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I premi letterari.

"Ricercare", l’antipremio dei giovani

di Roberto Carnero


   Letture n.569 agosto-settembre 2000 - Home Page

"Ricercare" non è esattamente un premio letterario: si propone infatti come un "laboratorio di nuove scritture" il cui carattere sperimentale e piuttosto anti-establishment non favorisce molto l’accoglienza dei suoi autori presso le giurie dei premi tradizionali. Varato nel 1993 su iniziativa di Nanni Balestrini e Renato Barilli, i quali volevano celebrare il trentennale del Gruppo 63, e sponsorizzato dal Comune di Reggio Emilia, questo incontro, organizzato con cadenza annuale, si è proposto da allora come un appuntamento unico nel suo genere in Italia. La formula è sempre la stessa: un gruppo di narratori e poeti, per lo più giovani e inediti, selezionati da un comitato tecnico (il cui "nucleo" è costituito, oltre che da Balestrini e Barilli, anche da Ivano Burani e Giuseppe Caliceti), viene invitato a leggere i propri testi, da sottoporre in sala al giudizio istantaneo di critici ed esperti.

Niccolò Ammaniti.
Niccolò Ammaniti.

Ma Ricercare è frequentato anche dagli editori e dai direttori delle principali collane di narrativa italiana, alla ricerca di nuovi talenti e di autori emergenti da inserire nei propri progetti editoriali. Insomma: oltre che un luogo di elaborazione e discussione di un lavoro creativo, Ricercare è anche, per chi scrive, un’ottima vetrina in cui presentare i propri prodotti con la speranza che vengano notati da qualcuno. Ciò è accaduto nelle passate edizioni, perché è stato proprio a Ricercare che si è definita la poetica dei "cannibali" o "pulp" (Nove, Scarpa, Ammaniti, Pinketts, Galiazzo, ecc.). Comunque si valuti questo fenomeno letterario in termini di giudizio di valore, va riconosciuto che si tratta di una corrente con cui si è dovuto fare i conti in queste ultime annate di narrativa italiana. E proprio a Ricercare va il merito – o il demerito – di averne prodotto la costituzione, come mostrano i curatori dell’antologia Narrative Invaders (Torino, Edizioni Testo e Immagine, 2000, pagg. 226, lire 34.000), che cerca di tracciare un bilancio dei primi anni dell’iniziativa.

Andrea G. Pinketts.
Andrea G. Pinketts.

Non sempre però i criteri che presiedono alla selezione dei testi appaiono condivisibili. Si ha l’impressione che essi rimangano legati all’idea, già neo-avanguardistica, di una letteratura che deve essere a tutti i costi sperimentale e trasgressiva sul piano stilistico. La novità in quanto tale e spesso solo fine a sé stessa è l’elemento che si cerca nei testi. Tuttavia quello che era nuovo negli anni Sessanta, oggi appare un po’ obsoleto, e lo sperimentalismo finisce facilmente con lo scadere in mero formalismo. Del resto, sembra anche che non venga tenuto nella debita considerazione un aspetto fondamentale del circuito letterario: cioè il pubblico. Con autori, e – aggiungiamo – critici, così autocompiaciuti dei propri giochi letterari, la letteratura rischia di diventare un passatempo salottiero adatto soltanto agli addetti ai lavori, lasciando invece indifferente o addirittura respingendo i lettori potenziali. È così che durante l’edizione di quest’anno un testo come quello di Silvia Cassioli ha raccolto il plauso di Maria Corti e di molti dei critici presenti. Esso cercava di restituire il parlato dei suoi personaggi attraverso una mimesi totale, ma i risultati erano quanto meno discutibili: mancava del tutto di ritmo e di un benché minimo interesse narrativo da cui il lettore fosse spinto a proseguire nella lettura. In altre parole, un esercizio probabilmente preciso, ma totalmente freddo e insignificante.

Aldo Nove.
Aldo Nove.

Più validi sono apparsi invece altri testi, come quello del bolognese Lorenzo Marzaduri, un outsider ormai di 45 anni, che ha presentato un frammento di romanzo a cui il forte radicamento, anche letterario, nel proprio territorio d’origine conferiva un carattere di verità e di autenticità. O quello di Marco Broggi, che raccontava con uno sguardo lucidamente allucinato gli orrori televisivi e massmediali a cui siamo purtroppo assuefatti. O ancora il brano duro, stilisticamente efficace, letto da Beatrice Ferretti, che metteva in campo una narrazione non necessariamente autobiografica, ma in cui si aveva l’impressione di notare il coinvolgimento di una voce fortemente personale.

Insomma: quest’ultima è la direzione che Ricercare potrebbe e dovrebbe sempre più assumere nelle future edizioni, se vuole continuare ad avere un ruolo propulsivo per far uscire la narrativa italiana dalla crisi cronica di lettori in cui versa da tempo.

Roberto Carnero

      

Strati: «I premi non migliorano i libri»
  • Come ricorda il Campiello 1977 che la consacrò vincitore con Il selvaggio di Santa Venere (Mondadori)?

Saverio Strati, Campiello 1977.«Lo ricordo con grande piacere, anche perché fu per me una sorpresa: io non credevo affatto di uscirne vincitore. E poi si trattò di una conferma, data da lettori di valore, a un libro per me importante, al quale tenevo moltissimo».

  • Secondo lei, il ruolo dei premi è molto cambiato nei vent’anni e oltre che ci dividono da quel SuperCampiello?

«Sì, certo: un tempo c’era più qualità, sia nelle giurie, sia nei libri. Adesso non seguo più i premi, perché li trovo privi di interesse. Io ho vinto diversi premi, ma non è che abbiano aggiunto o tolto qualcosa alla bellezza e alla poesia che c’erano o non c’erano nei miei libri. D’altronde ci sono stati grandi scrittori come Giovanni Verga che non hanno mai avuto riconoscimenti di questo tipo».

  • Guardando da una prospettiva puramente esteriore, sembra che all’assegnazione del Campiello sia seguita una fase di rarefazione del suo lavoro e della sua presenza. Il premio ebbe dunque un risvolto negativo?

«No, assolutamente. Quello che è accaduto dopo corrispondeva ai tempi e alle esigenze profonde del mio lavoro di scrittore».

Daniele Piccini

   

Maggiani: «Ho venduto tanto»

  • Maurizio Maggiani: Il suo libro Il coraggio del pettirosso (Feltrinelli) mise d’accordo nel 1995, come l’anno primo Sostiene Pereira di Tabucchi, le giurie del Viareggio e del Campiello. Da lì nella sua vicenda di scrittore qualcosa è cambiato…

«Certo, dal punto di vista della carriera è cambiato tutto. Ero un autore che stampava 5.000 copie a libro, adesso ne tiro 40.000 in prima edizione. Il libro aveva cominciato a camminare da solo, nel1995: Maggiani vince il Campiello e il Viareggio. senso che dopo le prime 5.000 copie, avevo avuto una seconda tiratura di 3.000, segno che c’era stato un passaparola. I premi comunque hanno avuto un ruolo fondamentale. Pensi che a settembre, dopo il Viareggio, ho venduto altre 20.000 copie e 80.000 dopo il Campiello. A cui sono da aggiungere quelle stampate dal Club degli Editori e quelle dell’edizione economica. Insomma, qualcosa è scattato».

  • Un’alchimia che ha fatto del libro premiato un libro di grande fortuna. Non sempre è così…

«Già. Non è stata la storia standard di un premio andato bene. Tanto più che io il Campiello non pensavo di vincerlo, dopo l’assegnazione del Viareggio e dopo che l’anno precedente era stato premiato un altro libro Feltrinelli. E invece… Un po’ della fortuna forse è stata anche merito del mio atteggiamento. Sul palco, mi hanno messo in mano la targa di cristallo con l’argento massiccio e io l’ho gettata in aria. Tanta gente in Tv ha visto non uno scrittore (forse non lo sono mai stato), ma un "belinone", una persona che ha avuto fortuna e lo fa vedere con un gesto non di circostanza. Gli hanno voluto bene e hanno comprato il libro. Forse si è trattato anche di questo».

  • Se dovesse scrivere un manuale per chi partecipa ai premi, quale consiglio darebbe?

«Non ho consigli per nessuno, nemmeno per me. A un partecipante direi di stare ad aspettare, sempre che non ci siano trucchi. Quando mi sono accorto che c’erano dei giochi, mi sono tirato indietro. È successo nel ’99 con il Bancarella, che ho rifiutato pur avendolo vinto con La regina disadorna (Feltrinelli)».

d.pic.

   

Ongaro: «Il problema è defilarsi»
  • Che svolta ha portato il SuperCampiello 1986 per La partita (Longanesi)?

«Mi ha dato un po’ più di sicurezza interiore e di visibilità sociale. Il fatto è che io, per carattere, per pudore, tendo aAlberto Ongaro, Campiello 1986. "vanificare" i successi ottenuti. Mi spiego: dopo quell’affermazione fui al centro di una serie di attenzioni, ricevetti inviti importanti rispetto ai quali mi defilai. Il risultato alla fine si è visto poco, perché io non sono portato ad andare in giro con l’etichetta dello scrittore che ha vinto il tal premio. Mentre c’è chi è capace di sfruttare di più l’occasione».

  • Sul significato più o meno effimero dei premi, viene in mente il senso di inutilità registrato da Pavese nel suo diario all’indomani del premio Strega…

«Mah, uno è soddisfatto di aver vinto, poi si butta tutto alle spalle. Semplicemente, si vende di più finché dura l’onda: bisognerebbe vincere un premio ad ogni libro, e questo, francamente, è un po’ difficile. Poi io mi sono messo a fare cose diverse, ad esempio qualche sceneggiatura (da ultimo I miei più cari amici, scritta a quattro mani con Alessandro Benvenuti, ndr): un mio vecchio sogno di gioventù».

d.pic.

   

Barbero: «Non mi faccio illusioni»

  • Alessandro Barbero: La sua affermazione da esordiente nello Strega 1996 con Bella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori) non le ha paradossalmente creato qualche problema, magari caricandola di responsabilità?

«Da un lato il premio Strega è stato la realizzazione delle mie speranze. Dall’altro ha significato la scoperta degli aspetti meno Barbero, Strega ’96.positivi, più "corrotti" dell’ambiente critico-letterario. Ad esempio, il fatto che ci si aspetti che uno scrittore, dopo aver vinto un premio importante, sia pronto a sfornare per l’anno successivo un nuovo libro. Già qualcuno ha detto: avete visto che vincere il premio Strega non significa nulla? Barbero, ad esempio, è scomparso. Ma sarà ben libero uno scrittore di seguire i propri ritmi!».

  • Il fatto che il suo secondo libro, Romanzo russo: Fiutando i futuri supplizi (Mondadori, 1998), abbia avuto un destino diverso, dunque, non l’ha turbata più di tanto…

«Certo, uno scrittore desidererebbe sempre ottenere insieme l’apprezzamento della critica e il successo del pubblico, quindi delle vendite. Il mio secondo romanzo ha avuto delle belle recensioni, ma ha venduto poco. Però si impara presto, stando in questo mondo, a prendere le cose in modo filosofico. Proprio la "scuola" del premio Strega mi ha insegnato a conoscere le attese, i giochi delle case editrici e in certo modo a prenderne pacatamente le distanze, a non farmi troppe illusioni».

  • Crede che i premi riescano a fotografare il meglio della produzione letteraria?

«I premi colgono le cose che ognuno di noi può riuscire a cogliere. Però sono preda di alcune questioni irrisolte. La prima è il contrasto fondamentale in letteratura fra l’effimero e il duraturo. Noi oggi abbiamo ben poco presente chi siano i più importanti autori viventi; fra cinquant’anni le idee saranno molto più chiare, chiarissime fra cento. Detto questo, i premi riescono comunque a mettere in luce il grosso delle cose buone prodotte. Sono, insomma, una fotografia ragionevole di un’annata letteraria, senza per questo che i giudizi debbano coincidere con quelli della storia».

d.pic.

    

Doninelli: «Cavalli sì e cavalli no»
  • Lei ha vinto il Grinzane Cavour nel 1995 con un libro "difficile", di racconti, come Le decorose memorie (Garzanti). Dunque i premi, o almeno alcuni premi, riescono a puntare sulla qualità e la ricerca letteraria?

«I premi tengono conto di numerosi fattori. Certo, compiono l’onesto tentativo di premiare la qualità, oppure di mettere inLuca Doninelli, Grinzane 1995. evidenza figure emergenti, autori di una nuova generazione, ma devono fare i conti anche con questioni di politica editoriale. Qualche volta indovinano il cavallo, qualche volta no. Spesso comunque fanno a cazzotti con il mercato: così vengono premiati libri di cui in pochi si erano accorti; oppure vendono moltissimo titoli che non ricevono premi».

  • Alcuni suoi colleghi hanno un atteggiamento apertamente critico verso i premi, fino a rifiutarsi di partecipare. Lei che cosa ne pensa?

«Attraverso i premi, a parte gli esiti, ho conosciuto tante persone che erano degnissime di essere conosciute, degli amici. Non vedo perché non dovrei andare. È vero, non sono il massimo della vita, ma non capisco nemmeno lo snobismo di chi non vi partecipa. Insomma, il loro non mi sembra un atteggiamento limpidissimo, forse nel rifiuto c’è anche una componente di paura».

d.pic.

   

Erba: «I premi fanno decisamente bene»

  • Lei si è aggiudicato alcuni dei più importanti premi italiani per la poesia, tra cui il Viareggio (1980) per il Nastro di Moebius (Mondadori) e il Bagutta (1988) per Il tranviere metafisico (Scheiwiller). Come li ha vissuti?

«Li ho accolti tutti, per mancanza di preparazione e per una certa Luciano Erba: Viareggio e Bagutta. ingenuità, con grande sorpresa. Salvo il Viareggio del 1980, che forse ebbe il valore di una restituzione. Nel 1960, infatti, con Il male minore (Mondadori), ero il favorito numero uno. Ma allora Ungaretti si diede un gran da fare per un nome che gli interessava (credo fosse quello di Biagia Marniti) e creò una situazione di conflitto, che ci danneggiò entrambi. Così il vincitore fu Volponi».

  • Visto che non servono molto a far vendere copie, come invece avviene per quelli destinati alla narrativa, che valore hanno i premi dedicati alla poesia?

«Vengono incontro alla personalità del poeta che, per sua natura, è spesso ammalato di vanità e bisognoso di riconoscimenti. Il poeta (e parlo naturalmente per esperienza) è uno che ha sempre l’impressione di essere isolato, oscuro, mal compensato. I premi lo remunerano e inoltre rappresentano una conferma di cui possono tener conto gli antologisti».

  • Un aneddoto curioso legato a un premio a cui ha partecipato…

«Mi ricordo la timidezza di Bartolo Cattafi, che ebbe vergogna, alla consegna di un premio degli anni Sessanta, di leggere i suoi versi (una delle liturgie dei premi di poesia). Li fece leggere a un altro, con risultati non molto felici».

d.pic.

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