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| Il gran salto
nella modernità di Giovanni D’Alessandro |
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Vi è un legame molto stretto e non adeguatamente sottolineato tra la poesia di Thomas Stearns Eliot (1888-1965), il maggior poeta anglosassone del ’900, e la poesia di Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.). I latinisti, quando scrivono della fortuna di quest’ultimo nei secoli, citano i trovatori e la poesia didascalica del Roman de la Rose, Dante, Petrarca, Boccaccio e, tra gli inglesi, Shakespeare, Donne, Milton; ma dimenticano quasi sempre T.S. Eliot, il quale invece si professò costantemente debitore del poeta di Sulmona. Eliot divenne famoso dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1922 su una rivista, del poema La terra desolata. Poco dopo, il poema fu ristampato in un volume che comprendeva delle note; scabre, capricciose, tutt’altro che complete, ma estremamente interessanti per quanto attiene al suo rapporto con Ovidio. Le note sono tre, ma la prima e la terza sono meno rilevanti. Commentando i versi 99 e seguenti di Una partita a scacchi (seconda parte de La terra desolata), Eliot si limita a rinviare con poche parole a: «Ovidio, Metamorfosi, VI. Filemone e Bauci» (in realtà Filomela e Tereo: si tratta dell’episodio del sesto libro delle Metamorfosi, in cui si narra come Filomela subisca violenza dal "re barbaro" Tereo, suo cognato, il quale le mozza poi la lingua perché non possa farne parola; ma Filomela si vendica, aiutata dalla sorella, e gli imbandisce a tavola le carni del figlioletto ucciso, per trasformarsi infine in uccello dal canto melodioso). Il tema della violenza sessuale è ricorrente in Ovidio ed è caratterizzato dagli opposita dello stupro/silenzio, cui fanno da contrappasso la vendetta gridata al mondo e una catartica sublimazione nel canto. Il Venditore d’Uva Passa Il rinvio di Eliot all’episodio di Filomela è utile perché dimostra che egli vi aveva ben ravvisato il paradigma degli altri episodi simili che ricorrono nella poesia ovidiana. Sempre a Filomela Eliot fa riferimento, in termini ancor più ridotti, nella nota al verso 428 di Ciò che disse il tuono, ultima parte de La terra desolata. Dopo aver ripreso nel doppio vocativo: «O swallow swallow» il chelidon (la rondine) del Pervigilium veneris, rinvia alla seconda e alla terza parte del poema. Ma la nota più importante è quella dedicata ai versi 218 e seguenti de Il sermone del fuoco (terza parte, appunto, dell’opera). Si tratta della più lunga di tutte le note di Eliot, ha anch’essa un tema sessuale e riguarda l’indovino Tiresia, il quale partecipa della doppia natura di maschio e di femmina, è cieco, ha il dono della divinazione ed è assunto in una serie di valenze simboliche, tra cui quella di testimone del degrado dell’attuale società. Ne Il sermone del fuoco Tiresia assiste non visto (e senza essere impedito dalla cecità) all’accoppiamento di un anonimo impiegato con una dattilografa, consumato in uno squallido appartamento, intessendovi una trenodia. La figura di Tiresia viene a Eliot anch’essa dalle Metamorfosi ovidiane ed è lo stesso poeta a parlarne: «Tiresia, benché sia semplicemente uno spettatore e non un "protagonista", è il personaggio più importante del poema, poiché funge da raccordo per tutti gli altri. Esattamente come il Mercante con un Occhio Solo, Venditore d’Uva Passa, si fonde col Marinaio Fenicio, e quest’ultimo non è completamente distinto da Ferdinando, principe di Napoli» – Eliot parla qui delle altre figure simboliche de La terra desolata –, «così tutte le donne sono una sola donna e i due sessi s’incontrano in Tiresia. Ciò che Tiresia vede, infatti, è la sostanza del poema. L’intero passo di Ovidio è di grande interesse antropologico: ..Cum Iunone iocos et "Maior vestra profecto est / Quam, quae contingit maribus", dixisse, "voluptas"; / Illa negat; placuit quae sit sententia docti / Quaerere Tiresiae: Venus huic erat utraque nota. / Nam duo magnorum viridi coeuntia silva / Corpora serpentum baculi violaverat ictu. / Deque viro factus, mirabile, femina septem / Egerat autumnos; octavo rursus eosdem / Vidit et "est vestrae si tanta potentia plagae», / Dixit, «ut auctoris sortem in contraria mutet, / Nunc quoque vos feriam!"; percussis anguibus isdem, / Forma prior rediit genetivaque venit imago. / Arbiter hic igitur sumptus de lite iocosa / Dicta Iovis firmat; gravius Saturnia iusto / Nec pro materia fertur doluisse suique / Iudicis aeterna damnavit lumina nocte. / At pater omnipotens (neque enim licet inrita cuiquam / Facta dei fecisse deo) pro lumine adempto / Scire futura dedit poenamque levavit honore». ...Scherzando – Giove – con Giunone, "certo è più forte", disse, "il vostro / piacere sessuale di quello che ai maschi è dato di provare"; / lei dice di no; si stabilisce allora di domandare chi abbia ragione al dotto / Tiresia. A lui erano noti entrambi i tipi di piacere: / un tempo aveva infatti separato con un colpo di bastone / i corpi di due grandi serpenti che si accoppiavano nel folto della foresta / e da maschio che era – cosa stupefacente – s’era trasformato in femmina, tale rimanendo per sette anni; / all’ottavo, rimbattutosi negli stessi serpenti, «se avete potere», / aveva esclamato, «di mutare in senso opposto la sorte riservata a chi vi percuota / ecco, lo rifarò!» e, colpitili / era stato restituito alla sua prima forma e al suo sesso originario. / Nominato dunque arbitro della controversia scherzosa, diede ragione a Giove; cosa di cui Giunone, dicono, si adontò e dispiacque oltre misura, fino al punto di condannarlo a una perenne cecità. / Ma il padre onnipotente degli dèi (a cui pur non è dato, in ogni caso, di vanificare l’operato di un’altra divinità) per compensare Tiresia della vista sottratta /gli diede il dono di conoscere il futuro, alleviandogli con tale grazia il castigo)». Abbiamo visto con quali accenti si esprima Eliot a proposito di Tiresia e del suo ruolo ne La terra desolata: «Tiresia... è il personaggio più importante del poema, poiché funge da raccordo per tutti gli altri. I due sessi s’incontrano in lui... Ciò ch’egli vede, è la sostanza del poema». Gli studiosi sanno anche che la figura dell’indovino era stata tra l’altro oggetto, nel carteggio tra T.S. Eliot ed Ezra Pound, di un vibratissimo intervento operato da quest’ultimo (sulla versione originaria de La terra desolata, il cosiddetto Facsimile), col quale s’imponeva a Eliot di cancellare ogni altra figura profetica che non fosse quella ovidiana, perché quest’ultima risaltasse in assoluto. Tiresia è dunque una figura totalizzante, nodale, carica di simboli e di anfibologie sessuali/spirituali in cui si cela, verosimilmente, la più profonda chiave di decriptazione del poema eliottiano.
Un precursore di Freud? Ma perché Eliot scelse Tiresia per farne, secondo la sua stessa ammissione, la figura nodale de La terra desolata? Cosa lo sedusse in quel personaggio e perché? Quali tratti, descritti dal poeta delle Metamorfosi, deflagrarono in lui come veicolatori di un formidabile simbolismo? Fu Ovidio un prefreudiano? O lo considerò tale Eliot, interpretando i suoi personaggi (Filomela, Tereo, Tiresia soprattutto) in chiave psicanalitica, parallelamente all’operazione che Freud compiva, in quegli anni, sui miti greci? Sono tutte domande che non ammettono una risposta univoca, ma una pluralità di risposte singole, ciascuna delle quali apportatrice di un contributo minimo, magari, ma attendibile. Così, alla domanda – volutamente atecnica e provocatoria – se Ovidio fosse «un prefreudiano», si può rispondere di sì, per la centralità che il poeta sulmonese assegnò all’eros e che Eliot puntualmente vi colse. Andrebbe anzi detto che, per questa via, Ovidio continua ad affascinare i moderni; è infatti adeguato al loro passo (quando non li precede col suo); dove non fa sfoggio di erudizione mitologica, dove non si lascia soverchiare dalla leziosità, parla una lingua antica e moderna, perché senza tempo. Attinge infatti all’universale; all’eros universale, precisamente, approdando a quella divinazione nello scandalo che sarà concessa a pochi altri spiriti eletti e febbrili, come Lawrence o Rimbaud. Malizie e inganni finti Probabilmente Ovidio stregò Eliot per l’indagine sulle dimensioni psichiche dell’eros. Finse infatti di descriverlo – nell’Ars amatoria, come negli altri poemi amorosi – sotto il profilo delle malizie e degli inganni, pavoneggiandosi come "maestro d’amore", ma in realtà ne effettuò un’anatomizzazione minuta, dietro modi apparentemente frivoli. Forse per questo, con la compiutezza raggiunta nelle Metamorfosi, fece breccia nell’animo dell’inquieto anglosassone. Sottolineare la mutuazione costante, esplicita, fertilissima di Eliot da Ovidio; rimarcare la captazione della componente psicanalitica della sua opera che egli per primo operò, rivivendola in chiave modernissima e derivandone "la sostanza" de La terra desolata, era doveroso in questo 2000, che apre i bimillenari più importanti della produzione ovidiana. g.d’al.
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