Subito
si sa che questo ultimo romanzo di Antonia Arslan, La strada di Smirne (Rizzoli,
pagg. 286, euro 18,50), riprende da dove concludeva La masseria delle
allodole, libro del 2004, prestigiosa "traslazione"
narrativa del terribile genocidio degli armeni avvenuto nel 1915.
I soprusi su questo popolo non terminarono, infatti, con
quella sia pur tragica congiuntura, perché la tragedia non si era ancora
storicamente del tutto compiuta.
Vero che Shushanig e i suoi quattro figli si erano, alla
fine del racconto precedente, lasciati alle spalle le atrocità che
avevano sconvolto la loro vita e sterminato i loro cari, ma anche in
questa nuova vicissitudine la speranza di ricostruire un futuro
compromesso cade ancora una volta in frantumi.
- Il libro di oggi, allora – parliamo con l’autrice
– sembra più una replica che un seguito.
«In
realtà è proprio il seguito, perché se il genocidio, come sterminio
programmato di un popolo intero, venne attuato con estrema determinazione
e ferocia fra il 1915 e il 1916, poi la guerra durò fino al novembre
1918. La minoranza armena nell’Impero ottomano contava nel 1915 circa 2
milioni di persone, e ne furono sterminati circa 1 milione e mezzo. I
superstiti, riusciti a sopravvivere in qualche modo, alla fine della
guerra (che per l’Impero coincide con l’armistizio di Mudros nell’ottobre
1918) cercarono di ritornare alle loro case, nei loro paesi. I 4 bambini
della mia famiglia, con la madre Shushanig, rimasero nascosti per un anno
in una cantina di Aleppo, poi furono imbarcati per l’Italia, verso
Venezia, con passaporti falsi, e io racconto il loro viaggio (la madre
muore il primo giorno di navigazione, si lascia andare a raggiungere il
suo amato Sempad appena i figli sono in salvo, e questo è un fatto
storico). Ma racconto anche il tentativo di un parente di ritornare nella
piccola città, e le avventure di Ismene, Isacco e Nazim, che finiscono
tutti a Smirne, dove sono testimoni e vittime del tragico incendio che
distrusse anche la civiltà greca d’Anatolia».
- Lei dice all’ultima riga del libro che un romanzo
è l’opera di un cantastorie innamorato che non indaga la Storia ma
amorosamente racconta le verosimili storie dei suoi personaggi.
"Un" romanzo, forse, ma non "questo".
«Che cosa risponderle? Che io non sono uno storico di
professione, forse, ma ho l’orgoglio dei cantastorie? Certo, queste
storie, queste memorie, tramandano molte verità che a volte gli storici
ignorano...».
- Lei narra di questa gente, mai esente da
persecuzione, con verticale affondo nelle vicissitudini individuali o
al massimo familiari. Perché si tiene lontano dal coinvolgere nella
narrazione i grandi responsabili di questo martirio?
«Probabilmente, per la prospettiva "dal
basso" da cui racconto, che non pretende di vedere tutte le trame
degli uomini illustri e delle nazioni, ma vede il risultato delle manovre
dei Grandi sulle vite e sui destini dei Piccoli. E anche perché la
prospettiva armena insegna parecchie cose sugli improvvisi capovolgimenti
dei destini degli uomini: ci furono nel 1915 persone di etnia armena, ma
ormai cittadini europei o americani, che erano nell’Impero magari per
caso, in visita da parenti, e che vennero travolti dai massacri e dalle
deportazioni solo a causa del loro sangue, in un solo momento la loro
esistenza si capovolse, e non gli servì a niente essere medici o
professionisti».
- Allora non è vero che la Grande Storia annulla le
piccole storie degli uomini qualunque!
«Già, non è vero. Le piccole storie prima o poi
saltano fuori, vengono raccontate e commuovono».
- Oltre al dramma storico c’è il dramma religioso.
Dati i molti riferimenti, in questo libro, al cattolicesimo, è giusto
ritenere che l’eccidio degli armeni sia stato messo in atto per
ragioni etniche tanto quanto di credo?
«È
meglio parlare di cristianesimo, piuttosto che di cattolicesimo. Gli
armeni cattolici di rito orientale (anche la mia famiglia lo è) sono solo
circa il 10% della popolazione. Il cristianesimo armeno si autodefinisce
apostolico o "gregoriano" (dall’apostolo degli armeni, san
Gregorio l’Illuminatore), ed è parte integrante dell’identità
nazionale. Gli armeni non sono ortodossi, sono molto più vicini a Roma
degli ortodossi, e hanno anche una liturgia differente. Certamente, all’epoca
dei massacri, benché la spinta iniziale fosse opera di un gruppo di
ufficiali atei, i "Giovani Turchi", che avevano preso il potere
esautorando il sultano, l’odio religioso venne usato per infiammare il
popolo e renderlo partecipe e complice, stimolandone anche l’avidità».
- Dal momento che ancora oggi la storia non ha del
tutto riconosciuto e sanzionato i fatti, e che vi permane una coltre
di silenzio, che sviluppo vede all’ufficializzazione planetaria di
quegli eventi?
«Sono abbastanza ottimista (come è anche nella mia
natura). L’opinione pubblica mondiale ha preso sempre più coscienza
della realtà del primo genocidio del XX secolo, e la battaglia degli
intellettuali di Turchia si sta sviluppando in modi che solo 10 anni fa
sarebbero stati impensabili. Vedremo adesso se il nuovo presidente
americano citerà, nel suo discorso ufficiale per il 24 aprile, la parola
"genocidio" come aveva promesso solennemente in campagna
elettorale».
Claudio Toscani