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Ovidio ed Eliot.

C’era una volta un poeta che parlava d’amore

di Giovanni D’Alessandro


   Letture n.565 marzo 2000 - Home Page Sulmona, patria dello scrittore latino, celebrerà in maggio il bimillenario dell’Ars amatoria e il sorprendente rapporto del suo celeberrimo figlio con la poesia anglosassone del ’900. Tra i temi sul tappeto, una parentela con Freud.

L’omaggio intorno alla "Giostra cavalleresca"

Il prossimo 27 maggio, Sulmona, patria di Ovidio, celebrerà il bimillenario dell’Ars amatoria e il rapporto del poeta con la poesia anglosassone del Novecento con una giornata di studi organizzata dall’Associazione culturale "Giostra cavalleresca". Il capoluogo abruzzese, dove Ovidio nacque nel 43 a.C., è un luogo ideale per l’iniziativa, data la sua bellezza monumentale (possiede uno dei centri storici più importanti d’Italia) e per la splendida posizione naturale, tra i monti d’Abruzzo, al centro della conca "ricchissima d’acque" cantata da Ovidio. La "Giostra cavalleresca" rappresenta a sua volta un fondamentale momento di valorizzazione della storia e delle tradizioni sulmonesi. La manifestazione (domenica 30 luglio) ha per teatro l’amplissima ex piazza Maggiore (attuale piazza Garibaldi), tra cortei ammiratissimi per numero di figuranti e finezza di realizzazione di costumi. La "Giostra cavalleresca" di Sulmona (tel. 0864.21.09.69) si articola in numerosi spettacoli, convegni, concerti e iniziative culturali per tutto l’arco dell’anno.

È un luminoso pomeriggio d’autunno, quando «l’anno appare al colmo della sua bellezza, ora inseguito dall’ultima calura dell’estate, ora ghermito dai primi freddi dell’inverno». Roma «è tutta d’oro, per le ricchezze che affluiscono da ogni parte dell’impero». Il Campidoglio coi suoi alti templi domina la città, pulsante di vita: da un lato ecco il Palatino, il Celio e l’Oppio, l’area abitata dall’imperatore Cesare Augusto e dal ceto senatorio; dall’altro, al di là del Castro Pretorio, oltre il campo Marzio, le insulae della suburra (le abitazioni a più piani della plebe) che dilagano verso le rive del Tevere, solcato da imbarcazioni provenienti da Ostia.

Un poeta quarantatreenne, trasferitosi giovanissimo a Roma dalla natìa Sulmona, sta rifinendo alcuni versi del terzo libro di un poema: lo ha intitolato Ars amatoria, l’Arte di amare, e ne ha da poco pubblicato due libri, dedicandoli ai giovani romani..., i pochi della nobiltà che avendo avuto un’istruzione possono permettersi di praticare il mondo delle lettere, consumando per il resto i loro giorni in pigri e indolenti amori: lontanissimi dall’ideale di virilità che costituisce, ancora, il riferimento della cultura dello Stato. Questo poeta ha vividamente dipinto il loro mondo – passatempi, frivolezze, ma soprattutto astuzie e malizie adoperate per conquistare l’amore di una donna e conservarlo. I primi due libri hanno avuto uno straordinario successo, facendolo diventare il primo poeta della capitale; gli hanno dischiuso le porte del palazzo imperiale e delle ville patrizie, dov’è accolto con grande considerazione. Forse è per suggerimento della stessa nipote dell’imperatore (la scandalosa Giulia, entusiasta della sua poesia) che si è indotto a scrivere il terzo libro, dedicandolo alle donne e alla loro "più profonda arte" di conquista di un uomo.

Il poeta non è un nobile, proviene da una famiglia dell’ordine equestre. Ha suggerito alle giovani donne di «farsi vedere in pubblico». «Non chiudetevi in casa», ha scritto, «uscite più che potete. La lupa, quando vuol azzannare la pecora, deve puntare all’intero gregge, come l’aquila di Giove all’intero stormo di uccelli, per ghermirne uno solo». E l’esortazione è diventata ancor più trasgressiva quando si è diretta alle donne maritate, invitandole senza scrupoli a tradire. «Ma anche voi, belle donne sposate, non lesinatevi allo sguardo altrui. Prima o poi affascinerete un amante. Fatevi vedere dappertutto. Curatevi solo di esser belle e di piacere. Ricordatevi questa regola: se non buttate l’amo, non pescate».

Ovidio sta ora lavorando a un gruppo di versi modellati sul tema del paraklausìthyron, il lamento dell’amante contro la porta chiusa dell’amata. Ha appena suggerito alla donna che vuol farsi concupire di negarsi sulle prime: «Fa’ rimanere l’innamorato davanti ai tuoi battenti serrati, fagli gridare: porta crudele! Lascialo gemere e minacciare. Non si sopporta infatti ciò ch’è dolce, è il succo amaro a far fremere. Una barca affonda, se troppo facili sono i venti che la sospingono». Con una sulfurea parentesi ha rincarato la dose, aggiungendo: «Questo è tra l’altro uno dei motivi per cui non si può, realmente... desiderare la propria moglie: la trovi pronta infatti – ogni volta che vuoi». Versi cinici come questi volano di bocca in bocca nella capitale.

L’Ars amatoria alla Biblioteca municipale di Sulmona.

L’Ars amatoria 
alla Biblioteca municipale 
di Sulmona.

Ora sente però che sta avvicinandosi a un tema profondo. Vuole scrivere che all’amore, per convincere sé stesso di aver corpo, di aver consistenza, occorre qualcosa che gli faccia ombra; all’amore – suprema sanguigna inconsistenza – occorre un ostacolo per risaltare a contrario. Così facendo, anticipa un’immagine che sedici secoli dopo sarà usata da John Donne, mutuandola dalla fisica secentesca. Qualche giorno prima ci ha girato intorno, scrivendo: quod datur ex facili longum male nutrit amorem, ciò che viene elargito con facilità è destinato a mal nutrire un amore duraturo; miscenda est laetis rara repulsa iocis, ai lieti giochi va mischiato di quando in quando un diniego per farsi desiderare.

C’è un’immagine che bussa su questo tema. Sa che tutto lo sforzo sta nel metterla a fuoco, poi i versi si disporranno su pagina con meravigliosa naturalezza; l’immagine stessa li genererà nella forma migliore, all’atto del suo materializzarsi. È fiero della prodigiosa facilità dei suoi versi. Sa di avere questo dono di natura, sviluppato dall’esercizio. Nessuno padroneggia come lui la variazione del ritmo: ad esempio, secondo la terminolgia della metrica antica, nell’esametro, che da splendidamente olodattilico – come l’ala del cerilo in Alcmane – quando dev’esser lieve, veloce, descrittivo, sa farsi di colpo stentoreamente spondaico, nella iterazione delle gravi – come una marcia militare – quando occorre un ritmo solenne.

Ovidio alla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Ovidio alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il fiato sul collo del cavallo

Scrive: «Fa’ credere al tuo amante, appena cade in trappola, di essere il solo ad occupare il tuo letto; ma subito dopo istillagli il sospetto che lo dividi con altri. Se non userai queste arti, l’amore invecchierà presto. Ricorda che per correre bene, un cavallo – quando gli hai spalancato il cancello – deve sentire sul collo il fiato di un altro destriero o averlo davanti, da raggiungere». L’immagine gli piace. Il distico è venuto bene, veloce nei dàttili come la corsa di un destriero e con le sillabe modellate onomatopeicamente sul suono degli zoccoli: tum bene fortis equus reserato carcere currit / cum quos praetereat quosque sequatur habet (...«per correre bene un cavallo...»). E a questo punto gli s’illumina la mente. Si getta sul distico successivo, scrivendo due versi epigrammatici, che rinserrano una delle più profonde e cupe sentenze d’amore di tutti i tempi, in forma di confessione: Quamlibet extinctos iniuria suscitat ignes, è l’offesa a ravvivare i fuochi sotto la cenere, tutti i fuochi che vuoi; en ego confiteor, non nisi laesus amo, e infatti anch’io, lo confesso, non posso amare se non sono ferito.

Non nisi laesus amo. Che splendida litote, ovvero che splendida sequenza di due parole negative per affermare maggiormente un concetto. Che perfetta giustapposizione di parole. Esprimono l’idea che per amare bisogna subire un affronto, essere ingiuriati, feriti, lesi. Così si reagisce, così si ridà vigore alle fiamme sopite, così si eccitano corpo e mente, conferendo colore e sangue all’amore, come secoli prima di lui ha scritto Mimnermo. C’è qualcosa di morboso al fondo – e Ovidio lo sente –, ma non viene esplicitato, rimane incastonato tra i versi preziosi, come un fugace riflesso rossastro nel nero dell’opale. Non nisi laesus amo. È sicuro che prima o poi sentirà ripetere il suo emistichio da qualcuno, magari in un senso più sdolcinato di come lo intendeva lui. Posa il calamo, adesso, si alza soddisfatto e contempla il Tevere indorato dal tramonto.

Sulmona romana: i resti del Santuario di Ercole Curino, risalente alla metà del primo secolo.
Sulmona romana: i resti del Santuario di Ercole Curino,
risalente alla metà del primo secolo.

Nascerà un bambino...

Oltre il fiume, oltre i monti, oltre il mare, in un mondo completamente diverso, in Giudea – arida e rabbiosa provincia cui nessun governatore vuol essere destinato – tra pochi mesi verrà alla luce in un paese chiamato Betlemme un bambino, cui sarà dato il nome di Yehoshua, Jesus, Gesù. Siamo negli ultimi mesi dell’anno 1 avanti Cristo. Ovidio non lo saprà mai, né mai immaginerà che un giorno – da quel remoto evento – il calendario smetterà di datare ab Urbe condita (dalla fondazione di Roma), e l’Ars amatoria, suo capolavoro, verrà associato esattamente al tempo in cui nasceva Cristo. 

Giovanni D’Alessandro
    

ULTIMI ARRIVI IN LIBRERIA

Sono da poco uscite due importanti opere ovidiane, destinate ad essere seguite da altri volumi e a far testo nei prossimi anni per la loro completezza. Si tratta del primo volume delle Opere, pubblicato da Einaudi, per la "Biblioteca della Pleiade", intitolato Dalla poesia d’amore alla poesia dell’esilio, edizione con testo a fronte a cura di Paolo Fedeli, comprendente Amores, Ars Amatoria, Remedia Amoris, Medicamina faciei feminae, Heroides, Tristia, Ibs – traduzione di Gabriella Leto – ed Epistulae ex Ponto – traduzione di Nicola Gardini (1.468 pagine, oltre a 127 pagine dedicate alla Introduzione, Nota biografica, Fortuna di Ovidio, Ovidio nella critica moderna e Biografia ovidiana; costo lire 130.000); e dei Fasti e frammenti, pubblicati da UTET per la collana "Classici Latini" diretta da Italo Lana (a cura di Fabio Stok), comprendente appunto l’omonima opera i Fasti, oltre a citazioni sparse (i Frammenti): 496 pagine tra testi e commenti (lire 65.000).

Segue: Gli oscuri motivi dell'esilio

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