Piersandro
Pallavicini, classe 1962, ha esordito nel 1999 con il romanzo Il mostro
di Vigevano (PeQuod). Nel 2002 è uscito il suo secondo romanzo, Madre
Nostra che sarai nei cieli, pubblicato con Feltrinelli. A seguire i
romanzi Atomico Dandy (Feltrinelli, 2005) e, ultimo, African
Inferno (Feltrinelli, 2009, pagg. 336, euro 18,00). Per Ediarco,
editore di strada, cura una collana militante di autori italiani impegnati
in racconti dedicati a Africa e immigrazione. African Inferno racconta
una storia di immigrazione e di conflitto tra cultura europea e africana.
- Pallavicini, che cosa ha voluto raccontare nel suo
ultimo libro?
«Ho
voluto raccontare l’immigrazione che non ha ancora raccontato nessuno.
Quella lontana dall’emergenza, quella che non arriva in Italia con il
barcone o scavalcando i confini, ma in treno e in aereo. L’immigrazione
che vive e lavora, che ama e gioca, che studia e si diverte al fianco
degli italiani. È una immigrazione che non fa notizia, perché non
attraversa grandi drammi, ma, pure, genera storie e situazioni che vanno
raccontate, per mettere in evidenza i pregiudizi italiani. E africani.
Poi, numericamente, è di gran lunga l’immigrazione più abbondante. Mi
sembrava un romanzo necessario, visto che nessuno scrittore italiano se n’era
mai occupato, nonostante ognuno di noi, ogni giorno, abbia a che fare con
queste persone».
- Il suo libro parla dell’amicizia tra un italiano e
un congolese. A quali patti è possibile un incontro tra culture
diverse?
«A patto di essere disposti a cancellare tutto quello
che, di buono o di cattivo, si pensi dell’altro. Così come l’altro,
va da sé, deve cancellare quello che pensa di noi. Perché di solito
entrambi i pensieri sono sbagliati, avvelenati dai preconcetti. E, dopo la
cancellazione, occorre ascoltare e ragionare. Con pazienza».
- Come definirebbe il protagonista, Sandro?
«Un brav’uomo, un bravo padre di famiglia. Una
persona che crede negli altri e vuole loro bene. Ma avvelenato dal
paternalismo della vecchia sinistra nei confronti degli immigrati,
disposto a tutto per compiacerli o migliorarne la condizione di vita. Come
se dovesse espiare una colpa ancestrale verso di loro».
- Quali sconvolgimenti determina in Sandro l’incontro
con l’"altro"?
«A forza di essere messo davanti all’evidenza che l’altro,
e l’africano in particolare, non è quell’angelo rivoluzionario che
sistemerà i corrotti costumi della civiltà occidentale, Sandro pian
piano arriverà a mettere in dubbio il proprio atteggiamento buonista e
paternalista. Finalmente, grazie al contatto quotidiano con gli africani,
grazie alla volontà di instaurare con alcuni di loro un’amicizia
davvero piena di amore, riuscirà a ricollocarli sul piano giusto: quello
di persone qualunque. Con le quali avere a che fare usando rispetto, e
concedendo loro al cento per cento i diritti che meritano. Ma anche
pretendendo lo stesso rispetto, e accantonando la disponibilità a mettere
da parte i valori che l’Occidente ha sviluppato dal secondo dopoguerra a
oggi».
- Come è nato il suo interesse di scrittore per la
realtà dell’immigrazione?
«Vivendoci fianco a fianco da decenni. Stringendo
affetti, amicizie. Osservando da vicino, e indignandomi, le differenze di
trattamento riservate a un cittadino di pelle nera. E, allo stesso tempo,
provando sulla mia pelle tutti i preconcetti e il disprezzo che un
africano può provare per un bianco».
- Quali sono i pregiudizi che lei riscontra essere più
diffusi da parte degli italiani sugli extracomunitari?
«Credo che li si possa riassumere come mancanza di
considerazione (e dunque di rispetto). Molti italiani "vogliono
bene" agli immigrati (specie se parliamo di africani, per via di
tutto un immaginario costruito su documentari pietistici e riviste
missionarie), ma è quel bene riservato al povero ragazzo che ha tanto
sofferto, perché viene da un Paese povero e meno fortunato. Questa è l’idea
che ce ne facciamo e che manteniamo: poveracci, con una specie di tara
socio-economica ereditaria. E dunque ci rivolgiamo a loro pensandoli come
tali, con pietà, bontà zuccherosa, e un atteggiamento caritatevole.
Questo atteggiamento l’italiano medio lo assume sia se chi ha davanti è
davvero un poveraccio appena arrivato a nuoto a Lampedusa, sia se è un
medico laureato alla Statale di Milano. Quando poi il nostro interlocutore
nero risponde piccato, perché lo si considera un minus habens,
quando ci accorgiamo che guadagna più di noi, che ha una macchina e una
casa più bella delle nostre, allora ci sentiamo presi in giro, umiliati,
perché sorpassati dagli ultimi del pianeta, e dall’amore caritatevole
si passa al rancore. Se non all’odio».
- Esiste anche un pregiudizio nei confronti degli
italiani che accettano il dialogo e la relazione con altre etnie (ad
esempio attraverso i cosiddetti "matrimoni misti", oppure
per l’impegno in attività di aiuto e assistenza)?
«Francamente direi di no».
- Il suo romanzo parla anche di un tema meno noto: i
pregiudizi degli stranieri verso noi italiani. Quali sono questi
pregiudizi?
«Tanti. Essenzialmente: l’africano vede il bianco
occidentale come colui che al sacro preferisce il profano. Questa mancanza
di sacralità è vista come l’origine di tutto ciò che al mondo è
male, e che affligge l’europeo. Che dunque è perverso, malato, crudele,
capace di ogni nefandezza in campo morale. Vorrei sottolineare che queste
cose (che pure ho provato tali e quali sulla mia pelle) non me le invento
io, ma le scrivono rispettatissimi intellettuali africani emigrati in
Europa. Così come io le ho riassunte, queste affermazioni (ovviamente
criticate e non avallate) le ho lette in un saggio dello scrittore
togolese Sami Tchak (che vanta un dottorato in sociologia alla Sorbona). E
credo che da qui sia facile capire le ragioni del disprezzo (talora dell’irrisione)
di alcuni dei valori sociali dell’Occidente (per esempio l’esercizio
della democrazia). D’altro canto, l’africano invidia e ambisce alla
ricchezza occidentale e ai suoi simboli (macchine, vestiti, case,
accessori), che sono il motore del fenomeno migratorio. Da questa
ambizione e disprezzo può nascere un vero e proprio conflitto: a meno che
non ci si spieghi, che non si mettano le cose in chiaro, che non si parli
e si ribadiscano i nostri valori».
- Quali sono i suoi scrittori di riferimento?
«Ho alcuni "scrittori-feticcio", la cui
influenza su questo romanzo specifico credo sia però evidente: me li
porto ormai nel mio Dna, e hanno influenze non facilmente estrinsecabili
su ciò che scrivo. Sono lì, a monte di tutto, dentro una matrice
creativa dove ci sono io come elemento principale, e loro come humus che
si è trasformato in carburante, in energia grezza e indistinta da usare
per mandare avanti la macchina della scrittura. Se dovessi fare i loro
nomi dire: PierVittorio Tondelli, Bret Easton Ellis, Michel Houellebecq,
Gilberto Severini, Hanif Kureishi, James G. Ballard».
Roberto Carnero