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Automobili e parole di ogni giorno

di Claudio Marazzini


   Letture n.569 agosto-settembre 2000 - Home Page

La maggior parte dei termini automobilistici è patrimonio comune, non solo degli addetti ai lavori: tutti sanno cosa sono la retromarcia e il parabrezza, anche se pochi ricordano l’origine arcaica di frecce e fanali.

Marco Fantuzzi, nel libro Per una storia della lingua della stampa automobilistica italiana."Quattroruote" 1956-1999 (Roma, Bulzoni editore, 1999), prende lo spunto da una considerazione innegabile: l’automobile influisce molto sulla nostra vita. Si può dire che anche la nostra lingua abbia risentito in maniera proporzionale della presenza dell’auto? Una parte del lessico automobilistico è usata soprattutto dagli addetti ai lavori: così scocca, semiasse, giunto, gicleur, roll bar. La maggior parte dei termini, però, è patrimonio di tutti. Di recente, commentando la revisione linguistica a cui è stata sottoposta la bolletta dell’Enel (sulla quale è stato pubblicato un volume a cura di De Mauro e Vedovelli), mi è capitato di rilevare che i revisori della bolletta hanno preferito la forma «l’altra parte» per indicare il verso della bolletta medesima; non hanno scritto «il retro del foglio», perché retro non fa parte del lessico di base dell’italiano, ma, secondo il Gradit (il dizionario diretto da De Mauro medesimo), è termine posseduto solo da chi ha alle spalle studi medio-superiori. Non credo, però, che molti ignorino il significato della retromarcia. Dunque il linguaggio tecnico dell’automobile ha avuto anche la funzione di insegnare parole nuove ai cittadini poco colti, i quali, infatti, specialmente se giovani, sono generalmente in grado di parlare di automobili (così come di calcio) con una buona padronanza del lessico specifico, pur se non l’hanno imparato a scuola (non alla scuola pubblica, almeno: forse alla scuola di guida, che è cosa radicalmente diversa). Sapranno dunque dire parabrezza, e non solo "vetro davanti", lunotto termico, cinture di sicurezza, mettere in folle, e magari molti arriveranno fino al computer di bordo. In certi casi, non c’è dubbio, coesisteranno il tecnicismo specialistico (spesso reso tale dal riconoscimento burocratico, ad esempio nel Codice della strada) e il semi-tecnicismo più arcaico e bonario. Magari sarà in vantaggio il secondo, come nella coppia freno di stazionamento e freno a mano.

Fiat 508 Balilla sport (1933-37).
Fiat 508 Balilla sport (1933-37).

Come in molti altri casi, anche in questo la lingua mostra la sua potenza, facendo convivere parole moderne con parole antiche, delle quali nell’uso comune non cogliamo più l’arcaicità. L’automobile è uno strumento tecnologicamente moderno, eppure in molte occasioni si rivela ancora figlia della civiltà del trasporto con i cavalli. Non penso solo ai cavalli del motore, di recente mandati in pensione, oggi non più strumento per calcolare il costo fiscale dell’auto; c’è anche il pirata della strada, ci sono le sellerie, cioè le fodere interne, i materiali dei sedili, che ricordano appunto la sella e le carrozze a cavalli, così come i fanali, per non parlare delle frecce, sulle quali si sofferma anche Marco Fantuzzi, per far notare come ben pochi oggi ricordino l’epoca in cui dal fianco della vettura si alzava improvvisamente un bastoncino colorato, la freccia, appunto, la quale, come un braccino alzato, avvertiva dell’intenzione dell’autista o chauffeur (andava ancora di moda il francesismo) di svoltare a destra o a sinistra. In realtà quel bastoncino non era affatto simile a una freccia, ma il nome affondava le radici nel passato, anche se non in riferimento all’arma, bensì all’indicazione di cammino su strade e sentieri. Oggi alcune di queste parole arcaiche stanno mostrando segni di cedimento di fronte a concorrenti tecnologici, per cui la freccia è più comunemente l’indicatore di direzione (ma «metti la freccia, cretino» resta tutt’ora più spiccio, e quindi freccia si adatta al registro particolare dello "scontro verbale tra automobilisti"). Quanto ai fanali o fari, sono ora diventati gruppi ottici anteriori o posteriori, anche perché sono composti da tante lampadine quante ne ha l’albero di Natale.

Scorrendo il libro di Fantuzzi, che è un esame sistematico della collezione completa della rivista Quattroruote, il più autorevole giornale automobilistico italiano, si incontra il problema della modernizzazione tecnologica del linguaggio dell’auto, così come si incontra il problema dell’incidenza via via maggiore di forestierismi non adattati, ormai quasi esclusivamente inglesi (un tempo molte erano anche le parole francesi). Il numero di questi forestierismi dovrebbe far riflettere coloro che continuano a irridere chi non giudica i forestierismi una percentuale irrisoria nell’italiano moderno. Il lessico automobilistico, il quale un tempo si costruiva anche sull’italiano regionale del Nord Italia (come nel caso della scocca, nata dal dialetto), oggi si sta globalizzando, e la globalizzazione è ovviamente tutta in inglese, da station wagon (chi usa più giardinetta? Però resiste ancora familiare, mai sulla bocca degli addetti ai lavori, ovviamente) ad air bag. Ci possiamo consolare con le storie divertenti dei falsi anglismi, come spider, che nessun anglosassone intenderebbe se non nel senso di ragno (il significato automobilistico è italianissimo), o clacson, che viene da una marca di trombe per auto americana (Klaxon), ma non sarebbe facilmente inteso in inglese.

Fiat Zero (1912).
Fiat Zero (1912). Le due foto sono tratte da L’auto dipinta, Electa, 1992.

Veniamo al problema a cui accennavo all’inizio: quanta parte della lingua automobilistica si è generalizzata, uscendo dall’àmbito tecnico? Fantuzzi offre un interessante elenco di parole ed espressioni che ricorrono metaforicamente nella nostra lingua comune, anche quando non stiamo parlando di automobili e di motori. Si pensi a ripresa, frenata, sorpasso, sbandare, mettere in carreggiata, senso unico, battere in testa, essere su di giri, andare a tutto gas, essere in panne, fare il pieno, essere sbiellato, essere targato in qualche modo ecc. ecc., fino alla recente fortuna (ormai al tramonto, però) di rottamare, che dalle auto è passato a molti generi diversi di elettrodomestici e oggetti in vendita. L’elenco delle parole che si sono diffuse al di là del loro significato originario è lungo, ma ci si aspetterebbe che l’incidenza del lessico automobilistico fosse anche maggiore.

C’è un solo aspetto della lingua automobilistica che non trovo ampiamente trattato nel libro di Fantuzzi: quello dei nomi dell’auto. Non mi riferisco tanto ai nomi dei modelli, tema al quale è dedicato qualche accenno, sulla base della distinzione proposta da Gian Luigi Beccarla tra nomi "caldi" e nomi "freddi". "Caldi" sono i nomi che esplicitamente evocano qualità, come Fuego, Bora, Scorpion, la forza della velocità, ma anche Topolino, piccolezza intesa affettivamente, o Bravo, l’elogio (allo stesso tempo bravo è internazionale, grazie alla fortuna del teatro italiano nel mondo). "Freddi" sono quelli che si risolvono nella sigla impersonale e tecnologica, come A4, A3, o nelle lettere greche (Gamma, Delta). Mi riferisco invece ai nomi con cui parliamo della nostra automobile con amore o con disprezzo: la nostra vecchia fedele può essere una caffettiera, un macinino, in certi casi anche un catorcio, una bagnarola (adatto soprattutto alle vecchie imbarcazioni), un vecchio catenaccio.

Claudio Marazzini

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