierismi una percentuale irrisoria nell’italiano moderno. Il
lessico automobilistico, il quale un tempo si costruiva anche sull’italiano
regionale del Nord Italia (come nel caso della scocca, nata dal
dialetto), oggi si sta globalizzando, e la globalizzazione è ovviamente
tutta in inglese, da station wagon (chi usa più giardinetta?
Però resiste ancora familiare, mai sulla bocca degli addetti ai
lavori, ovviamente) ad air bag. Ci possiamo consolare con le storie
divertenti dei falsi anglismi, come spider, che nessun anglosassone
intenderebbe se non nel senso di ragno (il significato
automobilistico è italianissimo), o clacson, che viene da una
marca di trombe per auto americana (Klaxon), ma non sarebbe
facilmente inteso in inglese.

Fiat Zero (1912). Le due foto
sono tratte da L’auto dipinta, Electa, 1992.
Veniamo al problema a cui accennavo all’inizio: quanta
parte della lingua automobilistica si è generalizzata, uscendo dall’àmbito
tecnico? Fantuzzi offre un interessante elenco di parole ed espressioni
che ricorrono metaforicamente nella nostra lingua comune, anche quando non
stiamo parlando di automobili e di motori. Si pensi a ripresa, frenata,
sorpasso, sbandare, mettere in carreggiata, senso unico, battere in testa,
essere su di giri, andare a tutto gas, essere in panne, fare il pieno,
essere sbiellato, essere targato in qualche modo ecc. ecc., fino alla
recente fortuna (ormai al tramonto, però) di rottamare, che dalle
auto è passato a molti generi diversi di elettrodomestici e oggetti in
vendita. L’elenco delle parole che si sono diffuse al di là del loro
significato originario è lungo, ma ci si aspetterebbe che l’incidenza
del lessico automobilistico fosse anche maggiore.
C’è un solo aspetto della lingua automobilistica che
non trovo ampiamente trattato nel libro di Fantuzzi: quello dei nomi dell’auto.
Non mi riferisco tanto ai nomi dei modelli, tema al quale è dedicato
qualche accenno, sulla base della distinzione proposta da Gian Luigi
Beccarla tra nomi "caldi" e nomi "freddi".
"Caldi" sono i nomi che esplicitamente evocano qualità, come Fuego,
Bora, Scorpion, la forza della velocità, ma anche Topolino,
piccolezza intesa affettivamente, o Bravo, l’elogio (allo stesso
tempo bravo è internazionale, grazie alla fortuna del teatro
italiano nel mondo). "Freddi" sono quelli che si risolvono nella
sigla impersonale e tecnologica, come A4, A3, o nelle lettere
greche (Gamma, Delta). Mi riferisco invece ai nomi con cui parliamo
della nostra automobile con amore o con disprezzo: la nostra vecchia
fedele può essere una caffettiera, un macinino, in certi
casi anche un catorcio, una bagnarola (adatto soprattutto
alle vecchie imbarcazioni), un vecchio catenaccio.
Claudio Marazzini