I
vampiri sono di moda, dalla letteratura al cinema al fumetto. Ci sono
quelli finti, taroccati, e quelli storici, autentici, quelli asettici e
profumati e quelli terrificanti. Tra i classici, dopo Il vampiro (1819)
di John Polidori, ritratto impietoso e deformante di Lord Byron, Joseph Le
Fanu crea in Carmilla (1872) il primo vampiro femminile, ispiratore
di Dracula (1897) di Bram Stoker, forse il più celebre testo di
letteratura vampiresca, che diventerà una preziosa miniera per il cinema,
dando luogo a film di grande qualità. Citiamo il capolavoro assoluto Nosferatu
(1922) di Murnau, Dracula (1931) di Browning e Vampyr (1932)
di Dreyer nell’area dell’espressionismo tedesco, mentre in epoca più
recente segnaliamo Nosferatu il principe della notte (1978) di
Herzog, Dracula di Bram Stoker (1992) di Coppola e il parodico e
divertente Per favore… non mordermi sul collo! (1967) di Polanski.
Sono
appena usciti due romanzi molto diversi tra loro per qualità letteraria e
taglio narrativo, che hanno in comune, almeno in senso lato, l’appartenenza
al genere poliziesco, il giallo, e la presenza dei vampiri: Un luogo
incerto (Einaudi, traduzione di Margherita Botto, pagg. 391, euro
18,50) di Fred Vargas e Il vampiro di Ropraz (Fazi, traduzione di
Maurizio Ferrara, pagg. 91, euro 14,00) di Jacques Chessex, arricchito da
una bella prefazione di Daria Galateria.
Numero 1 best-seller in Francia nel 2008, come
recita la fascetta di copertina, il romanzo della Vargas è balzato ai
primi posti delle classifiche anche in Italia. L’autrice, cinquantenne
archeozoologa che usa uno pseudonimo, ispirato dal personaggio
interpretato da Ava Gardner nel film La contessa scalza (1954) di
Mankiewicz, ha già pubblicato una dozzina di polizieschi. Il penultimo,
apparso in italiano lo scorso autunno, Un po’ più in là sulla
destra, a parte la meccanicità del finale, piuttosto deludente, è un
romanzo affascinante soprattutto per l’ambiente, le panchine di Parigi e
un villaggio brumoso della Bretagna, un’atmosfera che cattura il lettore
come certi romanzi di Simenon. Un luogo incerto è invece un libro
spettacolare, a forti tinte, pieno di colpi di scena, ma con scarsa
tensione, uno scioglimento macchinoso (il solito difetto della Vargas),
personaggi strambi e una trama troppo intricata e improbabile per essere
credibile.
Il commissario Adamsberg deve risolvere due situazioni
agghiaccianti, che non sembrano avere nessun collegamento tra loro: la
presenza di diciassette scarpe, con dentro i piedi, mozzati sopra la
caviglia, davanti al cancello del cimitero londinese di Highgate, e il
rinvenimento del corpo di un vecchio giornalista, Pierre Vaudel,
sparpagliato e triturato in quasi cinquecento frammenti, in un villino
alla periferia di Parigi. Con l’aiuto di una squadra di poliziotti
maldestri e bizzarri e il suo vice, il coltissimo Danglars – nome di un
personaggio del Conte di Montecristo di Dumas – Adamsberg, che ha
un intuito formidabile e possiede doti particolari, come quella di
riconoscere diversi tipi di sterco di cavallo, per risolvere il caso si
reca a Kisiljevo, un villaggio serbo sulla riva del Danubio, dove c’è
la tomba di Peter Plogojowitz, morto nel 1725 e diventato un famoso
vampiro, di cui discettarono anche Voltaire e gli illuministi francesi. Un’altra
scena forte è quella in cui il commissario viene sorpreso da Zerk, lo
spappolatore, il misterioso assassino, e chiuso in una tomba, con la bocca
sigillata e i piedi legati, tra le bare del cimitero.
Meno
spettacolare, ma di qualità letteraria nettamente superiore – e forse
per questo non entrato nelle classifiche dei più venduti... – è Il
vampiro di Ropraz di Jacques Chessex, uno svizzero francese nato nel
1934, che con L’orco (1973), un autentico capolavoro, vinse l’anno
successivo il Premio Goncourt. Lo scrittore ultrasettantenne in meno di
cento pagine racconta una storia vera, agghiacciante, tratta dalla
consultazione dei giornali dell’epoca e delle carte del processo, una
storia ancora oggi sepolta nel mistero.
La vicenda si svolge a Ropraz, nel cantone di Vaud della
Svizzera francese, nel febbraio del 1903. Un paese di montagna,
calvinista, abitato da qualche centinaio di anime, un luogo di ossessioni
e malefici, di lupi e di suicidi nel fienile, di solitudine e di follia.
Rosa Gilliéron, una bella ragazza ventenne, figlia di un giudice di pace,
muore di meningite. Due giorni dopo la sua sepoltura un boscaiolo va al
cimitero e trova la fossa vuota e la bara manomessa: il corpo della
ragazza è stato violentato e poi sminuzzato, il cuore è scomparso e si
notano morsi visibili sul collo. Pochi mesi dopo altri due cadaveri di
fanciulle vengono violati nella tomba. Si diffonde la paura del vampiro, l’incubo
del mostro.
Viene arrestato un giovane garzone di fattoria, Favez,
con un’infanzia terribile per le violenze a cui è stato sottoposto. Non
ci sono prove nei suoi confronti, al di là che è stato compagno di
scuola di Rosa e le ha rivolto qualche sguardo di troppo. Quando viene
liberato, rischia il linciaggio da parte dei valligiani, che hanno bisogno
di un capro espiatorio. Favez tenta di violentare una vedova e torna di
nuovo in carcere. Una misteriosa donna in bianco paga il guardiano per
incontrare il detenuto in cella e avere incontri intimi con lui. Al
processo viene condannato all’ergastolo, ma nel 1915 riesce a fuggire e
si arruola nel battaglione della Legione straniera, comandato dal caporale
svizzero Blaise Cendrars (1887-1961), che diventerà un importante
scrittore viaggiatore e, ironia della sorte, scriverà un libro su un
pazzo squartatore di ragazze, Moravagine (1926). In uno scontro con
i tedeschi Favez viene ucciso e Cendrars perde il braccio destro, episodio
che gli ispirerà il romanzo La mano mozza (1946), potente
testimonianza sulla Grande Guerra.
Chessex sa descrivere con un linguaggio forte, asciutto
e nervoso, il clima di orrore, di disfacimento morale in cui sono immersi
questi montanari, che vivono nella promiscuità, tra incesti, violenze
sugli animali e alcol, per dimenticare la miseria e l’infelicità. La
storia presenta dei risvolti grotteschi che vanno al di là del giallo.
Del resto, non si tratta neppure di un giallo classico, perché il caso
rimane insoluto. L’autore, che abita a Ropraz da trent’anni, con i
soldi del Premio Goncourt si è comprato una casa proprio accanto al
cimitero della profanazione. Paradossale e quasi incredibile il commento
finale di Chessex: secondo ricerche recenti, basate sull’analisi del
Dna, i resti del milite ignoto, estratto a sorte e collocato sotto l’Arco
di Trionfo di Parigi, apparterrebbero a Favez, che di eroico non ha nulla.
Se nella Vargas il vampiro sembra un pretesto per
distogliere il lettore dai sospetti sul vero assassino, in Chessex il
vampiro non si trova, è più il frutto di una paura collettiva che una
presenza reale.
Massimo Romano