La madre
di Elisabeth, la protagonista, è morta suicida. Elisabeth viene
ospitata da due zie, ottuse e intolleranti. Fugge e viene raccolta dal
signor Lerat, economo presso una scuola.
Alla morte di costui è inviata presso l’ex convento
di Fontfroide, dominato da un indecifrabile signor Edme – che si
rivelerà essere l’amante della madre di Elisabeth – abitato da un
gruppo di parenti, di servi e dal giovane, affascinante Serge. Da costui
Elisabeth si lascerà sedurre e con lui tenterà un’impossibile fuga l’ultima
sera, mentre il dramma e la morte fanno precipitare gli eventi nel
misterioso rifugio di Fontfroide.
Il romanzo appartiene a una fase della creazione di
Julien Green che viene definita "visionaria", nella quale, in
varie forme, la realtà continuamente si sfalda e il sogno prende corpo.
Da qui anche la presenza di alcuni temi, consoni a quel miscuglio di
sogno e reale: la musica, la nebbia, la neve grazie alla quale «il
mondo si faceva più leggero, più fragile», la notte senza luce che
domina ossessivamente il mondo Fontfroide. Il tutto sembra contribuire a
mettere insieme una visione gnostica di un mondo spiritualizzato,
diafano, quello abitato da una "fantastica realtà" e legato
spesso a un paradiso perduto, tanto più desiderato, quanto più
lontano.
Il carattere indecifrabile di Fontfroide è accentuato
anche dalla camera di Edme, sempre chiusa, oggetto dell’incuriosita
attenzione di Elisabeth. Dello stesso Edme si parla spesso senza vederlo
mai, fino alla scena finale del romanzo. Figura e temi che ricordano
qualcosa di Klamm e del Castello di Kafka (Il Castello fu
pubblicato nel 1926, pochi anni prima della stesura di Mezzanotte che
avviene lungo il 1933: vedi l’introduzione di Giovanni Bogliolo).
Mezzanotte è un po’ come
Fontfroide: forse un po’ lontano da alcuni dei gusti correnti. Eppure
anche per il lettore moderno il romanzo di Julien Green sembra
conservare ancora molto di un suo particolare, indefinibile fascino.
Alberto Carrara