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Ovidio ed Eliot.

   
Gli oscuri motivi dell’esilio

di Giovanni D’Alessandro


   Letture n.565 marzo 2000 - Home Page

Duemila anni dall’Ars Amatoria di Ovidio, che si compiono in questi giorni. Duemila anni dal capolavoro, che al sulmonese frutterà sette anni di gloria e grazia, a Roma, e la disgrazia per il resto della vita, con la condanna all’esilio nella barbarica Tomi sul Ponto Eusino (il Mar Nero) – quando l’ira di Augusto si abbatterà nell’8 d.C. su di lui, cacciandolo dall’Urbe e mettendo al bando quest’opera dalle biblioteche pubbliche.

Ovidio sarà esiliato in una notte, la cui tristissima imago lo ossessionerà come un incubo. Non rivedrà più la moglie, che non lo seguirà. I motivi della condanna resteranno oscuri, alimentando un giallo a tutt’oggi irrisolto. Prima di morire, senza avere mai smesso d’implorare – invano – la grazia di una revisione della condanna, il sulmonese, prodigo normalmente di notizie su di sé, farà un’implicita ammissione di colpa parlando di carmen (componimento, poesia: l’Ars Amatoria, con ogni probabilità) et error, di uno sbaglio, da lui commesso al riguardo; ma non spiegherà in che cosa consisteva l’errore.

Le Metamorfosi di Ovidio: illustrazione del 1543.
Le Metamorfosi di Ovidio: illustrazione del 1543.

Doveva trattarsi di qualcosa accaduto nella cerchia imperiale, che forse aveva coinvolto Giulia (la quale di lì a poco verrà infatti anch’essa esiliata dallo zio Augusto per sfrenatezza di costumi). L’aveva Ovidio ritratta, magari col suo consenso, in qualcuna delle "lupe" avide di agnelli? Aveva adombrato un episodio relativo alla famiglia imperiale in qualche scena dell’Ars, dandola in pasto all’Urbe? Era stato galeotto, con la sua libertina opera, favorendo tresche o vantandosene? Tutte le ipotesi sono state avanzate. Qualcuno ha anche sostenuto che era entrato a contatto con un gruppo di congiurati, ma non ci sono prove. La ragione del suo allontanamento non si conoscerà mai. Il segreto morirà col poeta, nel 17 d.C., in una regione ai confini dell’impero.

Ars amatoria dunque (o Ars amandi, come la chiama qualcuno, ricavandone il nome da due parole del primo verso): origine dell’ascesa e caduta di Ovidio. Il bimillenario dell’opera è una ricorrenza che non deve passare inosservata. Infatti i versi del poeta, proprio in questi mesi, tenevano banco, venti secoli fa, nella caput mundi. In essi si identificava una Roma frivola, smaliziata, amorale – più che immorale – nei suoi costumi, eleggendo il nostro ad arbitro dell’elegante arte della seduzione e citandolo, copiandalo (ebbe già in vita emuli fieri di definirsi "ovidiani") in quelli che oggi si chiamerebbero "salotti buoni", o meglio "salotti attaccati alle stanze del potere".

Il monumento a Ovidio nel centro di Sulmona, città natale. 

Il monumento a Ovidio 
nel centro di Sulmona, 
città natale. 

Il fuoco sottile dei suoi versi

Ma Ovidio non trarrà frutto dalla loro frequentazione. Se ne inorgoglirà oltre misura, perderà di vista la prudenza, e perderà sé stesso. Il sottile fuoco contenuto nei suoi versi si presterà a disegni che lo rovineranno. Il compiacimento per il successo, l’ubriacatura di Roma, lo sfarfallare nei pericolosi meandri del palazzo perderanno questo peligno, che riavvertirà l’amore per la terra natìa solo quando si troverà nel mondo estremo, a Tomi, sul limaccioso Ponto Eusino. Allora scriverà: «Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis», «Sulmona – la ricchissima di gelide acque – è la mia patria». Allora conierà questo emistichio che, nelle sue iniziali, SMPE, diverrà l’orgoglioso acronimo del capoluogo abruzzese e campeggerà sul suo stemma, come carta d’identità senza pari, per paternità e vetustà, tra tutte le città del mondo. Sarà la lontananza a riportarlo nei suoi luoghi. E a fargli ritrovare per contrasto – spaziando con lo sguardo non sul biondo Tevere, non sul verde Adriatico, ma sulla plumbea distesa di quel mare straniero – il codice purissimo del suo ghénos, della sua radice genetica.

g. d’al.
   

CHI È PUBLIO OVIDIO NASONE

Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. Trasferitosi giovanissimo a Roma col fratello per intraprendere la carriera forense, abbandona presto l’idea, dichiarando «vergognoso prostituire la propria lingua per difendere squallidi criminali», e segue la propria vocazione letteraria, accreditandosi rapidamente come poeta di successo. Ricopre qualche modesta carica pubblica nelle magistrature inferiori e viaggia in Grecia e in Oriente. Fa parte dei circoli culturali di Messalla e di Mecenate, dove ha modo d’incontrare i maggiori poeti della classicità: Orazio, Properzio, e – «conoscendolo di vista» – Virgilio. Ha avuto tre mogli. Dalle prime due, divorzia; da ultimo, sposa una giovanetta della nobile gens Fabia. Opere come gli Amores, le Heroides e soprattutto l’Ars amatoria, composta tra l’1 a.C. e l’1 d.C., lo consacrano quale poeta dell’amore, dischiudendogli l’accesso all’alta nobiltà e alla stessa cerchia imperiale. Sono questi gli anni di gloria; finché l’ira dell’imperatore Augusto si abbatte su di lui, nell’8 d.C., relegandolo a Tomi, sul Mar Nero, e ordinando il ritiro dell’Ars amatoria dalle pubbliche biblioteche. Muore nel 17 d.C. in quella remota plaga senza aver mai ottenuto di rientrare a Roma. I motivi del suo esilio, verosimilmente legati a uno scandalo a corte connesso all’opera in questione, non sono mai stati chiariti.

Segue: Il gran salto nella modernità

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